Estratti di "Società e conflitto"

n. 3, 1999

 

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Estratti di "Società e conflitto"

 

GLI EDITORIALI DI

"Società e conflitto"

 

 

1ª edizione giugno 1999

 

 

SOMMARIO

 

EDITORIALE DI PRESENTAZIONE

(n.0, novembre 1988-aprile 1989)

TRAME DELLA POLITICA E DELL’ESISTENZA

(n. 1, gennaio-giugno 1990)

PARADOSSI DEL TEMPO E FRONTIERE DEL CONFLITTO

(n. 2/3, luglio 1990-giugno 1991)

IL CASO ITALIANO: CRISI PALESI, CONFLITTI OSCURATI

(n. 7/8, gennaio-dicembre 1993)

 

DENTRO, CONTRO E OLTRE IL CARCERE: DOMANDE SULLA LIBERTÀ, SULLO STATO E SULLA DEMOCRAZIA

(n. 9/10, gennaio-dicembre 1994)

 

MULTIVERSUM MERIDIONALE

(n. 13-14, gennaio-dicembre 1996)

 

 

 

 

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EDITORIALE DI PRESENTAZIONE

(n.0, novembre 1988-aprile 1989)

 

Questa rivista nasce in carcere, da un'idea del Gruppo di Ricerca su "Società e conflitto", costituito nella Casa Circondariale Nuovo Complesso di Bellizzi Irpino (AV). I suoi redattori sono passati per l'esperienza della dissociazione politica dalla lotta armata.

Proponimento della rivista è quello di aprire un osservatorio costante, sul piano teorico, politico e storico-sociologico, su alcune zone particolarmente dense della formazione, dello sviluppo e della crisi degli organismi associati e dell'interazione sociale, dalle società antiche a quelle contemporanee.

Particolare attenzione sarà dedicata a queste ultime, con speciale riguardo alla geografia politico-sociale della società italiana, così come è venuta determinandosi dalla seconda guerra mondiale in avanti.

La rivista si articolerà in quattro sezioni.

Una Finestra teorica, in cui si tenterà un sondaggio attorno ai nodi teorici di maggior rilievo che caratterizzano il nesso società/conflitto, così come sono stati messi in problema dal pensiero politico classico, moderno e contemporaneo.

Una sezione per gli Approfondimenti politici, in cui si cercherà di fare luce sui modelli di intervento politico e sui paradigmi retrostanti che hanno regolato la prassi istituzionale, nelle società avanzate e in quelle a cd. "socialismo reale", in rapporto con i movimenti sociali e la struttura delle trasformazioni sociali.

Una sezione dedicata alle Ricognizioni storiche, in cui si procederà ad una classificazione dei cicli della trasformazione della società italiana dalla Costituzione repubblicana ai giorni nostri.

Una sezione per le recensioni In margine a un blocco tematico oppure a un argomento teorico o storico di particolare rilevanza.

Con una rubrica periodica, infine, si darà conto dell'attività prodotta dal Gruppo di Ricerca.

Non necessariamente tutte le sezioni troveranno spazio nel medesimo numero della rivista. Sono previsti interventi del Gruppo di Ricerca, di suoi singoli componenti e di personalità del mondo culturale e politico.

L'intendimento è quello di concorrere a determinare un anello di congiunzione tra carcere e società, proprio su quella linea di confine che vale come sbarramento e, allo stesso tempo, come prima presa di contatto. L'auspicio è che vadano riducendosi i motivi dello sbarramento e alimentandosi quelli del contatto e della comunicazione, allestendo un comune e differenziato spazio di cultura.

La scelta di impiantare un progetto editoriale sulla relazione di implicanza tra società e conflitto non appare molto in linea con parecchi degli orientamenti storiografici e politici emersi in questi ultimi anni. La nozione stessa di conflitto sembra aver perduto ogni capacità critico-ermeneutica, quando non è stata giudicata destituita di storicità e attualità. Basti pensare che in tutti gli anni Sessanta ha avuto gran corso la tesi di Ross e Hartman sul "declino secolare degli scioperi".

Non è la prima volta che devesi registrare un fenomeno di tal fatta. Tanto per rimanere in casa nostra e senza spostarsi molto indietro nel tempo, le teorie dell'integrazione sociale negli anni Cinquanta e Sessanta sono state la vera e propria moneta di scambio del ceto intellettuale più organicamente vicino alla classe politica di governo.

Proiezioni condizionanti di questo punto di vista si sono allungate anche a sinistra con le teoriche andate sotto il nome di "terzomondismo" che agivano da contrappeso alla presunta integrazione della classe operaia occidentale le lotte di liberazione dei popoli oppressi del Terzo Mondo.

Persino nell'esperienza della lotta armata in ambito europeo si riscontrano ripercussioni omologhe. La Raf passa alla teoria-prassi della "guerriglia nella metropoli", concependola come "base di appoggio" per le lotte antimperialiste dei popoli oppressi. Le Br fondano la loro teoria-prassi della lotta armata sulla presunta estinzione dei margini del conflitto nelle democrazie avanzate.

Il nostro tempo pare vivere una vera e propria rimozione del conflitto, patito come presenza ingombrante. L'ansia di sicurezza orienta il rituale e le credenze della società ufficiale e delle sue istituzioni, le quali non soppesano le contraddizioni sociali per quello che veramente sono e veramente valgono. Il conflitto è interpretato come minaccia simbolica e materiale richiamante l'ordine: il secondo compare come rimedio preventivo e antidoto del primo. In siffatto discorso e nei rispettivi linguaggi che lo codificano, i confini tra prevenzione e repressione tendono a sfumarsi. Difficile risulta discernere, quando si è in presenza di repressione e quando, invece, di prevenzione.

La repressione, in questi modelli, è preventiva, sempre meno affidata al mero impiego della forza e sempre più a quello del potere e della comunicazione simbolica. La prevenzione è repressiva, sempre meno finalizzata al recupero e all'accoglimento della domanda sociale e sempre più volta alla destrutturazione e vanificazione del complesso carico delle aspettative della cittadinanza

Da dove prende origine questo dilemma?

Come mai civiltà ad alta complessità e, dunque, a elevato potenziale di conflitto, si pensano come "società di contrattazione" e di amministrazione?

Fino a che punto il fenomeno offre in cifra tonda l'avvenuta applicazione alla politica dei paradigmi delle scienze sociali e delle scienze pure, coi loro corollari di stabilità e assiomatizzazione, e da che punto in poi, invece, è su un arcano profondo che occorre riflettere?

Per molti versi, il rapporto che la società assume col conflitto assomiglia a quello che, in genere, gli uomini intrattengono con l'ignoto. Come gli uomini temono l'ignoto, così la società teme il conflitto.

Ci ricorda Elias Canetti: "Nulla l'uomo teme di più che essere toccato dall'ignoto" (Massa e potere, Milano, Adelphi, 1982, p. 17). Si tratta di una reazione psichica e, al tempo stesso, politico-esistenziale.

La paura dell'ignoto è attaccamento al proprio confine. Ciò vale per tutti gli uomini e per la società. L'ignoto incute timore proprio perché pare non avere confini e contorni di definibilità. Gli uomini e la società, pensandosi gettati nell'ignoto, si sentono strappati dalla loro autodefinibilità: avvertono un pericolo immane per la loro propria identità. Uomini e società, in questo atteggiamento protettivo di rimozione, finiscono col credere che tutto è definibile e conoscibile a priori.

La priorità della definizione rende estraneo ciò che pare privo, fin dall'inizio, di una chiara definibilità. Come gli uomini ritengono che non ci siano e non debbano esserci spazi di indeterminazione dentro se stessi, così la società conclude che non possano esserci margini di dubbio, residui non chiaramente definibili dentro il suo tessuto connettivo. Nasce, in tutti e due i casi, una comune, forte e univoca disponibilità al noto, a ciò che già si sa e che, in un qualche modo, si è già esperito. E tutto finisce col ruotare nelle orbite della conferma e della stabilità.

La società si sente disposta a costruire soltanto abitazioni sicure, in cui niente sia sottoposto allo scricchiolio dello scorrere del tempo. Anche ogni singolo uomo è potentemente attratto a reticolare il proprio spazio e la sua interiorità in una dimora sicura, in cui niente sia tratto nel dubbio. Da qui quella disponibilità e quella vocazione, tanto acutamente e capillarmente investigate da Canetti, a farsi massa, in cui scompaiono persino le differenze tra sessi. Solo come massa gli uomini paiono disposti ad affrontare l'ignoto; ma per difendersene e scacciarlo. Solo come società di massa la società pare disponibile a considerare il conflitto; ma per farlo rientrare nei confini stabiliti dal proprio ordine.

Ma cosa succede, quando ogni singolo uomo stabilisce i confini della propria singolarità? E quando ogni società data fissa i confini del proprio ordine?

Tutta la storia dell'umanità grava sulle spalle di quel singolo uomo. La storia di tutte le società, a partire dalle origini, pesa e si riversa nella storia di quella società. La creazione dei confini dell'identità personale ripete il gesto preciso che ha fatto in proposito il primo uomo, attualizzandolo. La delimitazione dei confini dell'identità sociale innova il gesto primordiale attraverso cui le prime società si sono costituite come tali. In mezzo, c'è la storia di millenni.

V'è un che di primitivo e primigenio che non abbandona mai più l'uomo e la società, li accompagna nei cicli vitali e mortali della loro evoluzione e della loro trasformazione. Come ha mirabilmente mostrato Vico. Il timore dell'origine e dell'ignoto originario abiterà sempre il tempo e il corpo dell'uomo e della società. Questo arcano antropologico dimorerà in eterno nelle viscere dell'uomo e della società. Tanto più si alimenterà, quanto più i cicli storici fabbricheranno novità e aduneranno pregnanti potenziali di trasformazione, apportatori di sconvolgimento nei territori delle identità sociali e personali.

A confronto della pressione della storia, ogni uomo e ogni società avvertono l'ancestrale bisogno di sentirsi eguali a quello che già erano e si sentono morire oltre il confine dato e riconosciuto dell'identità stabilita, come presi alla gola da un laccio che li soffoca. L'uomo e la società, per sopravvivere, si difendono dall'emergente della storia sociale e della stessa storia delle passioni e dei sentimenti, quasi distaccandosene. Ma proprio il distanziamento dalle onde vive della storicità e delle disposizioni dell'interiorità espone alla morte per consunzione e inaridimento, distacca traumaticamente dal tempo e dagli altri uomini. Uomini e tempo, anzi, sono avvertiti come presenze estranee e ostili.

Ogni singolo uomo solo nel suo pari e nel suo simile tende, così, a riconoscere l'amico; il resto è mistero, ignoto da cui difendersi: il non simile è uno straniero e lo straniero può essere il nemico. Un sentimento di confuso pericolo per la propria identità personale conduce alla costituzione di una comunità di esseri pericolanti, il cui unico tratto di unione è un comune e angoscioso moto di paura. Quanto più la paura cresce all'interno, tanto più scarica aggressione e forza all'esterno. Bersaglio sono singoli non omologhi, comunità diverse, di cui si temono e disconoscono i valori, avvertiti come rovina, catastrofe per la propria identità.

La comunità sociale è un vasto laboratorio di comunità limitate, di interessi, di razze, di etnie, di aggregati, di formazioni, di gruppi, di strati sociali, ecc. i più disparati possibili. A tacere della prima e fondamentale distinzione tra i sessi.

È proprio vero che tra di loro debba esistere soltanto la "guerra di tutti contro tutti" oppure la "contrattazione" e lo "scambio"? È proprio vero che non si può uscire dall'alternativa: o guerra o contratto? Tra guerra e contratto quale il posto del conflitto? E quale segnatamente nelle società complesse?

Da questa rete interrogante è nata la presente rivista. Lungo il filo della ricerca delle risposte si snoderanno la sua storia e la sua vita.

Nella storia del pensiero politico occidentale, volendo per un attimo considerare solo l'evoluzione che si ingenera con l'epoca moderna, il conflitto ha sobbalzato da una posizione all'altra, come se fosse stato fatto precipitare in una giostra in vorticoso movimento. Si è passati dalla speciale considerazione accordatagli da Machiavelli alle valenze disturbatrici e sediziose imputategli da Hobbes. Dal particolare valore positivo che gli riconosce Rousseau alla vibrata messa in stato di accusa formulata dal pensiero controrivoluzionario di De Maistre e Donoso Cortes. Dalla esaltazione in funzione di liberazione dell'umanità che reperiamo in Marx e Lenin alla tirannica demonizzazione operata dal nazionalsocialismo. Dalla tolleranza del liberalismo all'intolleranza con cui Schmitt lo fa soccombere sotto i colpi di maglio della decisione sovrana nello stato d'eccezione. Dalla integrazione delle teorie sistemiche e funzionaliste (da Parsons a Luhmann) alla espulsione messa in opera dalle teorie corporatiste. Dal recupero in prospettiva di una "teoria della giustizia" e dei "beni fondamentali" (da Rawls in avanti) al rigetto messo in atto dalle politiche neo-liberiste.

Su tutte queste stratificazioni e intorno a queste dispute, non sempre incruente, difficile risulta triangolare in un pregnante territorio di senso il nesso relazionale democrazia/conflitto/complessità. Vero pilone di sostegno di una riflessione critica e definitoria sulla condizione del ‘politico’ contemporaneo.

Conviene mantenere aperto lo sguardo su antichità, modernità e contemporaneità, se non si vogliono smarrire i passaggi di continuità e nemmeno le svolte di discontinuità. E, così, isolare nella maniera più corretta possibile i contorni di un'epoca data e i suoi concetti storici e politici. Epoca e concetti visionati e analizzati sia nella loro posizione di quiete che in quella di moto, dando ragione della complessità semantica della loro struttura sincronico-diacronica.

Quanto più a ritroso si riesce a fissare il quadro del ‘politico’ tra antico e moderno, tanto più agevole risulterà l'ispezione del ‘politico’ contemporaneo e della sua crisi. Tanto più foriera di risultati apprezzabili sarà la ricerca che si pone l'obiettivo specifico di isolare alcuni temi forti della teoria politica e il conflitto tra questi. Così impostato ed evocato, il conflitto non può che porsi come termine mediano tra democrazia e complessità. Le quali ultime costituiscono situazioni teoriche e pratiche tra di loro separate da una distanza polare.

Una riconsiderazione del conflitto, con tutto quel che ne consegue, può valere a contestualizzare una interazione comunicativa tra democrazia e complessità. Altrimenti non ci si salva dal dilemma: o il caos o l'amministrazione integrale del ‘politico’. Tenendo ben conto che, perlomeno da Luhmann in avanti, le procedure di amministrazione del ‘politico’ sono, per l'appunto, inquadrate come reazione e soluzione alla complessità sociale, dando luogo ad un curioso paradosso. La complessità sociale, in questa posizione, viene configurata come una delle cause fondanti della crisi della democrazia e, nondimeno, la riduzione della democrazia ad amministrazione si pretende abbia ragione della complessità sociale.

Ma l'amministrativizzazione della democrazia altro non è che una forma estrema della sua crisi: non è soluzione dei dilemmi e dei paradossi democratici, ma loro acuizione. La teoria amministrativa della democrazia, se è così lecito esprimersi, conferisce all'amministrazione la sovranità nella complessità sociale. Una attualizzazione riduttiva di Schmitt, come si vede.

Nella sequenza Schmitt/Luhmann la problematicità e lo spessore epistemologico della posizione di Schmitt si assottigliano paurosamente.

Luhmann fonda la sua teoria della sovranità dell'amministrazione come esplicita critica e radicale superamento della tradizione "vetero-europea". Per contro, Schmitt definisce la sua teoria della sovranità della decisione nello stato d'eccezione, riflettendo sullo Jus Publicum Europeaum e su Hobbes. Secondo il funzionalismo sistemico di Luhmann, la contingenza ambientale col suo tasso di crescita complessificatrice è la minaccia dell'ordine e della stabilità del sistema.

Ora, anche il decisionismo schmittiano ha tra la sue finalità la riconduzione dell'ordine alla sicurezza. Però, all'opposto di Luhmann, Schmitt non risolve mai l'uomo nell'ambiente, riducendo il secondo a misura del primo. In Schmitt, l'uomo con la sua decisione eccede sempre l'ambiente, nei cui confronti è situato in una posizione di insopprimibile trascendimento e, insieme, di ancoraggio.

E con Luhmann, tuttavia, Schmitt (o meglio: qualcosa di Schmitt) muore irreparabilmente. La complessità è il vero "stato di eccezione" permanente della tardomodernità, lo specifico della condizione contemporanea.

Si è alle prese con una eccedenza di continuità e discontinuità rispetto al Moderno delle origini. L'eccedenza si mantiene anche a confronto dei più significativi fenomeni della prima metà del XX secolo. Costante dei processi storico-sociali è l'ipertrofizzazione del tasso di contingenza dell'ambiente; è l'iperproblematizzazione delle aspettative della cittadinanza. Qui muoiono l'ermeneutica esistenziale della decisione e la destinalità dell'esistenza politica dell'Europa con tanta forza affermate da Schmitt.

In Luhmann, decisione ed esistenza sono corrose dal funzionalismo sistemico. Se in Kelsen è la norma a costituire le forme della passivizzazione sociale e del dominio del metodo sugli oggetti, delle cose sulla vita e del potere sugli uomini, in Luhmann è la proliferazione e la differenziazione delle funzioni sociali a ricoprire questo ruolo, all'interno di un quadro storico in cui si ritiene perfettamente realizzata la fungibilità di tutti i bisogni. Ma, a differenza di Kelsen, incardinandosi la passivizzazione su funzioni e procedure metodologiche di ottimizzazione del comando politico, non ci troviamo di fronte a un'ipotesi di normalizzazione, bensì di neutralizzazione sociale. Ciò che di decisionista rimane nel paradigma di Luhmann è strettamente avvinghiato e finalizzato alla neutralizzazione. Ed è la neutralizzazione che scalza il conflitto e si propone come medium tra democrazia e complessità.

Così, Luhmann, nonostante l'accusa di "vetero-europeismo" elevata contro le teoria politica contemporanea, rimane avviluppato nei moduli di "pace e sicurezza" che nel Seicento europeo hanno celebrato il loro massimo fulgore.

Le tesi del "declino del conflitto" occupano uno spazio precipuo e consistente nella teoria politica e nella teoria sociologica contemporanee. Il primo scossone l'hanno ricevuto intorno agli anni Sessanta con la forte ripresa dei conflitti di lavoro in tutta l'area capitalistica sviluppata. In seguito, declinanti sono parse proprio le tesi del declino del conflitto, al cospetto dell'insorgenza conflittuale di attori sociali che con la loro azione e le loro domande hanno oltrepassato i confini propri dei conflitti di lavoro.

A fronte del problematizzarsi dei conflitti nelle società avanzate, si sono fatte più problematiche le teorie del conflitto, integrandosi, da un lato, con le teorie dei giochi e, dall'altro, con le teorie del bargaining. In tutti i casi, il complicarsi e sofisticarsi delle teorie del conflitto lungo queste nuove soglie semantiche rimandano a un sostrato di ascendenza utilitarista: le teorie della decisione razionale.

È ben noto che, in questi ultimi anni, si è cercato di leggere la stessa teoria democratica in termini di scelta razionale. Con il che si è registrato un rinvio puntuale a Schumpeter e, insieme, una infedeltà smaccata ad alcuni motivi schumpeteriani di fondo. Come ha recentemente dimostrato A. Pizzorno (La ‘razionalita' della scelta democratica, "Stato e mercato", n. 7, 1983).

D'altro canto, nel caso italiano il contestuale problematizzarsi e istituzionalizzarsi del conflitto trova sbocco:

(i) sul versante della decisione politica: nel modello della democrazia consociativa;

(ii) sul versante della prassi istituzionale: nel modello dello scambio politico.

Lo scambio politico specificamente declinato dal sistema politico-istituzionale italiano, dalla seconda metà degli anni Settanta alla prima metà degli anni Ottanta, ha come retroterra storico il governo di solidarietà nazionale (1976-78) e base sociale la "strategia dell'Eur" (1977-78), la quale modifica consistentemente le politiche sindacali. In particolare, la prima metà degli anni Ottanta costituisce la palestra in cui si esercitano e si collaudano questi modelli di approccio al conflitto, con l"'accordo di S. Valentino" (1984) a fare da primo cospicuo approdo.

Le lacerazioni da questi fenomeni prodotte nell'unità del movimento sindacale e della Sinistra sono evidenti.

Il fatto è che col comparire ed espandersi della complessità sociale il conflitto non è più leggibile sulla "lunga durata". Generalmente parlando, nelle società altamente sviluppate sempre meno ci si troverà di fronte a cicli lunghi di conflittualità, con esplosioni di particolare intensità; sempre più si sarà al cospetto di conflitti il cui quantum di intensità tende verso valori medio-bassi e su confini spazio temporali ristretti e la cui qualità problematica si inerpicherà verso tornanti medio-alti.

Non appare assai azzardato pronosticare che i cicli lunghi flusso/riflusso/flusso, che hanno caratterizzato, p. es., l'andamento parabolico della conflittualità sociale in Italia, non troveranno più modo di prodursi in futuro. In Italia, con gli anni Ottanta un'epoca dei cicli del conflitto sociale si è chiusa. Perciò, appare perlomeno problematico assimilare questi anni agli anni Cinquanta.

Con la titolarità soggettiva del conflitto mutano le forme di espressione della conflittualità e i suoi ritmi. Il conflitto appare meno appariscente, perché si quotidianizza, estendendosi a tutte le manifestazioni della vita sociale, individuale e intersoggettiva. Quello che a tutta prima sembra un paradosso ha, invece, una rigorosa cogenza logica. Ciò che il conflitto perde in verticalità lo guadagna in orizzontalità.

Intorno ad un vertice e a figure di vertice si era andata per l'innanzi aggregando la mobilitazione collettiva. Ora, scomparsi nella composizione sociale vertice e figure di vertice, la mobilitazione conosce un notevole potenziale di proliferazione, ma fa fatica ad aggregarsi. Troppe figure, troppi interessi, troppe reti di senso, troppe aree tematiche convivono con pari dignità. Difficile resta l'individuazione di campi di tensione che, nel clima dissonante delle differenze, riescano a delimitare un percorso comune. Difficile la definizione di una comunità delle differenze, se non si individuano i punti intorno ai quali le differenze non cessano di rimaner tali e, tuttavia, principiano a comunicare fecondamente tra di loro.

Intorno a quali teorie dei beni si danno nelle società complesse il dialogo e l'aggregazione delle differenze? E intorno a quali beni fondamentali? E con quali linguaggi? E alla ricerca di quale senso?

Ecco le questioni non da poco con cui oggi deve misurarsi una teoria del conflitto all'altezza dei tempi. Dalla cui formulazione può diventare possibile impiantare una critica della democrazia, atta a recuperarla fruttuosamente alle ragioni della complessità.

Occorre perdere l'abitudine ai grandi e sconvolgenti movimenti del passato prossimo. Le tavole fondamentali intorno cui si era data la loro mobilitazione e aggregazione non esistono più e dove ancora resistono scricchiolano sotto l'attrito con la storia. Solo l'identificazione di una nuova mappa di beni fondamentali può valere come cemento unificatore. Con la consapevolezza che ora mobilitazione e conflitto si giocano su tempi brevi e spazi ristretti. Le "onde lunghe" del passato non sono che un ricordo.

Questa incipiente tendenza ha una incalcolabile portata positiva.

Conflitti e mobilitazione collettiva si sgravano, liberandosi della zavorra paralizzante di radici teleologiche e finalismi ingombranti. Le domande di senso inoltrate dai conflitti e dalla mobilitazione collettiva reclamano risposte su orizzonti temporali brevi ed entro una spazialità locale. Nel breve tempo e nello spazio stretto la società politica è messa in questione, nella prospettiva di una più adeguata fluidificazione del tasso di complessità sociale e ambientale.

È una pressione costante, silenziosa, paziente che va sempre più allargandosi a tutti i temi della vita: dalla politicità dell'uomo alla intimità del soggetto; dalla costituzione e difesa dell'identità alla declinazione di più aperti ed emancipanti processi di identificazione collettiva; dalla differenza sessuale alla protezione dell'ambiente; dalla critica alla guerra alla cooperazione multirazziale. Occorrerebbe leggere con più attenzione tali nascenti tendenze puntiformi in questi opachi anni Ottanta, troppo sbrigativamente e univocamente catalogati come "anni del riflusso". E se, invece, di riflusso si trattasse di una caduta di tensione dei modelli di interpretazione della realtà e delle culture con cui la Sinistra aveva finora inquadrato la storia e il rapporto di padronanza da intrattenere con essa?

Di tutto l'ampio e articolato cammino tratteggiato si tentano in questo numero della rivista i primi sparuti passi.

Il Gruppo di Ricerca interviene sul nesso tra conflittualità sociale e lotta armata nel caso italiano, con la Relazione presentata all'omonimo Convegno organizzato in Avellino nel mese di novembre 1988 dal Consiglio Regionale della Regione Campania e dal medesimo Gruppo di Ricerca su "Società e conflitto". Nella Relazione il tema viene inquadrato nella specificità della cornice storica italiana, di cui si identificano in premessa gli aspetti strutturali determinanti. Viene, del pari, tentata una lettura rigorosamente politica della lotta armata, nel cui seno i componenti del Gruppo di Ricerca hanno in passato militato.

È parso, quest'ultimo, un atto dovuto, di fronte all'imperante tentativo di investigare la lotta armata ora facendo ricorso a categorie morali, ora a categorie esistenziali, ora a categorie mutuate dall'antropologia dei costumi, per loro natura sfalsate rispetto al connotato specificamente politico del fenomeno. Non che le categorie morali, quelle esistenziali e antropologiche non abbiano una loro conformità in relazione all'indagine del fenomeno. Ma disgiunte da un substrato analitico politicamente determinato, più che restituire la lotta armata alla sua verità storica e alla critica della storia e della politica, contribuiscono a gettarla in un cono d'ombra. Possono da qui ingenerarsi sovrapposizioni improprie. La Relazione del Gruppo di Ricerca intende muoversi su quella linea di equilibrio tesa a identificare sia le continuità che le discontinuità, veramente dirompenti, tra conflittualità sociale e lotta armata. Paiono, difatti, poco convincenti sul piano teorico e poco legittime sul piano storiografico tanto l'ermeneutica che privilegia i motivi e i luoghi del continuum, quanto quella che fa del discontinuo il suo motivo ispiratore.

Un componente del Gruppo di Ricerca passa in rassegna i modelli della scienza politica italiana dagli anni Sessanta ad oggi, riconnettendoli alle loro fonti teoriche e ai loro paradigmi di riferimento. La postazione da cui questi modelli vengono investigati è quella fornita dalla relazione mobile tra interpretazione e intervento. Ciò può consentire di leggere, tra le righe, il rapporto assai forte sussistente tra scienza politica e politica. Quando l'intervento della scienza politica non appare condizionante, la sua ermeneutica pare fievole. All'inverso, non sempre la debolezza dei suoi patterns interpretativi impedisce che essa intervenga con pesantezza e con effetti condizionanti nelle realtà politiche. D'altronde, il terreno del legame tra scienza politica e politica è particolarmente suggestivo e sfuggente. Per alcuni versi, è rimasto fermo, come incantato, a quella intensa rappresentazione che ne ha fornito Machiavelli con le figure del Principe e del suo Consigliere. Indagare su questo sfuggente rapporto è parso utile, ai fini di una esplorazione di un significativo scorcio della storia italiana di questi ultimi 28 anni.

Proprio alla luce dell'avvertita esigenza di approcciarsi alla complicata trama che si dipana tra democrazia, conflitto e complessità, la sezione delle recensioni si concentra sul libro di M. Walzer, Sfere di giustizia. In Walzer, la teoria dei beni fa inestricabilmente perno con la teoria dell'eguaglianza e della complessità. Il particolare concetto di pluralismo che ne fuoriesce può essere assunto come una prima approssimazione di quel processo di arricchimento teorico e storico della nozione di democrazia oggi indifferibile. È parso, pertanto, particolarmente importante confrontarsi con la posizione di Walzer.

Nella rubrica informativa sulle attività del Gruppo di Ricerca si ospita l'intervento elaborato dal Gruppo di Ricerca per il quarantennale della Costituzione italiana, celebrato in novembre con un Convegno all'interno della Casa Circondariale Nuovo Complesso di Bellizzi Irpino. Infine, si riporta il documento che costituisce, in un certo senso, l'atto di fondazione del Gruppo di Ricerca su "Società e conflitto".

Esaurita la rapida panoramica sugli argomenti del sommario, non rimane da dire che con questo numero zero la rivista si presenta al pubblico e, nel contempo, inizia a sperimentare se stessa: chiede una verifica ed essa stessa si sottopone a verificazione. Il che non sarà senza conseguenze per gli sviluppi successivi.

Cercare una rotta di navigazione felice non è, certo, compito agevole. Mantenerla, tra i marosi del "nuovo" e i residui del "vecchio", risulta ancora più arduo. Tanto più quando si tratta di riconnettere in trama modelli culturali, paradigmi politici e svolgimento storico. Le derive e i naufragi principiano proprio da quelle tendenze, a lungo e deleteriamente diffuse e di cui Vico può ritenersi senz'altro il primo e più grande critico moderno, che spezzano il filo di questa trama; oppure che non conferiscono alla storia piena cittadinanza culturale e politica.

Gli esiti a cui questa rivista è destinata sono direttamente determinati dalla sua capacità o incapacità di mantenere aperto e palpitante il nesso dialogico tra cultura, politica e storia. Con tutto quello che segue in termini di rielaborazione della ricerca storica, culturale e politica.

Ognuno ha il suo Rubicone da guadare. Non diversamente questa rivista. Per la quale, a onor del vero, trattasi di un Rubicone non grande, ma assai localizzato, per quanto agitato e serpeggiante.

 

(estate-autunno 1988 )

 

 

 

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TRAME DELLA POLITICA E DELL’ESISTENZA

(n. 1, gennaio-giugno 1990)

 

Questo numero apre la seconda annata della rivista e si lascia alle spalle il primo anno di sperimentazione con i suoi due fascicoli di prova.

Un anno è troppo poco per delineare un bilancio. Ma è già un arco temporale significativo per stimolare alcuni punti di verifica e spunti di discussione.

Con i primi due numeri di prova la rivista ha cercato di meglio delimitare la propria identità, andando a una prima parziale attuazione del programma di ricerca schizzato nell'Editoriale di presentazione del numero zero.

Al di là del giudizio di merito (che, del resto, non compete a noi), certamente ora il profilo della rivista è più riconoscibile. Se non altro, è venuta meno qualche incertezza di troppo e si sono resi più intelligibili alcuni filoni di ricerca.

Il processo di chiarificazione ed espressione della rivista (della nostra come di ogni altra rivista) è inseparabile dal processo di ricerca dei suoi lettori e dei suoi critici: identità della rivista e identità del (suo) pubblico sono due processi ineliminabilmente attratti verso aree di formazione e interesse comuni.

Nel nostro caso, questa dialettica avvolgente di autonomie in rapporto ha un substrato assai particolare. La nostra è una rivista di "filosofia politica" (in senso lato) che non è nata nell'ambito specialistico della produzione della produzione e del dibattito accademici; bensì in quello della discussione pubblica intorno ai valori fondanti della comunità politica e del pensiero dialogativo che l'ispira.

Essa è sorta in quel movimento fluido di domande e di problemi che interrogano le sorti della politica e il destino della società, al di fuori dei meccanismi dell'erudizione e ben dentro il groviglio inquietante di quei fenomeni che quotidianamente e sistematicamente sviliscono il pensiero e mutilano l'azione. Quando diciamo questo solo subordinatamente ci riferiamo al fatto che la nostra rivista è nata in carcere e che quattro dei suoi redattori in parte convivono ancora col carcere.

Potremmo chiamare gli attori di questo movimento interrogante: gente comune, se l'espressione non fosse stata abbondantemente trivializzato. Eppure ci tocca precisare che si tratta di persone comuni; come gli stessi redattori della rivista sono persone comuni.

Ma in che senso ci tocca precisarlo?

Al fondo dell'esistenza e della coesistenza riparano idealità e principi di libertà, di verità e giustizia. Tale fondo accomuna le persone e i sessi, rispettandone le autonomie di esistenza e di giudizio. Le persone e i sessi si accomunano, inoltrando interrogativi intorno alle ragioni ultime della vita e alle radici prime del destino. Ritrovano in ciò una comune origine; si riconoscono e procedono su un cammino che, pur facendoli progressivamente diversi, non dilapida questa sorgiva natalità. Che è natalità dei generi (uomo e donna) e natalità della specie.

L'interesse alla libertà, alla verità e alla giustizia non solo divide; ma accomuna. Il progressivo impoverirsi del pensiero e lo svuotarsi incessante dell'azione hanno cancellato le tracce di questa ambivalenza. Gli specialismi e i saperi speciali hanno conservato, di tutti i sentieri, solo le biforcazioni, smarrendo irreparabilmente gli incroci da cui ogni sentiero va biforcando.

Saperi trasversali e complessificati, a loro volta, hanno fatto di ogni biforcazione una sommatoria di micro-incroci e di ogni incrocio la ragnatela puntiforme di micro-biforcazioni.

L'erudizione e il sapere nominalistico hanno fatto primato sulla ricerca e sulla verità. I problemi veri della vita sono come spariti dal campo di ricerca della verità. Codici specialistici si sono spacciati per verità, surrogando ora la verità dell’anima e dell’esistenza e ora la verità della politica e dell’etica.

Poche le vie d'uscita da questo imbuto sempre più stretto. Una di questa l'abbiamo tentata noi: ritornare alla comunanza del dubbio, all’interrogare e dialogare intorno ai fondali dell’esistenza e della politica. Per ritornare a cercare una parola, un segno, un linguaggio che non fossero semplicemente testimonianza della vita e della politica, ma che sgorgassero da quegli stessi miasmi e atmosfere cristalline in cui la vita e la politica si formano, macerano e risplendono.

Partendo dalla comunanza del dubbio e cavandone fino all'ultima goccia tutta la linfa socratica, ci avviciniamo all'ingresso intenso e problematico del presente della politica, della storia e dell'esistenza. Il dialogo e il dubbio fanno rientrare ("accomunano") nella mappa delle interrogazioni tempo, politica ed esistenza. Per sapere dove siamo, non possiamo omettere di interrogarci sui luoghi natali da cui proveniamo. Per cercare di capire cosa vogliamo essere e fare, non possiamo omettere di interrogarci sul corso intero del nostro essere e della nostra esistenza, fin nelle loro pulsioni e tensioni più riposte. Non possiamo omettere di interrogare il tempo: i tempi della nostra esistenza, quelli della storia e quelli della politica.

Non esistono saperi e codici della verità fuori della massa di queste domande e di questi dilemmi. Le domande con cui il programma di ricerca della rivista intende bersagliare la società italiana di quest'ultimo quarantennio e i laboratori fllosofico-politici fondanti della storia del pensiero occidentale si sono formale in questo crogiolo. Un ventre materno interrogante le ha custodite e partorite. Sono domande che tentano di travasarsi nelle forme prime e negli approdi ultimi, venendo a contatto con il cammino intermedio che si insinua tra le prime e i secondi.

Seguire e inseguire i mutamenti possibili, delimitando l'area storica e semantica di quelli reali: ecco, in poche e scarne parole, l'impegno più conseguente del nostro approccio. Se la premessa del nostro ragionamento era in attrito con il sapere erudito e nominalistico, le nostre conclusioni configurano, addirittura, una situazione di urto frontale.

Ecco perché, anche se volessimo, non possiamo rivolgerci agli esperti dell'erudizione e ai custodi degli specialismi fini a sé stessi.

Ecco perché dobbiamo e vogliamo rivolgerci a chi, come noi e più di noi, si interroga sul tempo, sull'esistenza, sulla politica. A chi ha questo interesse comune e questa passione comune. La "gente comune", allora, non nel senso della massa inerte e amorfa; bensì le persone vive che problematicamente vivono, nel loro impegno quotidiano ed esistenziale, il carico contraddittorio e, a volte, insopportabile dei dilemmi gravosi del presente e delle sue prospettive, strette dolorosamente tra rovina e speranza.

Ciò non indica una preclusione all'approfondimento teorico culturale. Tutt'altro. Gli approfondimenti debbono essere snodo viole, forme vive di pensiero vivo, in un continuo gioco di rimandi alla realtà più difficile e tormentata che ci sprofonda e ci circonda, per trarne soluzioni possibili allo scopo di rendere più felici, sensibili e abitabili le dimore e le anime delle donne e degli uomini.

Tentare di mantenere fede a quest'impegno ci impone, dunque, un livello di capillarizzazione dell’analisi teorica e dell'indagine storico-sociale che, certamente, esorbita le nostre capacità. Non possiamo non partire sempre e di nuovo dal socratico: "so di non sapere". Tra le necessità dell'analisi e le esigenze dell'anima, da un lato, e il nostro potenziale analitico e il respiro della nostra vita, dall'altro, vi sarà sempre uno scarto incolmabile. Non possiamo fare niente altro che cercare di contenerlo il più possibile. Ma la consapevolezza di questo limite si può tradurre in un ironico punto di forza, ancoro imparando da Socrate: tenere costantemente la nostra ricerca e la nostra vita. Senza per questo rinunciare ad attingere a risultanze più compiute e pregnanti; più certe e problematiche, al tempo stesso.

Anche per questo abbiamo scelto di addensare i nostri interessi attorno ad uno dei nodi centrali che reggono l’architettura su cui è andato edificandosi il divenire del pensiero filosofico-politico e l’evoluzione dei sistemi sociali: quello tra società e conflitto.

Questo nodo, in particolare, è assente nelle tassonomie classificatorie e incasellatrici del pensiero nominalistico ed erudito; amante, come pochi altri, delle acque limacciose e stagnanti dei teoremi universalistici e delle concettualizzazioni immutanti. Pensiero disposto unicamente ad arzigogolare sui bizantinismi formali: vuoto sul piano concettuale e codino su quello storico e politico.

L’erudizione limacciosa non è neanche pensiero che conserva il pensiero: Si deprava in pensiero che perde il pensare, perché pensare è interrogare e interrogare è storicizzare la propria esistenza nel tempo trasformato che ci trasforma.

Pensare vuole dire avere e cercare problemi. O meglio: essere consapevoli dei problemi che solcano la nostra interiorità e che ci assalgono e premono dall’esterno. Agire è condurre il pensiero nel cuore di questi problemi, così come si esprimono nella vita. Non si deve mai smettere di dire che il nostro è un pensiero che agisce e la nostra è un’azione che pensa.

Lungo questi sentieri non c’è scampo per l’erudizione, ma unicamente per un pensiero e un’azione che non cessano mai di ricercare le verità e che non si stancano mai di albergare in quei passi che conducono alle verità e che le fanno camminare.

Questo cammino non può non essere irresistibilmente attratto dai nuclei duri e terribili delle fenomenologie e patologie individuali e sociali; dal carico antico di antichi e irrisolti enigmi; dallo spazio spigoloso delle "questioni calde" della politica e della storia.

Questo cammino è attratto da ciò che il sapere specialistico copre e da ciò che il pensiero erudito tace, relegandolo in un silenzio sepolcrale. E qui viene taciuto non l’indicibile e l’invisibile, ma ciò che più dolora e soffre nelle pieghe del tempo e dell’anima. Qui vengono taciuti i tormenti della società e dell’individuo, a cui vengono appiccicate addosso maschere rivoltanti e allucinate.

Questo tacitamento tirannico disvela la sindrome di onnipotenza che degrada il pensiero erudito, disseminatore per ogni dove di una gelida geometria mortuaria. I trucchi sono qui il prolungamento dei giochi di prestigio del nominalismo erudito: l’impotenza a creare dilata ed esalta la coazione a ripetere.

Un vischioso manto gelatinoso ricopre la realtà, ibernandola e costruendovi sopra una comunicazione simulata e un avvilente quanto aspro e tormentato dialogo che altro non sono che funzioni di finzioni. I saperi e le culture possono, così, matematizzarsi a dismisura; i codici proliferano per partenogenesi linguistica. Ma è una macchina che, in questo modo, ci afferra e ci fa schizzare vorticosamente lontano dalla nostra realtà e dalla realtà del mondo; oppure ci relega beati, "felici" e istupiditi in qualche angolo miniaturizzato in cui abbiamo inconsapevolmente ridotto il vocabolario della (nostra) esistenza alle prime tre lettere dell’alfabeto.

Non si tratta, per noi, di dire ciò di cui non si può parlare, perché non si sa come fare a dirlo. Si tratta, piuttosto, di dire ciò che altri tacciono e pur dolorosamente e contraddittoriamente è stato ed è in vita. Si tratta di dirlo noi, cercando gli enunciati linguistici appropriati: si tratta di farlo parlare, il più possibile, con le sue parole e i suoi enunciati. Una lingua nuova e un paese nuovo, rinnovando la propria patria di sempre, nascono dall’incontro delle nostre parole con le parole che la crudeltà del tempo vuole seppellire. Ritrovarle è un po’ ritrovarsi; ritrovarsi è un po’ ritrovarle.

Ci piace rappresentare il pensiero erudito come il doppio del pensiero autentico. Pervenuti a questo "doppio fondo" del pensiero, la scena che si dipana davanti agli occhi è cosi visualizzabile: la sopraffazione del pensiero autentico per opera del pensiero erudito. Una processualità del genere si instaura tra l'io femminile e il suo doppio maschile, con quest'ultimo nel ruolo di implacabile omicida. Nessuna più genialmente e dolorosamente di Ingeborg Bachmann ha scandagliato queste fessure disperanti dell'essere. La ribellione contro il pensiero erudito non può dimenticare il tormento che l'esistenza costa all'io femminile: per amare e rispettare una libertà altera; per ribellarsi all'aggiogamento della propria.

Analogamente a quanto avviene nella lotta tra l'io femminile e l'io maschile, nella rivolta del pensiero autentico di contro al pensiero erudito si snoda una catena di ambiguità tra le polarità dell'omicidio e del suicidio simbolici. Non lasciarsi sopraffare e zittire dal dispositivo dell'erudizione non basta ancora, ci si può anche adeguare al veleno dell'erudizione, suicidandosi giorno per giorno, inoculandone dosi letali. È il fascino dell'erudizione che qui va smontato e confutato; fascino che vale come violenza quotidiana a cui tutti coloro che vogliono accedere al pensiero autentico sono esposti. Allo stesso modo con cui le donne sono esposte alla violenza quotidiana del fascino esercitato dai modelli maschili.

 

Pensare e agire formulando domande, fanno partire da quel presupposto che fa dell'insufficienza della parola e dell'inesprimibilità del reale il punto di avvio. Il cammino che subito prende forma, si curva verso qualcosa di sospeso, di indeterminato.. dove le tracce dell'esistenza e della politica si perdono. Questo incedere nuota contro la corrente della dimenticanza, fino a risalire ai luoghi delle natalità, del trauma e della felicità possibile.

Non sono più sentieri inerpicanti di parole che si inerpicano. Ma passi pensanti e agenti che risalgono alle esitazioni; ripercorrono azioni interrotte; visionano e inseguono tracce cancellate; inseminano inediti germogli. Passi che si addentrano nelle linee delle lacerazioni, riprendendo tra le mani e gli occhi il vissuto della storia, dell'esistenza e della politica dal confine in cui tutti i loro tempi e dislocazioni si incontrano in uno spazio di frontiera, per sventagliarsi immediatamente in infiniti percorsi.

Il pensiero e l'azione qui incrociano il difficile senso della comunicazione; la frontiera mobile dove lingue, parole, concetti, simboli e cose si associano e scompongono senza soluzione di continuità. Per cominciare a trovare risposte alle domande, ricavando domande dalle risposte.

Il pubblico che la nostra rivista intende ricercare e privilegiare è quello che con essa si colloca all'intersezione di tutti questi problemi. Alla ricerca non del tempo perduto; ma di ciò che nel tempo perdiamo e abbiamo e che nel presente possiamo ritrovare, coltivare e cambiare, facendolo parlare e parlandolo con maggiore sensibilità e cura. Non un far parlare cose morte e imputridite; ma ciò che è stato soffocato o ucciso e non è stato mai rispettato. La mancanza di pietà e di memoria uccide una seconda volta e in una ben più letale maniera.

Il pubblico da cui ameremmo essere incalzati, incoraggiati, pressati e criticati sono proprio quelle persone che sanno vivere l'avventura straordinaria dell'espressione, della creatività e della responsabilità come misura comune, regola comune della loro propria esistenza. Noi siamo in cerca di pubblico esattamente perché un pubblico è alla ricerca di una rivista.

Ecco che, allora, la ricerca attorno al nodo società/conflitto si introverte all'interno dello stesso campo in cui procede il cammino di ricerca e di precisazione delle identità, a partire dalla nostra. Un conflitto di identità si libera al nostro interno e nella relazione tra rivista e lettori.

Come è tipico di ogni conflitto di identità, l'area di insistenza del pensiero e dell'azione oscilla tra il desiderio di riconoscersi e quello di essere riconosciuti. L'afferramento della propria esistenza procede inseparabilmente col riconoscimento di quella altrui. Le strutture dell'identità sono sempre abitate da noi e dall'altro. La paura di abitare è qui il cancro che corrode il farsi e il venire alla luce delle identità. Ma paura di abitare è anche fuga: la risposta ai problemi della realtà assume le sembianze della fuga dal reale. Figura articolata della fuga è il tentativo di addomesticamento della realtà da cui si sta fuggendo. La paura, a questo stadio, si trasforma in ossessione a voler generare, senza essere generato; precipizio, questo, di una vera e propria pressione dispotica che marchia esemplarmente il rapporto tra paranoia e potere. Ci ricordano Horkheimer e Adorno: "L’individuo chiuso in sé è la caricatura della violenza divina" (Dialettica dell’illuminismo, Torino, Einaudi, 1976, p. 204). In queste strutture dell’identità e del conflitto il desiderio di creare è simultaneo al desiderio di distruggere. A questo titolo, esso abita l’inconscio politico e personale, il rimosso e l’oscuro personali e politici.

Le strutture stesse del rimosso politico, pertanto, si pongono come costanti inamovibili. Come disoccultare, neutralizzare e recuperare la loro azione distruttiva?

Consideriamo l’atto di nascita del processo di razionalizzazione delle forme politiche moderne attorno al tema della sovranità. A cominciare da Bodin e Hobbes, assistiamo al tentativo di razionalizzare l’inconscio collettivo strutturato nelle forme del conflitto sedizioso. Lo Stato come forma assoluta, in Hobbes, altro non è che la razionalizzazione assoluta dell’irrazionale passionale. La ragione può, così, estendere e affermare il proprio imperio nelle regioni in cui massima è la rovina dell’"irragionevole", dell’oscuro, del satanico. La ragione sradica l’irrazionale e l’oscuro e sotto forma di Stato ragionevole e calcolante brucia le radici del conflitto passionale. In questa somma volontà di potenza lo Stato si ottenebra: non sa e non vuole vedere e capire le zone ribollenti e sorgive dei conflitti passionali. L’alternativa a questa forma di razionalizzazione imperiale è data da una situazione in cui la ragione rinunci ad essere l’inceneritore dell’irriducibile affettivo e passionale. Si tratta di ricercare e inverare nuove forme di razionalità, le quali rielaborino, in premessa, nuove forme di pensiero.

Alla superficie gelida del sociale delle società complesse le pulsioni dell’irriducibile affettivo e passionale non trovano spazio. Sono rimosse. Ciò ne fa un tema particolarmente caro alla ricerca inverante della "comunità felice" e un problema chiave per la messa a punto della "democrazia vera". Sono, queste, problematiche che si situano al centro degli interrogativi con cui investigare e cambiare la politica.

Una riflessione sulla violenza interna ai gruppi e tra i gruppi sociali; sulla violenza interna alla semantica della politica; sulle pulsioni all’odio e sull’irrazionale pulsionale pare tanto più ineludibile. Ciò anche per impedire il ritorno vendicativo del rimosso satanico, il quale architetta nelle trame della politica modelli totalitari ispirati alla pulsione di morte. Il rimosso tende sempre a far ritorno in superficie. Può farlo come pulsione di morte o come slancio vitale. Le strutture del conflitto e dell’identità hanno da combattere anche questa estrema e strenua battaglia.

"Società e conflitto", dunque; e una volta di più

 

 

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PARADOSSI DEL TEMPO E FRONTIERE DEL CONFLITTO

(n. 2/3, luglio 1990-giugno 1991)

 

1. La rimozione delle trame del conflitto

In un celebre testo del 1915, Freud definisce l’essenza della rimozione come espulsione e allontanamento di fenomeni, processi, desideri e pulsioni della propria coscienza (1). La rimozione è rappresentata come distanziamento dalla propria natura, la quale viene rifiutata. Il rifiuto della propria natura dà formazione al "regno dell’inconscio" (2). Eventi, desideri e scopi rimossi restano, trincerandosi proprio nell’inconscio, il quale costituisce una sorta di natura negata che, nondimeno, rimane e si evidenzia attraverso tutta una fenomenologia sintomatica che, non di rado, assume aspetti nevrotico-ossessivi. La dinamica nascosta dell’inconscio si palesa attraverso fenomenologie nevrotiche e i sogni.

Che tutto questo non resti circoscritto alle patogenesi dell’individuo è chiaro allo stesso Freud, il quale lo associa alla guerra, alla guerra civile e all’azione di polizia (3). La rimozione, occupa, dunque, un posto di rilievo sia nella genesi e nello sviluppo della personalità umana, sia nella genesi e nello sviluppo di fenomeni sociali e politici. Si può concludere che come siamo tutti nevrotici, così la vita delle relazioni socio-politiche è fittamente popolata da processi di rimozione.

Sicché è proprio la rimozione, correttamente analizzata e interpretata, che ci spiega molti dei gesti, delle rappresentazioni e delle opzioni nella relazione intersoggettiva e nella sfera della produzione e comunicazione simbolica della politica. L’imperativo socratico: conosci te stesso, si coestende a tutta intera la società. L’assunto "conosci te stesso" si intreccia con l’altro assunto: conosci la società; quella società in cui la vita personale e relazionale è calata. L’analisi dei conflitti psichici non può procedere separatamente dall’analisi dei conflitti interpersonali e sociali e da un’investigazione della rete psicologica che avviluppa le relazioni di potere. In tutte queste forme di conflitti, i sentimenti e le passioni giocano un ruolo decisivo e assolutamente autonomo. Solo apparentemente i conflitti psichici assurgono a terreno elettivo, se non esclusivo, dei sentimenti e delle passioni, per il fatto che vengono qui alla luce in maniera più diretta e meno mediata. Nella sfera dell’intersoggettività e della comunicazione politica, sentimenti e passioni sono come celati dal filtro di sistemi di mediazioni e normazioni assai proteiformi e sofisticati e, a volte, quasi invisibili. Addirittura, esistono concezioni e prassi che intendono la politica come sospensione e disciplinamento dei sentimenti e delle passioni. In questi casi, l’analitica e la pragmatica della rimozione trovano una specie di traslitterazione nel campo della politica e in quello delle politiche del controllo sociale.

Acutamente, N. O. Brown rileva che Freud, su questo terreno, opera un rovesciamento di alcune delle tradizioni fondazionali del pensiero occidentale e, precisamente, quelle incardinate su Platone, Aristotele e Cartesio (4). Per Freud, l’essenza della posizione dell’uomo nel cosmo è data dal desiderio. Per Platone e Aristotele, seppur differenziatamente, dalla contemplazione. Per Cartesio, invece, dal pensiero sotto forma di cogito. È noto che, per Freud, la nostra attività psichica è regolata dal principio di piacere, il quale stabilisce lo scopo della vita: la felicità (5). È, parimenti, noto che, per Freud, la vita dell’io cosciente è regolata dal principio di realtà. Da qui un contrasto, spesso insanabile e insolubile, tra principio di piacere e principio di realtà, tra sogno e adattamento. V’è, dunque, un collegamento diretto tra processo di rimozione e principio di realtà (6).

Ma il processo di rimozione, combinandosi col principio di realtà, produce delle culture: vere e proprie discipline sentimentali e iniziazioni adattive. Attraverso questo particolare uso della cultura, gli esseri umani smentiscono se stessi, poiché rimuovono la loro vera natura e la natura propria della cultura medesima: rimuovono i loro segreti desideri e ne razionalizzano la perdita. Questo uso dissipativo della cultura adatta e convince a vivere senza sogni e desideri, trasformando la vita in un adattamento a una lotta asperrima, la cui chiave risiede unicamente nella bruta realtà della sopravvivenza. Lo sviluppo della cultura è qui direttamente funzione dell’essenza nevrotica degli esseri umani (7). Quello che qui ci interessa cogliere dell’analisi freudiana è il ritorno costante del rimosso al luogo originario da cui è andato allontanandosi. Per Freud, questa è un’invariante del comportamento umano (8). L’impulso originario, per quanto inibito, interdetto e rimosso, non può essere mai cancellato dal vissuto e dalle biografie personali. Il passato della storia dell’umanità e della nostra storia personale non ci abbandona mai, non cessa mai di dimorare con noi: come ci aveva insegnato già il grande G. B. Vico. Non solo: nell’attualità di ogni atto, gesto, desiderio, pulsione e progetto rivivono in maniera folgorante e infranta gli archetipi che gli esseri umani, dall’orda selvaggia all’umanità incivilita, hanno creato e rielaborato: come ci hanno insegnato, su registri dissimili, C. G. Jung ed E. Canetti. Da qui la necessità, per avvicinare una felice espressione di Marx, di indagare i grandi misteri del cuore umano, in un mondo senza cuore. La rimozione di questo cuore ha sovente, se non sempre, trasformato la storia e la vita in un inferno, a un singolare incrocio tra incubo e ipnosi. L’"Ulisse" di Joyce è un viaggio in questo moderno inferno dantesco e tutto il pensiero di Nietzsche è il soccombente tentativo di prenderne commiato. Tutta la migliore poesia europea, perlomeno dal XVIII secolo in avanti, si è duramente cimentata con questa verticalità aspra dell’esistenza di e della storia, quanto più la storia e l’esistenza la scacciavano dalle loro pieghe e dai loro respiri essenziali. Solo i poeti hanno potuto scorgere la dipartita degli Dei e la morte di Dio. Soprattutto i poeti sono stati maledetti dalla storia che li ha, così, ripagati per la loro infelice veggenza.

Si può, allora, dire: una delle rimozioni ancestrali, continuamente riprodotta in forme nuove, è quella che elimina surrettiziamente la trama conflittuale che avviluppa in unitarie forme di vita Eros e Morte, attività psichica e coscienza, desiderio e realtà, liberazione ed educazione, libertà e storia. La rimozione del conflitto e delle sue unità aggregate e disaggregate ipostatizza il tempo esclusivamente come tempo reale in contrapposizione ai tempi del desiderio. Conseguenzialmente, il tempo è visto e vissuto unicamente come tempo di lavoro. Con la formazione e l’affermazione del capitalismo, questa antica maledizione biblica si esalta, fino a sublimarsi nella estensione del dominio delle macchine e degli automatismi cerebrali, pulsionali e sociali sugli esseri umani in carne ed ossa. Il tempo come lavoro e il lavoro come tempo dovrebbero riscattare il peccato atavico di aver gustato la mela proibita. La storia come inferno è soltanto l’altra faccia del tempo per intero ridotto a lavoro. Il girone infernale più ribollente della storia è diventato proprio il lavoro: in esso gli esseri umani sono stati trascinati ai livelli più intensi dell’alienazione di sé, dei propri sogni e dei propri desideri. Il tempo di lavoro si è progressivamente costituito e dilatato come negazione storico-materiale del tempo di vita; come soprattutto Marx ci ha insegnato.

Questo albero genealogico mostra la corda, allorché il "bisogno economico", già sulla base del massimo sviluppo del tempo di produzione capitalistico, è divenuto il problema secondario della nostra società. Lasciamo. per un momento, da parte le geniali analisi marxiane sull’estensione del tempo disponibile a danno del tempo di lavoro socialmente necessario (9). Richiamiamoci, nell’occasione, ad un autore non, certo, sospettabile di colludere col pensiero utopico. In un testo del 1930, J. M. Keynes ipotizza che, per i nostri, nipoti, il "problema economico" non sarà più "il problema permanente della razza umana ... la nostra evoluzione naturale, di tutti i nostri impulsi e di tutti i nostri istinti più profondi, è avvenuta in funzione di risolvere il problema economico. Ove questo fosse risolto l’umanità rimarrebbe priva del suo tradizionale scopo ... saranno solo coloro che sanno tenere viva, e portare a perfezione, l’arte stessa della vita, e che non si vendono in cambio dei mezzi della vita, a godere dell’abbondanza, quando verrà" (10). Come ben vede Keynes, tale svolta storica richiede profonde revisioni culturali, riadattamenti degli stili di vita, mutamenti dei comportamenti individuali e collettivi, in una vera e propria "rivoluzione dei valori". Lo spettro intero dei rapporti tra virtù e vizi subisce una torsione multipla. Per dirla ancora con Keynes, ritornerà chiaro: "che l’avarizia è un vizio, l’esazione dell’usura una colpa, l’amore per il denaro spregevole, e che chi meno s’affanna per il domani cammina veramente sul sentiero della virtù e della saggezza. Rivaluteremo di nuovo i fini sui mezzi e preferiremo il bene all’utile. Renderemo onore a chi saprà insegnarci a cogliere l’ora e il giorno con virtù, alla gente meravigliosa capace di trarre piacere diretto dalle cose, i gigli del campo che non seminano e non filano" (11). Come ha osservato con acume I. Adorizio, anche in Keynes emerge il carattere di transitorietà del capitalismo (12). Nella sua opera maggiore, del 1936, Keynes pronostica i vantaggi derivanti all’umanità da "un maggior tempo di riposo e di svago contro la possibilità di ottenere un maggior reddito" (13). La razionalità dell’autoreferenzialità economica riposa, dunque, su una irragionevolezza di fondo accuratamente occultata: l’autocentramento sui lati peggiori degli esseri umani, sui loro vizi e sui loro limiti, in una mutilazione impressionante delle loro virtù e delle loro potenzialità creative; come genialmente anticipato dalla parabola di Mandeville sulle api. Come rileva pertinentemente Adorizio, Keynes risolve il problema, rappresentandolo come paradosso del tempo, la cui soluzione è differita nel futuro (14).

2.

Il problema del tempo di fronte al ritmo, all’unità e alle differenze del conflitto

Il problema del tempo ritorna, così, a campeggiare. Una delle tare originarie del processo di rimozione sta proprio nella eclisse con cui si coprono le problematiche della temporalità, della successione e dell’articolazione del tempo. La rimozione scarta il tempo come problema e lo insedia e cristallizza come perdita; come trama da razionalizzare e depurare da sogni, desideri e progetti desideranti. Nella teleologia della rimozione, il tempo diviene figura che deve sciogliersi nella sopportazione del fardello dell’infelicità. La paura della ricerca espressiva della felicità e il travaglio della libertà si sublimano nel realismo che rende sopportabile e accettabile l’infelicità del tempo e i suoi mali, contro cui, rassegnati, si cessa di lottare. Estirpando la necessità di questa lotta, la rimozione ossifica le dimensioni del tempo, i sentimenti e le passioni degli esseri umani: è come un inceneritore che non smette mai di bruciare e che, nel continuare, si costringe senza posa a tornare accapo. Il rimosso non è prodotto volatile ed etereo, completamente e definitivamente espulso dalla realtà. Al contrario, è una determinazione costante e inquietante dell’esistenza e della politica. Il tempo senza conflitto, che l’escatologia ripiegata della rimozione tenta di segnare, è rotto proprio dalla irruzione del rimosso come presenza conflittuale e arcana, irrisolta e indomata. Il rimosso è esso stesso luogo della resistenza e tempo del conflitto. Gli esseri umani medesimi resistono al tempo e il tempo resiste loro. Il conflitto non è soltanto nel tempo; ma nella relazione mutevole che ogni mortale ha col tempo. Niente più e meglio dell’arte ha saputo seguire e inseguire l’arcaicità del rimosso e l’arcaicità del tempo, ridando parola e visibilità a ciò che i processi di razionalizzazione e sussunzione alla disciplina e alle convenzioni avevano tacitato e occultato. Ha felicemente sostenuto R. M. Rilke, in un importante testo del 1899 (Sull’arte): ciò ha fatto sempre dell’arte una "Weltanschauung del fine ultimo" (15). Come da lui genialmente intuito, l’arte non è meramente un prodotto dei tempi; bensì una determinazione essenziale della temporalità che, nello snodarsi, è anche produttività di tempo e della dimensione metacritica del tempo dell’espressione artistica. Ciò la fa configurare, per esprimersi ancora nell’immaginoso vocabolario di Rilke, come una "sensuosa possibilità di nuovi mondi e di nuovi tempi". Configurazione che, tuttavia, si impianta sempre in un oggi, di cui è la risposta. Il tempo, ci ricorda Rilke, è resistenza. L’arte è, allora, risposta alle domande della resistenza: la risposta di mondi nuovi e tempi nuovi. Pur conficcata nell’oggi, l’opera d’arte forza il tempo e le sue prigioni. Nell’oggi ci parla del domani: nel presente ci parla del futuro; in un solo punto/istante del tempo, ci parla di un altrove e delle correnti eterne del tempo. Essa avvicina l’oggi al domani e penetra il presente col futuro. Ecco perché Rilke, a proposito dell’artista, conclude: "attraverso lui parla spietatamente il futuro. Ecco perché l’arte incarna perennemente l’infanzia perenne del tempo; la ricchezza che si alimenta mediante ricchezza, fedeltà e innocenza, non attraverso accumulazioni. Nella sua risposta all’oggi, l’opera d’arte parte sempre da un ieri ancestrale, dalla natalità primigenia del tempo. Felicità e innocenza, pur interne alle più intime correnti e controcorrenti del tempo, vanno costantemente oltre il tempo, la sua freccia e le sue dimensioni. Esse sono coesistenza articolata, non unicamente conflitto, di attimo ed eternità. Entro queste linee di movimento e oltre di loro, il conflitto conserva e cura il ritmo delle unità e delle fusioni; non è mero specchio delle differenze. Qui le linee e il gioco delle differenze cessano di ripiegare eternamente in se stessi. L’ignoto cessa di costituire il nostro terrore arcaico; bensì stimola la nostra fantasia, la nostra creatività, la nostra audacia e la nostra esperienza.

V’è, dunque, un che di misterioso e di indecifrabile che pre-esiste al nostro pensiero e che resiste alla razionalizzazione logica del linguaggio e al disciplinamento del patire. Esiste qualcosa prima del linguaggio e che, per il linguaggio, costituisce un’entità inafferrabile. Verso questo elemento ineffabile i linguaggio si può e ci può avvicinare; ma di fronte ad esso, direbbe Wittgenstein, deve inalberare la propria insensatezza. Non per questo si può concludere, col mistico Jacob Boehme, che il linguaggio naturale è quello dei sensi e che, conseguentemente, non il linguaggio umano, ma quello degli animali è il solo linguaggio naturale, in quanto privo di distorsioni e di menzogne e immediatamente dato. Per J. Boehme, il problema è far ritorno al "linguaggio di Adamo"; per noi, invece, si tratta di ripartire da questo ritorno, eccederlo ed edificare felicità, innocenza e libertà. E ciò, diversamente da Adamo, al di là delle spirali del senso di colpa e dell’occultamento dei processi di rimozione. Noi abbiamo bisogno costantemente di un altro linguaggio; di un linguaggio che, differentemente da quanto avviene per gli animali, non è mai dato una volta per tute, esattamente perché sperimentiamo, in ogni attimo della nostra esistenza, la nostra vita e la nostra morte in condizioni che non sono mai le stesse. Il conflitto è la chiave a doppia direzionalità che si situa permanentemente in mezzo alla (nostra) vita e alla (nostra) morte. A misura in cui rimuoviamo il conflitto, perdiamo questa doppia direzionalità: affoghiamo nelle acque tronfie e stagnanti della sola vita e, così, viviamo di troppa morte. Se il linguaggio, di per sé, non può arrivare ad esprimere e rappresentare lo stupore e il silenzio rispettoso di fronte alla vita e alla morte, vi può riuscire il conflitto.

Il conflitto è la forma incarnata dello stupore di fronte alla vita e alla morte; il silenzio espressivo e primigenio che rispetta regole e incedere del tempo; lo sguardo che mantiene fermi e aperti gli occhi sulle costellazioni identità/differenza ed essere/tempo; lo spazio che ricerca instancabilmente i rumori e i problemi della vita. Esso rivolta il guanto della rimozione e pone di nuovo in confronto, dialogo e contrasto gli esseri umani coi loro problemi e la loro storia coi propri temi e tempi. È il rimosso che qui installa il conflitto e solo il rimosso può terapeuticamente risalire e riattraversare le nostre lande rimosse, guadagnandole all’espressione e redimendole dall’oblio. Se il linguaggio e i processi della rimozione costituiscono, in un certo senso, il dramma del vivere umano, il conflitto, sollevato dall’oblio, può esserne la cura e la salvezza, dopo esserne stato il "male oscuro". Il conflitto è la base dei fenomeni nevrotici e dei fenomeni di rimozioni e, al tempo stesso, la via d’uscita dai mali e dai problemi della vita. Più in generale ancora, esso è un principio primario; come ci ha insegnato Empedocle, per il quale il conflitto tra odio e amore era il "principio primo" dell’universo. Non a caso, lo stesso Freud, pur entro frequenti oscillazioni, si richiama alla concezione di Empedocle (16). Un altro grande filosofo presocratico, Eraclito, era stato geniale cantore di polemos.

3. Senso della vita tra revoca e dilazione di tempo

Secondo il paradosso che vuole il tempo come differimento del tempo, il futuro compare eternamente come eterno rinvio, anziché come eterno ritorno. Ma il paradosso del tempo può acquisire un’altrimenti sofferta e pregnante raffigurazione, qualora si assuma il conflitto quale uno dei princípi primi dell’autoregolazione e del movimento dell’universo. La trama infranta del tempo, i suoi andirivieni caotici e opachi allestiscono una mappa del dolore umano e del sofferto e irto rapporto tra umanità e storia. Questa mappa è intensamente e plasticamente espressa dalla categoria del tempo dilazionato, elaborata da Ingeborg Bachmann nella suo omonima e prima raccolta di versi, pubblicata nel 1953 (17). Per I. Bachmann, il tempo è dilazionato, poiché concesso a ore, sfibrato e lacerato irrimediabilmente nelle sue strutture interne e nel suo flusso storico-esistenziale. La struttura del tempo è negata; da questa struttura negata vengono estrapolati i giorni, come resto di un conto che ci lascia soltanto le briciole . Nella negazione del tempo si dispiega la frustrante concessione dei giorni. Il tempo dilazionato è proprio la coatta e immiserita "sintesi ritrovata" della storia dimidiata tra tempo e giorni. "Tutti i giorni" scocca l’ora del "tempo dilazionato"; tutti i giorni "s’avanzano giorni più duri"; tutti i giorni "la guerra non viene dichiarata, / ma proseguita. L’inaudito / è divenuto quotidiano" (18). "Tutti i giorni" l’orizzonte del tempo è revocabile (19). Il tempo dilazionato è, tutti i giorni, revocato. Tempo dilazionato e tempo revocato si stringono in un unico e letale abbraccio: nella morsa l’umanità resta soffocata e stritolata. La revoca dell’orizzonte del tempo rende duri i giorni. E i giorni più duri sono sempre quelli che restano da venire: i prossimi giorni. Il tempo dilazionato è tempo "proclive all’addio / dopo ogni amplesso"; proprio come l’amata che la sabbia del tempo "trova mortale" e a cui, per questo, "tronca la parola" e "comanda di tacere" (20). Giorni dilazionati (e dilazionabili) e tempo revocato (e revocabile) costituiscono i poli intercomunicanti di un paradosso lacerante e spossessante. Come amanti delusi, insoddisfatti e intristiti, i giorni perdono la parola: il tempo senza parole d’amore vere e senza veri atti d’amore comanda loro di tacere. Quanto più obbediscono a tale ordine, tanto più i giorni — come gli amanti — si inselvatichiscono e infiacchiscono. Il territorio primario in cui si consuma la separazione degli amanti è quello in cui si è dato e procede il trauma della scissione tra struttura del tempo e decorso dei giorni. Scissione e separazione restano, così, fenomenologie della morte, tragicamente distanziate e contrapposte alle fenomenologie della vita. Le prime rimuovono le seconde e le seconde sublimano le prime. Lo svolgimento di questa linea di frattura conduce la vita a sublimare la morte e a rimuovere la vita. È un esito che, per molti aspetti, inverte quasi i ruoli della rimozione e della sublimazione, così come sono stati analizzati da Freud; ma che, nel contempo, ci obbliga a ripartire da due radicali interrogativi: come si vive? come si muore? Vita e morte sono il corrispettivo e il sigillo l’una dell’altra; così come lo sono il dolore e la speranza. Il come si vive è esplicativo del come si muore; e viceversa. Allo stesso modo con cui il come si soffre è indicativo del come si spera; e viceversa. Tutto il reticolo di questi come si regge, a sua volta, sulle strutture che concorrono a formare il percorso e il moto pulsionale del come si ama; strutture, a loro volta, inseparabili dal come si odia. È assai difficile discernere cosa si ama da cosa si odia e perché. Altrettanto arduo è arrivare alla trasparente comprensione del perché si ama la persona che si ama e le cose che si amano. Un possente e misterioso trasporto nasce nelle segrete del nostro cuore e della nostra vita e ci consegna in mano a sentimenti, passioni, oggetti e persone con cui aneliamo ardentemente fonderci, per incarnare con loro i respiri primordiali ed eterni del tempo. Dai quali respiri, spesso, ci ritraiamo subitaneamente, trasecolati, smarriti e intimiditi: paradossalmente attratti dall’ansia di far ritorno indietro, al grigiore delle prigioni dei giorni da cui eravamo pur evasi. Il paradosso esprime con chiarezza che ancora non siamo riusciti a perforare le prigioni che noi stessi abbiamo disseminato intorno a noi stessi. Il tempo che ci aggioga è anche il tempo a cui noi aggioghiamo la nostra stessa vita e il nostro stesso destino. Così, ci capita di incatenare il tempo ai nostri ceppi. La liberazione dalle prigioni del tempo non può che partire dalle prigioni in cui ognuno ha costretto se stesso. Solo rompendo queste sbarre un altro essere può essere finalmente e veramente scorto: dentro e fuori le stesse sbarre. In ogni contatto noi tocchiamo la carne, le catene e le sbarre dell’altro. Ad nostro abbraccio noi abbracciamo la sua libertà e le sue catene. E tutto avviene tra realtà e sogno, i quali si ergono a codeterminanti principali del sogno.

4. Dalla solitudine alla libertà

Nel suo testo sull’interpretazione dei sogni (pubblicato nel 1900, ma ultimato nel 1899), Freud dipinge l’inconscio come una sorta di paese straniero (21). Ma in che senso l’inconscio è un paese straniero? Nel senso che non ci appartiene? Nel senso che è da visitare e, dunque, ci appartiene e non è ancora nostro? Se prendiamo per valida la seconda ipotesi, il sogno non appare più — come ancora in Freud — l’appagamento allucinatorio di un desiderio. Ne consegue che tra realtà e sogno non si dà una relazione dualista; o, se si preferisce, un rapporto di reciproca esclusione. Due sono le forze contrastanti da cui — in Freud — è risultante il sogno:

(i) il rimosso: le pulsioni cancellate durante la veglia, in quanto incompatibili col sistema delle regole sociali e che nel sogno sono appagate;

(ii) la censura: le pulsioni che introducono l’autocontrollo e smorzano i desideri inconfessabili o anticonvenzionali.

Nel sogno il desiderio si prende la rivincita: sguscia dalla chiusa delle rimozioni e delle censure; ma resta incomprensibile e indecodificabile per il sognatore. Quello del sogno è un linguaggio cifrato che "cifra" le privazioni e, a suo modo, le rende pubblicamente "comunicabili". Il linguaggio cifrato dei sogni è il linguaggio privato delle privazioni pubbliche. In questa forma, esso è anche linguaggio pubblico dell’assenza e dell’assente. Pur riconducibile al sognatore e alla peculiarità dei suoi desideri, esso rimane un linguaggio senza chiave. Tale dimensione esprime l’impenetrabile e insostenibile "incertezza dei sogni (22). Più che essere rivelatore, il sogno è occultatore. La sua natura risulta non comunicabile, diversamente dalle opere d’arte. La comunicazione che si sottrae alla manipolazione consta sempre di un che di nascosto a cui inerisce in maniera palese o disvelante; il sogno, mentre li rivela, nasconde il rimosso e il pulsionale desiderante tra una miriade di segni indecifrabili. Il significato del sogno è un testo latente, a cui l’opera di decodifica deve approssimarsi. Ora, per Freud, il passaggio dal testo manifesto a quello latente e, con ciò, la risalita al messaggio nascosto costituiscono specificamente l’interpretazione del sogno. Ma l’interpretazione non può risalire, come dire, all’ombelico del sogno, poiché questo è sempre sovraccarico di significati. Il sogno vive una tipica situazione di saturazione di senso.

Nell’interpretazione dei sogni si esplicherebbe una traslazione linguistica, accompagnata da una sorta di sintassi trasformazionale. Risalire alla sintassi del sogno dovrebbe servire a risalire alla sintassi del rimosso e, per questa via, alla sintassi della realtà. Qui il sogno costituisce l’ultimo ricettacolo del rimosso, l’ultimo filamento di nebbia in cui la realtà tenta l’occultamento di sé. Qui tra sogno e realtà non è possibile comunicazione alcuna.. La realtà è derivata dal sogno per deduzioni sintattiche e differenze semantiche: è estratta dal sogno come ricalco negativo. A questo punto della ricostruzione critica, la dinamica dualistica che Freud inserisce tra realtà e sogno affiora con particolare evidenza: ciò che la realtà esclude il sogno include. Dal dualismo si ingenera un circolo chiuso: il sogno reintroduce di soppiatto il rimosso nella realtà, con tutta la catena immutata e immutante delle sue pulsioni frenanti e repressive. Qui il sogno diviene la terapia di supporto della realtà, attraverso la produzione onirica di desideri fantasmatici e incubi proiettato o sublimati. Ovviamente, questo, è un risultato involontario, essendo la teoria freudiana dell’interpretazione dei sogni volta al raggiungimento di obiettivi positivi e liberanti.

Se questo è lo stato delle cose, si trattava e si tratta di spezzare la ragnatela delle dicotomie pulsionali inserite e coltivate tra realtà e sogno. In Freud, il sogno vale come ritorno del rimosso; ma, in questo ritorno, reperiamo sublimate tutte le trincee e il filo spinato della realtà. La rottura dei divieti che proteggono, col loro scudo, la realtà stenta qui a coniugarsi nella liberazione dal doppio vortice che drammaticamente separa il sogno dalla realtà. Liberazione che reclama con urgenza il superamento basale che Freud intercala tra sogno e realtà. Egli cerca di venire a capo di tale dualismo, elaborando un’interessante teoria dell’arte. Per Freud, a differenza del sogno, l’arte è l’incarnazione della totale e radicale rottura dei divieti: il rimosso non solo ritorna; ma vince. L’arte supera qui e scavalca ogni residuo legame dualistico con la realtà: è libera da essa e rispetto ad essa. Non ne è la negazione disperante o desiderante; bensì (e aristotelicamente) la catarsi. Si spiega, così, il profondo interesse di Freud per la tragedia greca; e per Sofocle, in particolare. Solo nell’arte tragica il ritorno del rimosso, pensa Freud, riesce a distrarre da sé tutti gli eventi distruttivi e traumatici che nel sogno ancora si conservano. Solo l’arte può essere liberatoria, pare dire Freud, in quanto in essa il sogno e la realtà pervengono all’unità della fusione. Nell’arte, addirittura, il sogno ha valore di veggenza: preconizza la realtà, l’anticipa e si conferma come oscuro e indecifrabile fato. Il valore catartico dell’arte suggella della creatività umana: l’arte può dove gli esseri umani non possono. Dove un sogno si infrange e un sognatore naufraga, lì l’arte riscatta sogno e sognatore, salvandoli catarticamente.

A tale snodo, però, irrompe una ben altrimenti lacerante rottura: quella tra arte e vita, intenzionante una patologia classificabile come liberazione dalla vita. L’arte cessa di essere pulsazione interna alla liberazione della vita. Non trascina i luoghi e i tempi vecchi della vita verso luoghi e tempi nuovi; bensì fugge dalla vita. La catarsi artistica, se vale a prendere le distanze dai continenti smorti e plumbei della vita, non riesce ancora ad avvolgere il tempo/spazio della vita, contrarlo e dilatarlo, per una "fuga senza fine" nella libertà. Conferire il massimi di onnipotenza all’arte e il massimo di impotenza alla vita: ecco, in schema, la controfinalità della catarsi. Caro è il prezzo che qui l’arte paga, per domare il principio di realtà; caro è il prezzo che il principio di piacere paga, sublimandosi artisticamente. La felicità e la libertà diventano poco più che seduzioni, facendo zampillare promesse tento rilucenti quanto mutilate.

Perveniamo ad esiti diversi, se colleghiamo il sogno e l’infinito dolore della condizione umana ad una microcellula della realtà: la solitudine (23). La connessione tra dolore, sogno e solitudine ci fa allontanare dal presente, per rivivere i tempi della nostra vita. Non più ricavati, questi ultimi, semplicemente dal racconto degli altri. Vogliamo e dobbiamo mettere in dialogo l’unità molteplice del nostro essere con l’unità molteplice del nostro tempo, tra i molteplici esseri che costituiscono la nostra integrità e l nostra identità, tra i molteplici tempi che solcano e compongono il nostro tempo di vita e di morte. Il sogno e il dolore sono proprio un racconto dei nostri molti tempi e delle nostre molte vite. Essi stanno in un rapporto di differenza e unità con la realtà; sono un viaggio nel mutevole e oscillante essere e farsi della nostra identità a confronto con la vita e la morte del tutto e di noi stessi. Non è più il rimosso che ritorna; bensì il dolore e il sogno che partono dal cuore dei nostri tempi, se ne allontanano e vi riaccedono. Il sogno e il dolore restituiscono alla realtà la sua multiformità e la sua multitemporalità. La prospettiva freudiana è rovesciata.

Ma non è ancora tutto. Il sogno stesso non è un mero raccontare, un racconto semplice. È un raccontare ben particolare e assai più di un racconto. Esso consente di vincere la resistenza del tempo, sfondare le catene della storia, liberandocene dal cappio opprimente. Come dice Bachelard: esistono rêveries, grazie alle quali penetriamo abissalmente in noi stessi, fino al liberarci della storia. Sconvolgentemente soli, veniamo restituiti al nostro nome profondo e alla nostra profonda vita. La rêverie non solo conosce il prezzo della solitudine; ma, pagandolo, ci fa familiari a noi stessi, fedeli al tempo arcano della vita (24). Essa spezza l’incantesimo del tempo e libera la nostra identità per viaggi innominabili. È libertà allo stato puro: libertà della vita contro le catene e le resistenze della storia. La rêverie è uno scatto originario e inabissante e, al tempo stesso, fa progredire le origini dentro squarci di tempo e di vita più liberi. Ci liberiamo dei nostri nomi di superficie, dismettendo le armature della storia, le reti nervose dentro cui siamo intrappolati. Ritrovare il fondo della propria solitudine vuole dire incontrare la purezza e l’innocenza dell’infinito, con le sue lontananze oceaniche e la prossimità dei suoi possibili generosamente dischiusi. Al fondo della propria solitudine riposa la possibilità della libertà, senza ancora un nome. Dare e avere nomi diviene esperire la libertà del tempo e dell’ignoto. Solo la storia richiede in continuazione nomi che si trasformano fulmineamente in trappole, camicie di forza. La vita vera è una continua esperienza dell’indicibile; un varcare continuamente soglie che mai parola, sogno e storia hanno valicato. Questi transiti ci restituiscono a noi stessi e alla vita, ben oltre e al di là dei riflessi riverberati dallo specchio della memoria. Laddove la memoria storica assembla, fissa e cancella tracce, la vita vera rimuove calcinacci, asporta la polvere a caccia delle tracce indelebili delle nostre molte vite e dei nostri molti tempi. Sta qui incuneata la speranza di richiamare in vita e richiamarsi in vita, restituendo noi al cammino interrotto dei possibili uccisi dal reale. Solo così possiamo continuare a sperare, pur nel dolore. Solo così il conflitto che ci addolora può farci ancora sperare e amare. L trame del conflitto ci fanno risalire, addentrare, sprofondare e attraversare, con rigore e passione, questi strati abissali delle interruzioni e delle rimozioni. Il viaggio della solitudine paga il suo prezzo a questi strati della profondità dell’essere e del tempo. Esso diviene il transito necessario, per riconoscere l’altro, toccarlo e sentirlo come alimento indispensabile, per la nostra vita e la vita di tutto. La rêverie è la poetica della vita eretta contro il determinismo della storia: la vita è rêverie e la rêverie è vita; la vita è una poetica e la poetica è vita. Da questa confluenza, Bachelard avverte l’urgenza di aprire la strada ad una poetico-analisi, tesa a farci ricostruire dentro di noi l’essere delle solitudini liberatrici, per restituirci a tutta a tutta l’immensa forza dell’immaginazione e ricondurci ai nuclei della nostra anima incrostati dalla storia (25). Una immaginazione conflittuale ripensa e rivive i tempi delle nostre vite e del tempo, lacerando le superfici indurite della storia e facendo luce nella nebbia dei nascondimenti. Ma solo ciò che già veramente esiste, per quanto indurito e annebbiato, può essere veramente ripensato, reimmaginato e rivissuto in un cammino di libertà e come cammino della libertà. Solo chi già spera e anela può essere afferrato dalla speranza e procedere ammantato di libertà. Da qui è possibile trascendere la stessa rêverie. Se la vita è esistenza senza limiti, si può volare oltre il volo dell’immaginazione. Nel volo c’è e si muove l’infinito. Se il poeta può reincontrare soltanto l’infanzia, un’esistenza senza limiti reincontra, in volo, l’infinito e la libertà. L’eccesso di infanzia è l’inizio dell’infinito, il ricominciamento costitutivo della libertà. Se poema e poeta stanno e restano nell’ eccesso dell’infanzia, la vita e la poetica della vita si staccano dall’infanzia, pur conservandola e custodendola gelosamente. Sono più-che-vita, direbbe Simmel. L’eccesso dell’infanzia è l’inizio della vita. Ma dall’infanzia e oltre l’infanzia prendono cominciamento e germogliano tutte le stagioni della vita degli esseri umani. Oltre l’infanzia la vita vera nasce, soffre, cresce. La vita dell’infanzia è l’inizio della vita ed è sempre la vita l’eccesso del poema e del poeta. Ciò che nemmeno al poema e al poeta è dato, solo la vita può. E può solo quella vita che non si scinde dalla morte. Solo la vita in dialogo con la morte può quello che non sa. Essa non si limita a conoscere e a restare nella conoscenza; è anche in volo: è continuamente oltre i suoi propri limiti. L’agglomerarsi di vita e morte, dolore e speranza può, perché non sa; ed è per questo che deve sapere.

5. Destino e forme: le frontiere della vita

Se ogni cosa, nel suo movimento, non è che particella della cosmica trama del caos, il ricordo medesimo è esperienza dell’immemorabile. Come dice Bachelard: un ricorso non si ritrova; bensì si prova.. Ogni ricordo è un’esperienza originaria; non un semplice tornare indietro. Col ricordo si va avanti e si resta fermi. Nelle ore di questo ricordare il tempo non ha più nome: come ancora dire, con precisione, passato, presente, futuro? Il mondo, noi e il tempo, così come veramente sono, stanno oltre la storia; sono esperienza immemorabile del cosmo. Se questo è vero, il ricordo è oltre la memoria: ricerca non soltanto il vissuto, il memorizzabile e il memorizzato inconsciamente. Si spinge fino a cercare il contatto e sentire il respiro di ciò che non ha goduto vita piena, duramente scontrandosi con le barriere della storia. L’esperienza dell’immemorabile è oltre e sotto il vissuto: prova sentimenti nuovi anche afferrando quelli vecchi, interdetti o rattrappiti. Essa uccide l’indifferenza: quella passata e quella dell’ora presente. Ci consente di vivere l’impossibile non-vissuto del (proprio) passato, squarciando il possibile delle ore passate e di quelle future. Ha ragione Rilke: il destino esce da noi; non già viene da fuori (26). Siamo noi la terra che si muove nel cosmo; il futuro è il sole che ci illumina e sta fermo, al centro galattico della nostra vita e della nostra morte (27). Sospinti a queste altezze e a queste profondità, ci accorgiamo che il tempo dilazionato non è più revoca dell’orizzonte del tempo e i giorni non sono più contrapposti al tempo. I giorno irrompono nella dilazione e il tempo apre i giorni, vivificandoli. I giorni più duri restano quelli di domani; ma nel cuore dei giorni più duri, nel loro nucleo più aspro, ora abita l’indelebile linguaggio della speranza. La struttura del tempo si riassocia al divenire dei giorni, senza per questo coincidervi. Le trame del conflitto sono di carattere unitario e molecolare: rovesciano i paradossi del tempo, riscrivendone geografia e genealogia. Gli esseri umani fanno ritorno al loro destino e da lì ripartono: dal destino che è in loro stessi e nell’intimità dei movimenti dell’universo. Il paradosso primordiale del tempo sta nel movimento tra libertà e servitù, tra vita e morte, tra speranza e dolore, tra infinito e povertà. Il conflitto è esperienza cruciale e bruciante di queste polarità, essendone l’intersezione. Come già sapevano, tra gli altri, Simmel, Freud e Musil, le forze distruttive che aggrediscono più velenosamente entità soggettive e oggettive erompono dalle loro stesse viscere. Il destino di ognuno sta anche nella distruzione di se stesso ad opera di se stesso e nella rinascita di se stesso ad opera di se stesso. La zona fluida tra vita e morte e morte e vita resta il fenomeno più arcano e indecifrabile del destino di ogni cosa e degli esseri umani. Questo straordinario e insondabile movimento si può designare come moto della "perfezione interiore" che cerca e crea la "propria forma", per usare la bellissima espressione con cui Musil esemplifica l’atto di nascita e di sviluppo della poesia di Rilke, nel discorso del gennaio del 1927 con cui ne celebrò la morte (28). Ma la "perfezione interiore" altro non è (per restare a Musil e, in particolare, al suo "schizzo" sulla conoscenza del poeta del 1918) che inventare l’uomo interiore: insegnare all’uomo come essere uomo (29). In questo sottosuolo rovente e accidentato si incontra il proprio destino: lo si trae fuori dalle proprie viscere, per costruirvi intorno le strutture del (nostro) tempo e della (nostra) vita. Seconda questa prospettiva, noi siamo simultaneamente figli e genitori del tempo; figli e genitori di noi stessi. Essere creature e generatori del tempo vuole dire, prima di tutto, essere causa e risultato di se stessi. Generiamo tempo, in quanto siamo fattori di noi stessi e di qualche cosa d’altro da cui proveniamo originariamente e che giammai riusciamo a riprodurre fedelmente. L’alterità è una polarità che è tanto dentro quanto fuori di noi. Il conflitto è la forma di vita gettata tra questo dentro e questo fuori; ed è dentro quanto fuori. Essa è una forma di vita di frontiera; meglio: è una delle più perspicue forme di vita delle frontiere che sono dentro e fuori di noi. Attraverso queste forme di vita, noi possiamo andare oltre la vita, nel gioco e nel movimento dell’universo. Ci ricorda Enzo Paci: "Solo chi va oltre la vita la conquista: chi invece vuole restare nella vita, la perde" (30). L’irreversibilità del tempo ci impedisce il ritorno storico all’indietro; ma andando, attraverso il movimento della nostra rinascita, riacquistiamo le nostre origini più arcane: è facendoci nuovi che ci scopriamo antichi ed esperiamo emotivamente e passionalmente le voragini primordiali delle nostre origini.

Il movimento della nostra rinascita è quella massa conflittuale che ci colloca oltre il bordo della storia e la sua cogenza.

6

‘Politico’ senza dilemmi e invisibilizzazione del conflitto

Ma, ora, la cifra del movimento della storia è, per molti versi, anche cifra della politica, in quanto modello di intervento nel ‘sociale’ nel medio-lungo termine e nel quotidiano. Essendo la politica inseparabile dalla lotta, gli "investimenti affettivi" e lo "sviluppo libidico" della personalità, di cui abbiamo sondato alcuni itinerari, hanno una ricaduta inevitabile nelle regioni in cui si formano e addensano i dilemmi del ‘politico’. Gli effetti di ricaduta appaiono più acuti proprio nelle zone dove sono ubicati i paradossi del tempo e le frontiere del conflitto. Cogliendo queste intersezioni, possiamo quasi disegnare i "contorni" della dramma della storia e dell’alienazione della politica. Il dato che immediatamente risalta è l’esemplificazione della seguente situazione tipo: recita senza attore.

Contenuto del dramma e sostanza dell’alienazione si incardinano proprio sul progressivo evaporarsi delle parti vive e sulla contestuale ridondanza dello stereotipo dei ruoli. Il copione prosciuga la scena, la quale rimane deprivata dei mezzi di produzione e azione soggettivi. Storia e politica finiscono per incombere e gravare sugli esseri umani come meccanismi seriali, evacuanti e glaciali. Nietzsche è supremamente consapevole della terribilità di questo esito: (i) laddove eleva una critica profonda delle culture archetipiche della storicizzazione che vanificano la possibilità di operare — in maniera "inattuale" — "contro il tempo e, in questo modo, sul tempo e, speriamo, a favore di un tempo a venire" (31); (ii) laddove disvela la menzogna suprema del supremo mostro gelido: "Io, lo Stato, sono il popolo" (32). Signoria del tempo, attraverso la storia, e signoria sull’umanità, attraverso la politica, convergono in un nodo fatale: i signori del tempo sono anche i signori dell’umanità. La sovranità politica sull’umanità è, insieme, un prolungamento e una variazione della sovranità sulla storia da parte dei detentori del tempo. Il tempo come potere e il possesso del tempo come possesso del potere costituiscono le strutture profonde e primordiali da cui il pensiero politico e le forme di governo non hanno mai saputo affrancarsi. Anzi, la rivoluzione scientifica e politica con cui si inaugura l’epoca moderna si è espressa anche come padronanza del tempo. Ciò è particolarmente evidente nella teoria politica dello Stato e della sovranità di Thomas Hobbes. Sin dalle epoche arcaiche, la figura del sovrano è immediatamente associata a quella del conquistatore e del padrone del tempo.

Dai primi "imperi universali" dell’antichità ai viaggi transoceanici della modernità al colonialismo e imperialismo dell’Otto-Novecento fino all’integrazione planetaria dei mercati e degli ordinamenti politici dell’epoca presente, conquista e possesso del tempo si sono intimamente intrecciati con conquista e possesso dello spazio. Non v’è potere sul tempo che non sia immediatamente potere sullo spazio. La sovranità, nelle tradizioni che vanno dallo Jus Publicum Europaeum alla teoria della decisione e al relativo concetto di ‘politico’ di Carl Schmitt, è andata configurandosi come misura eccezionale del tempo e regolatore sistemico straordinario dello spazio/tempo dell’azione umana e dei comportamenti sociali. In questa figurazione, essa non è altro che la cristallizzazione della trama della sicurezza e dell’ordine di contro alla trama dell’incertezza e del caos. Gli effetti di insecurizzazione sprigionati dai paradossi del tempo, in questi modelli, vengono contrastati e neutralizzati dalla sicurezza illimitata della sovranità: il ‘politico’ è qui proprio la sovranità illimitatamente sicura. Razionalizzando e neutralizzando i paradossi del tempo, il ‘politico’ tenta di sgravarsi dai suoi dilemmi e si concepisce e rappresenta come trama compatta dell’ordine perfetto, perfettamente autofondato e autolegittimantesi. La struttura che di sé tesse arriva alla rarefazione assoluta, laddove immagina e rappresenta se stesso come controtendenza assoluta del caos e del conflitto, come assoluta controfinalità e assoluta controfattualità della storia.

Attraverso questa autorappresentazione di sé, il ‘politico’ si separa dal conflitto e configura il consenso come assenza dei differenziali del tempo. La situazione stereotipica a cui si accede è così rappresentabile: ‘politico’ senza dilemmi e tempo senza storia. Il conflitto sarebbe stato irreversibilmente caducato da un movimento descritto come "fine della storia" nel cui campo tutto sarebbe intrascendibile e "sempre eguale". Il ‘politico’ cessa di essere qui discorso, progetto, rete di senso problematica, per convertirsi interamente in tecnica e/o tecnologia di governo dell’immutante storico-sociale. In luogo dei dilemmi del ‘politico’, reperiamo la doppiezza della politica, secondo una sistematica che ha i suoi natali nel pensiero politico moderno e che trova i suoi più alti rappresentanti nei teorici della sovranità e della Ragion di Stato, estendendo la sua influenza fino alle democrazie contemporanee (33). Alla ragnatela costitutiva di tale sistematica non sfugge nemmeno Machiavelli che, pure, va considerato il maggior teorico del conflitto in epoca moderna (34).

Su questa linea di sviluppo, nelle società complesse la messa in oblio del conflitto e la sua contaminazione mimetica hanno trovato ulteriori e più solidi punti di presa. Dagli anni ‘50 a tutta la prima metà degli anni ‘70, in tutte le società capitalistiche avanzate, ai modelli e alle strategie delle politiche pubbliche — le cosiddette "politiche keynesiane" — è stata assegnata la funzione precipua di istituzionalizzare il conflitto di classe (35). Ora, siffatta funzione e il soggiacente modello strategico sono venuti meno, al cospetto dei processi di planetarizzazione dei modi di produzione, consumo, informazione e comunicazione. Hanno fatto irruzione storica gli scenari della globalizzazione e dell’interdipendenza, i quali hanno distribuito in maniera diffusivo-interstiziale le ragioni e i motivi dei conflitti sociali, rendendoli sempre meno visibili. Ma il contributo più consistente al processo di invisibilizzazione del conflitto l’hanno fornito tutti quei fenomeni che i sociologi hanno definito "omogeneizzazione degli stili di vita". Tutto ciò è avvenuto sia sul piano transnazionale, tagliando nazioni e ordinamenti politici diversi; sia sul piano transclassista e transgenerazionale, attraversando classi sociali e generazioni differenti.

7.

Etica e conflitto: il tramonto delle macroetiche soggettive e del minimalismo etico

Al depauperamento della percezione del conflitto hanno fatto eco l’atrofizzazione delle sue condotte di intelligibilità, espressione e comunicazione, dal piano socio-linguistico a quello politico e interpersonale. R. Bodei ha letto in ciò una insanabile frattura fra logos e polemos, tra i quali si è eretto un terreno drammaticamente vuoto e giammai colmabile (36). Qui logos sospende polemos, aggirandolo e liberandosi dei suoi vincoli. P. Nozick, su questi segnali e segni dei tempi, ha teorizzato un’etica tutt’affatto nuova: l’etica delle decisioni aggiranti (37). Attraverso tale etica, l’individuo ritiene di poter fertilmente "aggirare i conflitti e di riformulare le sue scelte liberandosi dai vincoli precedenti" (38).

La separazione logos/polemos compone un’azione di sgravamento morale e di attenuazione delle responsabilità: al minimo degli impegni dovrebbe qui corrispondere il massimo dei godimenti. Anzi: godere diviene vivere fuori dall’impegno. Minimalismo etico e massimalismo edonistico fungono quali terminali di avvio e arrivo, elementi complementari ed indispensabili di questo movimenti circolare fondato su se stesso e replicante se stesso all’infinito. La figura/mito vincente diventa quella di Narciso; quella perdente, Prometeo. Dall’io prometeico trascorriamo all’io minimo narcisistico (39). Narciso, con la trama delle sue pulsioni desideranti autoreferenziali, si protegge da Prometeo, distaccandosene con una sorta di dichiarazione di guerra. L’io minimo narcisistico erige una cintura protettiva desiderante nei confronti di qualunque dinamica conflittuale. La sintomatologia stessa del conflitto viene rimossa e un desiderio derealizzante, sublimato in composti mercificati, diviene la nuova pragmatica dei paradossi del tempo. Il tempo appare qui senza frontiere interne e senza orizzonti, poiché deprivato del conflitto. Rimane un’immensa sovrapposizione di scatole cinesi, tra grovigli disanimati e desideri derealizzati.

Il conflitto depauperato è un conflitto disossato e svilito, deposizionato rispetto alle sue cause, alle sue ragioni e alla sue finalità. Al dramma e alla tragedia delle etiche teleologiche e fondazionali, all’impegno delle etiche della responsabilità (comunque orientate: a) all’azione e/o al fine; b) alla rappresentazione e/o alla creazione) subentra il consumo seriale del piacere edonistico che scarnifica e corrode i corpi, facendoli orfani dell’anima, in una rutilante quanto spettrale replicazione. Una delle manifestazioni perspicue delle società capitalistiche avanzate è data dal superamento dell’etica del rigore ad opera dell’etica del consumo (40). Ma l’etica edonistica, al pari dell’etica rigorista del lavoro e di quella sacrificale dell’impegno, rimane prigioniera della griglia fondazionale dei bisogni socio-economici, i cui meccanismi la sovraimpressionano e surdeterminano. A suo modo, l’etica edonistica rimane una macroetica e delle macroetiche vive la crisi specifica e irreversibile. È il consumo che essa eleva a macrosoggetto collettivo. L’io minimo narcisistico è soffocato nella camicia di forza della soggettività edonistica di massa, sovradeterminata dalle regole produttivo-simboliche della mercatizzazione del desiderio. Niente come la macrosoggettività diffusa dell’etica edonistica è ferreamente aggiogata ai ceppi della produzione materiale di merci e della produzione immateriale di simboli/segni. L’io minimo narcisistico, in proiezione, consuma una massa progressivamente crescente di simboli/segni. Ogni prodotto/merce è consumato più per esigenze segnico/simboliche che per necessità immediatamente economiche. Lo status dell’io minimo narcisistico è quello di essere lo schiavo privilegiato della produzione di senso dominante e della dominazione del senso del consumo. L’io minimo è consumatore di simboli per eccellenza, fino ad ossificare la materialità e carnalità della propria vita nell’immaterialità e serialità edonistiche. La desoggettivizzazione degli individui e la soggettivazione massima del consumo, portato imprescindibile della razionalità strumentale dell’edonismo, intenzionano esasperati e drammatici dimidiamenti: individualismo senza individuo e collettivo senza collettività. L’individuo assume qui le sembianze della morte dell’individuo e, per questa via, della morte del conflitto. L’etica individualistica non è, di per sé, contrapposta al conflitto; così come l’etica collettiva non è, in quanto tale, allineata alle ragioni della solidarietà. Vi sono etiche collettive che si inverano come morte della collettività e, per questa via, come morte del conflitto: tutte le dittature e i regimi totalitari che hanno ricercato e ottenuto un consenso di massa costituiscono, in proposito, una tragica testimonianza storica.

Il carattere aconflittuale di un’intera, per quanto varia, famiglia di modelli etici è data da una doppia azione comprimente, direzionata a danno dell’individuo e della collettività. Un’etica a garanzia dell’individuo e della collettività è, perciò, un’etica conflittuale.

Individualismo conflittuale (non già individualismo edonistico/proprietario) e solidarismo conflittuale (non già collettivismo statuale) costituiscono i poli indisgiungibili eppure autonomi di una dialogica della libertà e di un’etica della liberazione. Le trame del conflitto costituiscono l’ordito e il discorso della dialogica insopprimibile e continuamente rideterminata tra individuo e individualismo, tra collettività e collettivo, tra individuo e collettività. La vita storico-simbolica e politico-sociale del conflitto è tanto vita dell’individuo quanto vita della collettività. Il conflitto è la dialogica di frontiera che rende possibile e profondo il contatto e l’interscambio tra le forme della vita dell’individuo e le forme di vita della collettività; tra individuo e individualismo; tra collettivo e collettività.

8.

Tra now e future: etiche conflittuali e soggetti conflittuali

La caduta di tensione di quelli che sono stati unanimemente definiti i "modelli proiettivi" dell’etica, però, non importa soltanto la gemmazione seriale del consumismo. Questa stessa caduta si regge sulla perdita di vigenza di quei processi storico-sociali sui quali il conflitto, per il passato, si è eretto come temporalità della "lunga durata" e come spazialità e ridondanza simbolica di interessi strategici (41). Nelle nuove condizioni storiche sembra lecito concludere: "Ciò che il conflitto perde in verticalità lo guadagna in orizzontalità" (42). La quotidianizzazione orizzontale del conflitto deve indurre un nuovo quadro di consapevolezze culturali, storiche e politiche: " ... ora mobilitazione e conflitto si giocano su tempi brevi e spazi ristretti. Le "onde lunghe" del passato non sono che un ricordo ... Conflitti e mobilitazione collettiva si sgravano, liberandosi dalla zavorra paralizzante di radici teleologiche e finalismi ingombranti. Le domande di senso inoltrate dai conflitti e dalla mobilitazione collettiva reclamano risposte su orizzonti temporali brevi e su una spazialità locale. Nel breve tempo e nello spazio corto la società politica è posta in questione, in prospettiva di una adeguata fluidificazione del tasso di complessità sociale e ambientale" (43).

E dunque: da dove ripartire?

"Alla superficie del sociale nelle società complesse le pulsioni dell’irriducibile affettivo e passionale non trovano spazio. Ciò ne fa un tema particolarmente caro alla ricerca della "comunità felice" e della "democrazia vera". Sono, queste, problematiche che si situano al centro degli interrogativi con cui investigare e cambiare la politica" (44). Ciò per avviarsi a dare l’estremo e definitivo commiato al pensiero politico moderno e contemporaneo, alle loro strutture categoriali e alle loro aporie.

L’epoca si guadagna nuove parabole e ragioni conflittuali. Si tratta, ora, di guadagnare il conflitto all’epoca. Il tramonto delle etiche teleologico-fondazionali e rigoriste-sacrificali offre al conflitto la possibilità di scrivere e disegnare nuove mappe di senso, in un itinerario duramente critico dell’individualismo edonistico. E abbiamo cominciato a vederlo. Se il tempo della vita non è più possibile pensarlo come differimento o revoca, i paradossi del tempo, non per questo, sono riducibili al now e al no future della protesta creativa e giovanile di alcuni filoni del movimento punk. Il tempo senza spazio (il now) e lo spazio senza tempo (il no future) riproducono su scala esistenziale allargata le doppiezze della politica, con la loro pretesa di operare per scissioni progressive ed estreme e di vivere attraverso dimidiamenti che nascondono il loro volto oscuro e terribile. Di fronte al doppio della politica, il now e il no future soccombono fatalmente, essendone una sottomanifestazione espressiva e comunicativa. Spezzare la trama articolata dei tempi e del tempo non è dato. Il qui e ora non è possibile tranciarlo dall’altrove e dal domani; esattamente come il così non è rescindibile dall’altrimenti. Il "qui e ora" dell’individuo è simultaneamente e reciprocamente l’"altrove" e il "domani" del collettivo. Il "così" dell’individuo è simultaneamente l’"altrimenti" della collettività. Solo l’io minimo perde tutte queste determinazioni e scansioni dello spazio/tempo. Il no future è la rappresentazione eterea di questa perdita a livello subliminale: pensa se stesso come catarsi dell’ istante eterno; mentre si immerge totalmente in un mondo senza cuore, dentro cui crocefigge il proprio, senza avvedersene. Attraversando punto a punto i paradossi del tempo e le frontiere del conflitto, l’agonia irreversibile delle macroetiche, delle macrosoggettività e del minimalismo etico rende possibile immaginare e vedere in azione etiche conflittuali e soggetti conflittuali, definitivamente disancorati dagli "universi morali" della modernità e dagli "universi amorali" della società complessa.

Il far perno sul presente non rimuove il passato e non estingue il futuro: il presente come irreversibilità è anche punto di transito della continuità/discontinuità dello spazio tempo. Il passato stesso e il medesimo futuro sono tempi irreversibili. Solo un pensiero dicotomico e linearizzato può fermarsi allo scarto tra le differenze, senza prolungare e approfondire lo sguardo verso la dialogica delle differenze. Soltanto a metà il no future è immanentismo e immediatismo; per l’altra metà è metafisica trascendentalista dell’unilateralità. La morte del futuro nella permanenza assoluta del solo presente è morte di tutti i tempi, incluso il presente. Passato e futuro vengono qui vissuti solo e quando sono presente: prima e dopo non esistono ancora o non esistono più. Un’aporia trascendentalista e metafisica cambia nome al passato e al futuro: ora, li denomina presente. Con questo nome mutato, essi vivono sempre e, al tempo stesso, non vivono mai. Quando debbono essere, non sono; quando non sono, dovrebbero essere.

I paradossi del tempo, ben presenti ad Agostino, divengono qui liofilizzanti che svuotano il tempo. Il presente diventa esattamente il tempo senza tempo. E il tempo avrebbe ora soltanto questo tempo che non è più tempo: questo nulla enfatizzato e consumato. Di solo e di troppo presente si può anche morire: non c’è, infatti, vita nel tempo senza tempo. La difficile decifrazione della successione storico-esistenziale del tempo, all’opposto, dimostra proprio la vitalità del tempo e delle sue determinazioni interne: il suo now e il suo future. Tra now e future sta l’assunzione di un nuovo campo di responsabilità: al di là e al di qua della catarsi mitico-tragica e del differimento sacrificale. Catarsi e differimento sacrificale sono due forme di rimozione. Rimozione è il no future; così come rimozione è il no present. Nell’orizzontalizzazione dei conflitti e nella crisi epocale delle macroetiche, delle macrosoggettività e dei minimalismi si può cercare di essere per il now e per il future. Tra Prometeo e Narciso sta la scoperta di una nuova terra vergine solo oggi affiorante.

Il no future è un pensiero che nega. Si tratta di spingere la negazione verso il suo vertice superiore: la critica utopica e la prassi del cambiamento radicale. Al vertice inferiore della negazione vi sono il gioco edonistico e le tattiche dell’individualismo senza individuo. A questo vertice l’hybris ludica si consuma e converte nel simulacro della creatività e della libertà. L’illibertà e la servitù ai dispositivi della derealizzazione consumistica del desiderio sono le ventose che risucchiano il no future nell’eccitazione istantanea e fantasmatica che, incapace di durare e trascendere i limiti dei propri confini, si condanna ad inanellare spasmi di orgasmo seriale. Ma anche questo nulla, questa nientificazione esaltata del desiderio, occorre saper traversare. Dal nulla in atto, dalla nullificazione quotidiana dell’esistenza nascono la ribellione e la rivoluzione. Ed è qui che la "potenza del negativo" — come già sapeva Hegel — diventa possibilità e atto supremo di creazione e libertà, risalendo le correnti del dolore e dell’ingiustizia. Ci ricorda D. Formaggio: "Il nulla diventa così il carattere distintivo, l’indice metodico dell’uomo: dell’uomo in generale ed in particolare dell’uomo in quanto arte e in quanto rivoluzione" (45).

Si può e si deve essere per il now ed il future, partendo dal no al now e al future dell’io minimo narcisistico e dell’io prometeico. Se possiamo parlare di no future è esattamente per relativizzare e storicizzare la critica dispiegata all’io minimo e all’io prometeico. Da qui prende principio una rivoluzione per l’individuo e dell’individuo nella comunità e per la comunità. Rivoluzione che deve recuperare anche Prometeo e Narciso, non più facendoli valere come caratterizzazioni scisse della personalità o strutture caratteriali opposizionali. Una nuova integrità interiore ed esteriore e una personalità matura passano anche attraverso la essa in contatto critica dell’io prometeico e dell’io narcisistico. Ma, a questo fine, si richiede lo scandaglio e la rielaborazione dell’esperienza del dolore che, così diversamente l’uno dall’altro, Prometeo e Narciso fanno.

Prometeo e Narciso sono frammenti scomposti della forza e del dolore della condizione umana. Interrogati a fondo e a fondo riattraversati, possono far balenare tracce per un cammino di liberazione e di libertà. Per noi, abitatori della contemporaneità, sembra particolarmente urgente interrogarci e interrogare il dolore di Narciso (46).

9.

Doppiezze della politica: oltre il Centauro della democrazia (Gli elementi del problema)

Sospinto fino a queste sponde, l’esercizio critico-negativo può essere congruamente riorientato verso il disvelamento delle doppiezze della politica. L’io minimo narcisistico si trova affiancato da un sistema politico disposto unicamente a concessioni minime, in una restrizione senza fine e costantemente occultata degli spazi dei diritti, delle sfere di libertà e degli ambiti delle garanzie. La stessa democrazia si minimalizza ed è minimizzata: la democrazia minima è il nuovo idealtipo messo in codice. Nemmeno i diritti e le libertà fondamentali trovano adeguata e sollecita protezione. L’attenuazione dei diritti costituzionali diventa teoria e prassi. Il minimalismo costituzionale assurge a nuovo modello archetipico delle teorie della sovranità in tutta l’area delle società avanzate; e l’Italia, di questo fronte, è una delle postazioni d’avanguardia.

Le teorie e le pratiche della sovranità si esercitano sempre più sul popolo e sempre meno sono espressione del popolo. In questo capovolgimento va individuata la crisi delle teorie classiche della sovranità popolare. La situazione è, così, descrivibile: sovranità sul popolo in un quadro di progressiva restrizione della democrazia e della problematica democratica, ad opera di élites politiche che riproducono se stesse direttamente come ceto di potere. Democrazia minima e minimalismo costituzionale costituiscono le modalità di espressione dei dilemmi del ‘politico’ nella contemporaneità, nel loro farsi doppiezza del gioco democratico. La democrazia si riduce sempre più ad un simulacro: una parvenza estenuata e, insieme, una tela piena di strappi prossima, ormai, alla lacerazione irricomponibile.

Allora: no future per la democrazia?

Alla crisi della democrazia contemporanea, sembra certo, non si può rispondere col ritorno alla democrazia diretta dei classici.

Quale il futuro della democrazia, dunque?

Quello pensato da Bobbio che, dal piano interno di procedura atta alla risoluzione dei conflitti senza il ricorso alla violenza (47), la estende al piano delle relazioni internazionali, nei termini cosmopolitici della "democrazia internazionale", con ciò aderendo ad un consistente ed importante indirizzo etico-politologico (48)?

Oppure quello semantizzato da Luhmann, per il quale la governabilità, selettività e rapidità delle scelte sono gli unici veri contrassegni della democrazia oggi (49)?

Tanto per fare due delle tante ipotesi tra di loro in competizione.

Debordando da questo gioco competitivo, il futuro della democrazia pare riposare nel superamento della democrazia, definitivamente oltre il quadro formale e sostanziale della democrazia elettivo-rappresentativa, pluralista e corporatista.

Solo il trascendimento della democrazia può, hegelianamente e marxianamente, conservare la democrazia. Tutto ciò, ben lungi dal semplificarle, complica tremendamente le questioni, richiedendo un surplus di elaborazione critica e di proposizione costruttiva. Si tratta di riflettere e ragionare su quelli che Zolo definisce "i rischi evolutivi della democrazia" (50). Ancora più profondamente, urge lavorare ad una ricostruzione storico-metodologica, teorico-interpretativa ed epistemico-concettuale della de-mocrazia come "valore", "forma" e "sistema" (51).

Occorre costruire le condizioni e gli strumenti della demistificazione della doppiezza entro la quale, nella complessità sociale, la dilemmaticità della democrazia si occulta nelle forme di un moderno Centauro: la testa si presenta sotto le spoglie deontologiche delle procedure e delle regole; il corpo, sotto le sembianze tecnologiche del governo extraregole, non di rado autoritario e perennemente in crisi di legittimità. La doppiezza di questo Centauro è oggi il "mostro gelido" ed al suo disincantamento occorre lavorare. Le nuove frontiere del conflitto costituiscono un possibile punto di avvio per questo itinerario, tutto ancora da delineare e percorrere per una problematica, densa e liberante esperienza dei paradossi del tempo.

 

Note

1 S. Freud, Metapsicologia. La rimozione, Milano, Newton Compton, 1976.

2 N. O. Brown, La vita contro la morte, Milano, Edizione CDE, 1979.

3 S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi, in Opere, vol. VIII, Torino, Boringhieri, 1976; N. O. Brown, op. cit.

4 N. Brown, op. cit., p. 24.

5 S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi, cit.; Id., Il disagio della civiltà, in Opere, vol. X, Torino, Boringhieri, 1978.

6 S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi, cit.

7 S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi, cit.; Id., Il disagio della civiltà, cit.

8 S. Freud, Totem e tabù, Milano, Newton Compton, 1976.

9 K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, Vol. I, Torino, Einaudi, 1976.

10 J. M. Keynes, Prospettive economiche per i nostri nipoti, in Esortazioni e profezie, Milano, Il Saggiatore, 1986, p. 366 ss..

11 Ibidem.

12 I. Adorizio, Il capitalismo, dura parentesi, "il manifesto", 3/3/1990.

13 J. M. Keynes, Occupazione, interesse e moneta. Teoria generale, Torino, Utet, cap. 22, § 5, 1947.

14 I. Adorizio, op. cit..

15 Cit. da N. O. Brown, op. cit., pp. 85-86.

16 S. Freud, Analisi terminabile e interminabile, Torino, Boringhieri, 1977.

17 Ingeborg Bachmann, Poesie, Parma, Guanda, 1987.

18 Ibidem, pp. 23, 31.

19 Ibidem, p. 23.

20 Ibidem.

21 S. Freud, L’interpretazione dei sogni, Milano, Edizioni CDE, 1985.

22 R. Caillois, L’incertezza dei sogni, Milano, Feltrinelli, 1983.

23 G. Bachelard, La poetica della rêverie, Bari, Dedalo, 1972.

24 Ibidem.

25 Ibidem.

26 R. M. Rilke, Lettera a un giovane poeta, Milano, Adelphi, 1980.

27 Ibidem.

28 R. Musil, Sulla stupidità e altri saggi, Milano, Mondadori, 1986.

29 Ibidem.

30 E. Paci, Diario fenomenologico, Milano, Il Saggiatore, 1961, p. 41.

31 F. Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia per la vita, Milano, Newton Compton, 1978.

32 F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Milano, Adelphi, 1968.

33 M. Garbellini, La doppiezza del politico, in A. Q. Aristarchi (a cura di), Questioni di psicologia politica, Milano, Giuffrè, 1984.

34 R. Esposito, Ordine e conflitto, Napoli, Liguori, 1984.

35 E. Bartocci (a cura di), Mutamento e conflitto nella società neo-industriale, Milano, Angeli, 1988. Per i temi qui discussi rilevano, in particolare, gli interventi di A. Giddens, L. Gallino, R. Bodei e U. Cerroni.

36 R. Bodei, Individualismo e conflitto, in E. Bartocci (a cura di), op. cit.

37 P. Nozick, Spiegazioni filosofiche, Milano, Il Saggiatore, 1987.

38 R. Bodei, op. cit. Dello stesso autore anche Gli individualismi: valori morali nella società contemporanea, "Sisifo", n. 18, 1990, pp. 1-2.

39 C. Lasch, La cultura del narcisismo, Milano, Bompiani, 1981; Id., L’io minimo, Milano, Feltrinelli, 1985.

40 D. Bell, Le contraddizioni del capitalismo, Torino, Biblioteca della libertà, 1978.

41 Editoriale di presentazione, "Società e conflitto", n. 0, 1988/1989, pp. 20-22.

42 Ibidem, p. 21.

43 Ibidem, p. 22.

44 Editoriale: Trame della politica e dell’esistenza, "Società e conflitto", n. 1, 1990, p. 14.

45 D. Formaggio, L’arte come idea e come esperienza, Milano, Mondadori, 1990, p. 65.

46 G. Lavanco, Sulle tracce di Narciso: dolore e corpo, "Fenomenologia e Società", n. 1, 1990.

47 N. Bobbio, Il futuro della democrazia, Torino, Einaudi, 1985.

48 N. Bobbio, Questioni di democrazia, "Sisifo", n. 17, 1989.

49 N. Luhmann: Stato di diritto e sistema sociale, Napoli, Guida, 1978; Potere e complessità sociale, Milano, Il Saggiatore, 1979; Potere e codice politico, Milano, Feltrinelli, 1982; Teoria politica nello Stato del benessere, Milano, Angeli, 1983.

50 D. Zolo, La democrazia difficile, Roma, Editori Riuniti, 1989.

51 Su questo immenso campo tematico, inizialmente cfr.: S. Mastellone, Storia della democrazia in Europa. Da Montesquieu a Kelsen, Torino, Utet Libreria, 1986; D. Zolo, Complessità e democrazia. Per una ricostruzione della teoria democratica, Torino, Giappichelli, 1987; S. Veca, Teoria della democrazia fra individualismo e pluralismo, "Teoria politica", n. 3, 1987; L. Bonanate, Pace o democrazia?, "Teoria politica", n. 3, 1987; M. Bovero, I fondamenti filosofici della democrazia, "Teoria politica", n. 3, 1987; G. Cangemi, Convenzionalismo logico e cultura democratica, "Teoria politica", n. 3, 1987; C. Cesa, La democrazia come esigenza morale, "Teoria politica", n. 3, 1988; R. Bodei, Individualismo e democrazia, "Teoria politica", n. 3, 1988; E. Ripepe, A proposito di democrazia, "Teoria politica", n. 3, 1988; P. Farneti, Democrazia diretta e rappresentativa, "Teoria politica", n. 3, 1988; L. Lanzalaco, Istituzionalizzazione della competizione democratica e teoria della scelta democratica, "Teoria politica", n. 3, 1988; R. Dahl, La democrazia e i suoi critici, Roma, Editori Riuniti, 1990; V. Mura, Democrazia reale e democrazia ideale, "Teoria politica", n. 1, 1990; D. Archibugi, La democrazia nei progetti di pace perpetua, "Teoria politica", n. 1, 1990; F. Emery, Per una democrazia della partecipazione, Torino, Rosenberg & Sellier, 1990; D. Zolo, Il principato democratico. Per una teoria realista della democrazia, Milano, Feltrinelli, 1992; G. Sartori, Democrazia. Cosa è, Milano, Rizzoli, 1993; D. Losurdo, Democrazia o bonapartismo? Trionfo e decadenza del suffragio universale, Torino, Bollati Boringhieri, 1993.

 

 

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IL CASO ITALIANO: CRISI PALESI, CONFLITTI OSCURATI

(n. 7/8, gennaio-dicembre 1993)

 

 

1.

La sospensione del 'politico': potere politico e potere giudiziario nella crisi di sistema

Esaminando lo stadio terminale delle "fome della crisi" della politica e del 'politico', così come si configurano nel caso italiano, l'intreccio che si offre immediatamente all'analisi è la contestualità, non certo accidentale, tra l'agonia del sistema politico-istituzionale della prima repubblica e l'escalation dello scontro violento tra i poteri nel biennio 1992-93.

L'analisi dell'intreccio urta immediatamente contro alcuni "luoghi comuni" divenuti, ormai, un leitmotiv rituale sia nell'elaborazione politologica che nelle quotidiane costruzioni e comunicazioni dell'informazione da parte dei media.

Dalla tela di questi luoghi comuni occorre estrapolare la scala temporale e le corrispettive classificazioni storiche e politologiche.

Esistono modi tanto canonici quanto fuorvianti di interpretazione della democrazia, dello Stato, delle istituzioni, del conflitto sociale, della violenza e dell'organizzazione del consenso che hanno accompagnato la nascita e lo sviluppo della prima repubblica (1).

Del pari, assistiamo al proliferare di modelli interpretativi della agonia del sistema politico-istituzionale della prima repubblica quanto meno semplificatori, spintisi, in non rari casi, fino al punto da equiparare l'azione del pool dei magistrati di "mani pulite" all'asse intorno cui ruoterebbe la "rivoluzione italiana" (2).

Non si vuole qui denegare il ruolo positivo giocato da "mani pulite" nell'individuazione e nel sanzionamento degli illeciti, delle corruzioni e del racketing generalizzato posti in essere dalla classe politica di governo (ma, in qualche non isolato caso, anche di opposizione). Tantomeno, si intende passare sotto silenzio l'eccesso di inquisitorialità ed afflittività che ha costituito uno dei tratti essenziali di "mani pulite"; soprattutto, spicca l'impiego sistematico del carcere quale pressione funzionalizzata alle "chiamate di correità" interminabili: produzione di carcere a mezzo di carcere è il paradigma punitivo che qui trionfa.

Piuttosto, si vuole semplicemente sottolineare che è assolutamente mistificante parlare di una rivoluzione per via giudiziaria. Per via giudiziaria, non si fanno le rivoluzioni: al massimo, si assestano i poteri forti; oppure si apre un fuoco di sbarramento contro oligarchie putrescenti, restie ad abbandonare il campo.

Nei punti terminali, il potere giudiziario, da arbitro, si eleva a decisore, allorché il conflitto tra élites politiche non riesce a fornire soluzioni adeguate alle questioni dell'assetto dello Stato, alle forme della rappresentanza, alla ridislocazione dei poteri. Laddove, come nel caso italiano, questo punto/termine è raggiunto, il conflitto politico e interpartitico va procedendo per "colpi di mano" di una oligarchia contro l'altra, in un'estenuante "guerra di posizione", in cui ogni gruppo di potere intende difendere con le unghie e con i denti il proprio "territorio" e le proprie prerogative di comando, di autorità, di prestigio sociale e di status economico.

I modelli anticonflitto e statocentrici messi a punto nel secondo dopoguerra, sviluppati e "perfezionati" fino all'ossessione emergenzialista degli anni '70 e '80, hanno avuto una incidenza politica che è andata sdoppiandosi su due piani temporali:

a) nel breve-medio periodo, hanno agevolato le contrattazioni periodiche tra la classe politica per l'assegnazione e la spartizione del potere;

b) nel lungo termine, hanno oliato i meccanismi di precipitazione catastrofica della crisi di sistema.

Cosicché, se negli anni '70 e '80 la magistratura, quale attore e gestore principale dell'emergenza, si è trovata a svolgere una funzione di supplenza del potere politico, tra la fine degli anni '80 e il principiare dei '90, si autoinveste del ruolo di fattore di ricambio del potere politico.

Il conflitto magistratura/classe politica (di governo) ha inizio nella seconda metà degli anni '80, allorché il potere di supplenza della prima va urtando contro l'intangibilità di comando della seconda. Di fronte ad un sistema politico inabissato in una crisi comatosa, la magistratura cerca di trasformare il suo proprio potere supplente in potere autonomo, tentando di affrancarsi da una storica dipendenza dai partiti politici, che ne controllavano tutti gli inputs e outputs.

La risposta della classe politica non si lascia attendere: viene lanciata una vera e propria strategia di delegittimazione della magistratura, che ha, probabilmente, nel referendum del 1987 sulla "responsabilità civile dei giudici" il suo punto alto. Va, comunque, riconosciuto che, al di là di strumentalizzazioni e conflitti di poteri, le mobilitazioni in tema di "giustizia giusta" colpiscono le patologie inquisitoriali della magistratura e della giurisprudenza dell'emergenza, particolarmente esemplificate dal "caso 7 aprile", dal "caso Tortora" e dagli innumerevoli processi per "fatti di eversione dell'ordine costituzionale".

Successivamente, nel 1991-92, il contrasto trova la sua massima espressione istituzionale nell'accesissimo conflitto tra il presidente della repubblica Cossiga e il Csm. Ma si tratta già degli ultimi "colpi di coda" di una classe politica che non riesce più a convertire la sua occupazione delle istituzioni e della società in legittimità e costruzione del consenso, manifestando al suo interno prime significative crepe proprio intorno all'operato di Cossiga nell'ultima fase del suo mandato presidenziale.

A fronte della crisi dei poteri politici e a misura in cui essa va esplodendo ed evidenziandosi, il potere giudiziario, reclamando la sua autonomia, si propone come unico potere funzionale e funzionante. Legittima la sua azione sulla base della conquista dell'autonomia; esercita la sua autonomia contro il sistema di illegalità che si incardina, a guisa di bubbone, nel cuore del sistema politico. In tal modo, si pone non solo come unico potere funzionale e funzionante; ma, soprattutto, come unico potere legale e legittimo. La legalità e la legittimità gli vengono direttamente dalla rilevazione dei gradi di illegalità e illegittimità dell'essere e del fare del sistema politico. La magistratura, nelle sue linee generali, fa della persecuzione dell'illegalità del sistema politico l'effetto coerente della sua autonomia e dell'autonomia la chiave di volta della messa a nudo dell'illegalità e illegittimità del potere politico.

Diversamente dalle "campagne" di delegittimazione della magistratura promosse dal sistema politico, le "campagne" di delegittimazione della classe politica attivate dalla magistratura colpiscono nel segno, poiché non si basano esclusivamente su oggetti ideologici o simbolici; bensì su fatti di violazione della legalità, su casi numerosissimi di corruzione, su illeciti penali particolarmente gravi e inquietanti.

Quello che le inchieste di "mani pulite" fanno emergere è il grado di inaffidabilità morale della classe politica; mentre in un cono d'ombra restano il suo basso profilo democratico e le puntuali strategie di sospensione del garantismo costituzionale da essa elaborate e attivate. Il sistema dominante, scoperto in flagranza di reato, viene consegnato al ludibrio generale, poiché immorale e predatore; la qual cosa ne moltiplica all'infinito anche la delegittimazione simbolica.

Il profilo prevalentemente etico-pubblico della sua azione consente alla magistratura di ottenere un immediato e amplificato impatto. La ricaduta di consenso sociale si va progressivamente dilatando, anche per la non lieve difficoltà della controparte di giustificare condotte innominabili e indifendibili. La linea di sfondamento della legittimità e della legalità del potere politico riesce, così, a solidificarsi intorno all'asse dell'etica pubblica, laddove negli anni e nei mesi precedenti aveva fallito sul piano più specifico dell'iniziativa politico-costituzionale. Si pensi, a quest'ultimo riguardo, solo per fare qualche esempio, ai depistaggi e agli insabbiamenti che costellano i processi per le stragi di P.zza Fontana e P.zza della Loggia; si pensi, ancora, al coro di polemiche e di resistenze elevato contro le inchieste giudiziarie sulle strutture e sui programmi di "Gladio".

Nella critica dei poteri, il piano politico risulta totalmente disattivo: lo spazio politico viene ad essere integralmente occupato dalla mimetizzazione. Questo avviene:

a) tanto per quel che concerne l'iniziativa della magistratura; cosa, in sé, non sorprendente e nemmeno illegittima;

b) quanto per quel che riguarda i soggetti organizzati della sinistra politica e sociale; cosa assai diversa ed emblematica del loro grave stato di crisi.

La critica si converte in mimesi politica: il cambiamento viene recitato più che agito. Ora, recita e mimesi costituiscono, fisiologicamente, il terreno di coltura ideale per trasformismi culturali e politici miranti a modifiche e assestamenti in senso conservativo dei cardini istituzionali ed extraistituzionali del sistema sociale. Il ricambio di potere, in tal modo, viene giocato simbolicamente su categorie etiche e politicamente secondo coordinate di ingegneria istituzionale di stampo conservatore che si autorappresentano surrettiziamente come "rivoluzione", "rinnovamento", "cambiamento", ecc.

Nella prima repubblica l'evoluzione delle forme della politica e l'allocazione dei poteri sono andate procedendo secondo una successione temporale di questo tipo:

a) la fase di incubazione e organizzazione della democrazia: 1944-1947; l'elemento statuale si va sovrapponendo all'elemento politico, in quanto la costruzione dello Stato repubblicano viene ritenuta questione politica dirimente dal ceto politico antifascista;

b) la fase di maturazione: dal 1948 fino al '68; l'elemento statuale assorbe l'elemento politico, all'insegna della conquista dello Stato da parte del ceto politico di governo;

c) la fase della crisi: dal '68 alla prima metà degli anni '80; il sistema dei partiti sussume sotto di sé lo Stato, le istituzioni e la società;

d) la fase agonica: dalla seconda metà degli anni '80 ai primi anni '90; l'elemento giudiziario procede alla messa in mora, per via extrapolitica, del sistema politico-economico dominante.

Le quattro fasi sono organate da un asse comune: la sospensione del 'politico' a vantaggio, prima, dello Stato; dopo, del sistema dei partiti; infine, del potere giudiziario. Il dato precipuo del caso italiano, che nella crisi di sistema tocca vertici "sublimi", è che il 'politico' non viene mai ripensato; bensì costantemente rimosso e aggiogato ai ceppi dei poteri.

Il sistema di azione e comunicazione di "mani pulite" si è retto sulla sospensione del 'politico', non tanto nel senso, in sé banale e scontato, che non spetta alla magistratura proporre il ridisegno politico della società. Piuttosto, in quello che il potere giudiziario, nella crisi di sistema, si è posto come ri-regolatore sociale, come metapotere normativo che tutto sottopone alle proprie sfere di azione e sanzione.

L'azione di legalizzazione portata avanti dal potere giudiziario è stata, in un certo senso, stimolata dalla cristallizzazione del vuoto di progettazione politica che a cavallo degli anni '80 e '90 tocca l'apice. I governi di pentapartito sono stati la ratifica formale della cristallizzazione di questo vuoto: la pura e semplice sopravvivenza del regime è divenuto l'unico principio ordinatore della decisione politica e del processo di governo.

Accanto ai motivi di delegittimazione endogena passati in rassegna ve ne sono altri, non meno dirompenti, di natura esogena.

Con "le rivoluzioni del 1989" e il crollo del muro di Berlino sono venute meno le ragioni internazionali del carattere escludente della democrazia pluralista italiana, tutta proiettata in funzione antisovietica. Se l'antifascismo costituisce la cerchia selettiva attraverso cui il Pci viene integrato nel dispositivo costituzionale, l'anticomunismo, ben presto, diviene il discrimine qualificativo del processo di governo e della collocazione dell'Italia nello scacchiere internazionale. Nell'ordine internazionale bipolare, scelta atlantica e pregiudiziale anticomunista divengono, fino alla "solidarietà nazionale" degli anni '70, una delle sorgenti primarie della formazione dell'identità del sistema politico e dei singoli partiti (non solo di governo). Con il crollo del bipolarismo, coevo alla dissoluzione del sistema imperiale sovietico, il processo di formazione dell'identità del sistema politico e dei singoli partiti entra in una crisi profonda. L'anticomunismo e l'atlantismo non possono più funzionare come collante ideologico-simbolico; né come quella ineludibile fonte primaria a cui i partiti democratici pluralisti, in Italia, riconducono la necessità della loro costituzione e della loro azione.

L'avanzare di questo processo a scala internazionale depriva il sistema politico italiano e tutti i partiti di governo di alcune delle loro ragioni sociali fondanti: le fonti di identificazione, ormai, restano drammaticamente ancorate ad uno spazio/tempo storico e sociale estinto. Tale vuoto esogeno si somma a quello endogeno, generando una situazione di autismo politico senza precedenti. Il "vuoto politico" che corrisponde a tale situazione si esplicita come crisi irreversibile dei regolatori sociali della vita comunitaria e del legame sociale corrispondente al patto costituzionale. In questo "vuoto politico", la magistratura ha potuto progressivamente investire la propria autonomia, mettendo fuori gioco tutti i soggetti forti del potere potenzialmente capaci di contrastarne l'ascesa.

Quanto più in profondità, per le ragioni endogene ed esogene prima analizzate, si è spinta la sospensione del 'politico', tanto più è stata alimentata la crisi di sistema; tanto più si sono costituite le premesse per l'autonomizzazione del potere giudiziario e tanto più il potere politico è andato colando a picco sotto i colpi di "mani pulite".

Da questa angolazione di osservazione, "tangentopoli" è il punto di incrocio terminale:

a) del carattere deficitario e spoliatorio della democrazia italiana;

b) della colonizzazione politica della società;

c) dell'incapacità della classe politica non solo nel governare la complessità in termini di crescita della democrazia; ma, addirittura, nell'autoriformare il circuito delle proprie funzionalità;

d) della sindrome di regolazione autoritativa che ha, da sempre, occupato i luoghi e le culture del "fare politico" e gli interstizi di tutte le giurisdizioni del potere.

Per tutte queste motivazioni messe insieme, l'emersione di "tangentopoli" si profila come elemento di un assolutamente inedito salto di regime.

2.

La struttura dei poteri: dall'unità alla dissoluzione

Alla svolta degli anni '90, la crisi di sistema "lavora" ad un salto di regime politico.

I caratteri e i contenuti della crisi diventano virulentemente autoesplicativi. Non altrettanto può dirsi dei conflitti che, nel passaggio di regime politico in questione, si ingenerano e disseminano. Anzi, quanto più chiaramente precipita la crisi di sistema, tanto più "oscure" divengono le ragioni e le sequenze dei conflitti. Nel senso che, mentre la crisi si offre nella sua nudità, il conflitto e i soggetti del conflitto stentano a trovare collocazioni di senso congruenti e condotte intelligibili nel teatro dell'azione sociale.

Sul potere giudiziario ricade un doppio ordine di conseguenze:

a) da un lato, esso va sempre più assumendo le funzioni di catalizzatore del dissenso in funzione del cambiamento politico; ciò spiega anche l'incondizionato e massificato "favore popolare" che lo circonda;

b) dall'altro, è l'antagonista (e, dunque, il bersaglio) principale di quei soggetti e quei poteri che temono la dissoluzione delle loro sfere di autorità e di comando.

Sicché mentre il conflitto sociale trova una sua surroga nell'opera di legalizzazione portata avanti dalla magistratura, il conflitto interpartitico e tra i poteri si oscura totalmente: diventa sordo e terribile.

Surroga del conflitto sociale nell'azione del potere giudiziario e oscuramento del conflitto tra i poteri sono i due elementi cardine che contestualizzano la fase agonica della prima repubblica. Un contesto, si tratta di aggiungere, largamente inedito, nonostante addentellati e legami di continuità, non ininfluenti, con trascorse fasi politiche; come vedremo.

Procediamo con ordine.

Se si vuole definire in termini concettuali la cruda sostanza del caso italiano, si può, certamente, dire che esso rappresenta l'incarnazione esemplare di un paradigma così enunciabile: crisi palesi, conflitti oscurati. Questo paradigma lo inveniamo all'opera in tutte e quattro le fasi storiche della prima repubblica che abbiamo in precedenza tipicizzato.

Si sbaglierebbe, però, nel supporre che siffatta costante paradigmatica produca invarianze nelle forme, nelle strategie e nelle tattiche, nei progetti e nei programmi, nelle finalizzazioni a breve e a lunga durata del "fare politico" della classe politica di governo. I modi e le strategie con cui questa ha proceduto all'oscuramento del conflitto risultano estremamente diversificati, a seconda del momento politico, dell'antagonista da neutralizzare o colpire, dell'interesse interno e internazionale preminente per la sopravvivenza dello schieramento coalizionale. Addirittura, nella fase agonica la classe politica di governo, non solo agisce, ma subisce l'oscuramento del conflitto.

Il primo elemento che occorre evidenziare è che nelle prime due fasi della prima repubblica, vale a dire per tutto il ciclo storico che dal 1944 si distende fino al '68, la classe politica di governo ha, di fatto, detenuto il monopolio della politica e del potere. Qui è proprio il monopolio della politica e del potere la forma palese della crisi che oscura il conflitto. L'oscuramento del conflitto qui significa direttamente il silenzio di qualunque altra voce della politica e di qualunque altra forma del 'politico' che non siano la voce e le forme codificate dalla classe politica di governo. Il sistema politico che ha voce è il sistema dei partiti di governo. I soggetti e gli attori che non vi coincidono sono sospinti ai margini della politica e della rappresentanza: sono soggetti e attori senza voce; in questo senso, i conflitti di cui sono portatori risultano oscurati. Ora, tale contesto è palesemente rivelatore tanto della sindrome di onnipotenza che anima la classe politica di governo quanto dello smarrimento della classe politica di opposizione.

Con l'insorgenza del '68 e dei cicli decennali di lotta sociale che ne conseguono, il sistema politico coalizionale perde il monopolio della politica: nuovi soggetti sociali e nuovi attori irrompono prepotentemente sulla scena, rivendicando apertamente la partecipazione diretta alla politica e al potere, per un mutamento qualitativo e un arricchimento delle forme della democrazia. Se nelle due fasi storiche precedenti la classe politica di governo oscura il conflitto, impedendone il farsi voce, ora, di fronte alla "presa di parola" dei movimenti e dei soggetti sociali, deve togliere voce al conflitto, per oscurarlo.

La "presa di parola" del conflitto non soltanto strappa il monopolio della politica alla classe politica di governo; del pari, toglie dalle mani della classe politica di opposizione il monopolio della critica. Per un verso, si crea una rotta di collisione tra conflitto sociale e classe politica di governo; per un altro, si incunea uno scarto non irrilevante tra conflittualità sociale e classe politica di opposizione. Se la classe politica di governo ha lo scopo precipuo di togliere voce al conflitto, la classe politica di opposizione si pone l'obiettivo dichiarato di destrutturarlo e delegittimarlo, in primo luogo sul piano simbolico e culturale: la "solidarietà nazionale" degli anni '70 costituisce la precipitazione politica di questo atteggiamento culturale. La nascita della sinistra rivoluzionaria, con i suoi molti e gravi limiti e i pochi ma non lievi meriti, è, insieme, effetto ed interpretazione lucida di questo stato di cose. L'ammutolimento coattivo e la delegittimazione culturale delle voci del conflitto fungono quali canali di emarginazione dei soggetti del conflitto: da questa emarginazione prende piede l'avventura della lotta armata.

Le strategie anticonflitto della classe politica di governo non vengono puntualmente rilevate dalla classe politica di opposizione. Tanto che non trascurabili fette della sinistra di opposizione:

a) per un lunga fase iniziale, imputano agli anarchici e a Valpreda la strage del 1969 di P.zza Fontana;

b) riconducono sistematicamente l'azione di contrasto della "strategia della tensione" alla lotta contro gli "opposti estremismi", nel cui paradigma conflittualità sociale e insorgenza eversiva vengono fatte disinvoltamente convivere.

La crisi palesa l'autoreferenzialità asfissiante del sistema politico dominante. Questo, vistosi apertamente attaccato dal conflitto sociale, lo contrasta duramente: prima, criminalizzandolo e, dopo, destabilizzandolo con politiche di neutralizzazione sociale. Tra la criminalizzazione e la neutralizzazione si inserisce la "strategia della tensione", avente lo scopo dichiarato non solo e non tanto di impedire al conflitto di farsi voce; bensì di estirparlo con una pianificazione politico-militare, l'attivazione dei ceti sociali conservatori e la mobilitazione del sistema politico in tutte le sue componenti.

È opportuno soffermarsi brevemente sulla "strategia della tensione", sia per il ruolo storico da essa giocato, sia per le l'evocazione che di essa viene fornita, di fronte al sistematico e "totale" scontro tra i poteri inaugurato dall'attentato di Capaci del 23 maggio 1992, che costa la vita al giudice Falcone, alla moglie e ai tre agenti di scorta.

Non è possibile approntare una chiave di lettura congrua della "strategia della tensione", se non la si associa al fenomeno delle "maggioranze silenziose", attivate in funzione anticonflitto negli anni di efflorescenza della mobilitazione collettiva (3).

I poteri, sentendo vacillare la loro legittimità e avvertendo la minaccia di una soggettività sociale altera, che mette in discorso e organizza altri princípi politici e altri valori di senso, fanno entrare in scena una controinsorgenza politico-militare, strettamente irrelata alla mobilitazione delle "maggioranze silenziose", per riconquistarsi e ridefinire sul campo la propria rilegittimazione politica e simbolica.

La circolarità dei meccanismi della delega politica si compie perfettamente:

a) in condizioni di normalità, le "maggioranze silenziose" delegano la decisione al potere;

b) in condizioni di eccezionalità, il potere delega alle "maggioranze silenziose" la piazza, l'agorà, ridotta, ormai, a puro orpello simulatorio.

Il terribile connubio potere/paura non solo irrigidisce tutti i centri di legittimazione dell'autorità politica, ma anche la disposizione dei centri morali. L'immaginario collettivo va inclinando verso rappresentazioni altamente drammatizzate e antinomiche.

La "strategia della tensione" si muove secondo una triplice assialità:

a) regolare sul piano politico-militare e simbolico il conflitto;

b) mobilitare la "maggioranza silenziosa" in funzione anticonflitto;

c) assestare l'intero sistema politico su prospettive di ordine e stabilità.

Nella mobilitazione della "massa", essa ricorre ad una prassi atta a produrre terrore, oltre la soglia del puro e semplice perturbamento. Il suo scopo non è unicamente quello di impedire che la "presa di parola" del conflitto diventi comunicazione dialogante delle sue ragioni e dei suoi fini; ma anche e soprattutto affossare un dialogo sociale che inizia a ricoprire le voci del potere, mostrandone impietosamente i limiti e i lati oscuri.

A questo livello di oscuramento del conflitto, la riconferma e lo sviluppo delle strategie antimutamento richiedono l'immolazione della massa come "agnello sacrificale", per poterla scuotere ed eteromobilitarla. Nella sua prima fase, la "strategia della tensione" è stata questo elettroshock. Non possiamo dimenticare, in proposito, che per P.zza Fontana tutti i poteri (a partire dalla suprema carica dello Stato) indicano la "pista rossa".

Un disegno antropologico, non solo politico, governa la prima fase della "strategia della tensione", indipendentemente dal grado di consapevolezza dei suoi artefici ed esecutori. Lo schema antropologico è, così, ricostruibile: produrre morte nella massa, per costringere la massa a produrre la morte simbolica e politica dei soggetti della perturbazione e della conflittualità.

In una breve fase intermedia, il cui punto alto è costituito dalla strage di P.zza della Loggia (Brescia, 28 maggio 1974), la "strategia della tensione" passa ad attacchi selettivi: non più indiscriminatamente la massa è il suo obiettivo; bensì la cittadinanza politica e sociale del conflitto. In questo modo, la "morte nella massa" si prolunga nell'operazione tendente a portare la morte nel "campo avverso". Vale a dire: la "strategia della tensione", in questo passaggio, si erge a rappresentante simbolico-militare della massa, in nome della quale intende eliminare l'antagonista sociale e politico.

Con la strage dell'Italicus (San Benedetto Val di Sangro, 4 agosto 1974), la "strategia della tensione" combina l'intimidazione alla cittadinanza politica e sociale del conflitto con l'attacco alla massa. Tale combinazione regola anche la strage di Bologna (2 agosto 1980). La sconfitta della classe operaia alla Fiat nell'autunno del 1980, dopo i "35 giorni" e la "marcia dei 40.000", rende obsolete le pianificazioni e la necessità stessa della "strategia della tensione".

Accreditati filoni di storiografia e politologia di sinistra hanno sempre postulato che la motivazione fondante della "strategia della tensione" sia la seguente: impedire lo spostamento a sinistra del quadro politico italiano. Secondo questo punto di vista, la "stra-tegia della tensione" è assimilabile a niente più che ad una sottoespressione armata della "conventio ad excludendum" a carico del Pci. Secondo questa classificazione, la "strategia della tensione" finisce con l'essere una costante politica illimitata nel tempo, senza alcuna soluzione di continuità e priva di cesure interne.

Il postulato, pur richiamandosi a non secondari processi storici e politici, appare troppo semplificatorio: la sua vigenza si incardina su non lievi forzature.

Vediamone le più rilevanti:

1) Va segnalata, in primo luogo, la riduzione della "strategia della tensione" alla elaborazione e all'azione dei gruppi della destra eversiva, ritenuti in mano ai poteri occulti, con l'appoggio-copertura dei servizi segreti e l'imprimatur dei settori più retrivi del potere politico-economico-finanziario.

2) In secondo luogo, è reperibile lo schiacciamento dell'intero apparato categoriale-programmatico della "strategia della tensione" alla propaganda e ai piani dell'eversione di destra: dal convegno dell'Istituto Pollio (4) sul tema de "La guerra rivoluzionaria" (hotel "Parco dei Principi": Roma, 3 maggio 1965) alla produzione ideologica dei gruppi eversivi maggiori (Avanguardia Nazionale, Ordine Nuovo, Fronte Nazionale, Mar, Nar, ecc.).

3) Continuando, va rilevata la mancata intelligenza della complessità ideologica, politica e, financo, organizzativa delle ragioni e degli schieramenti che sottendono alla "strategia della tensione". Nello svolgimento di essa, al contrario di quanto postulato, sono proprio i gruppi dell'eversione e gli apparati di sicurezza dello Stato a giocare un ruolo di seconda fila rispetto alla struttura complessiva dei poteri palesi.

4) Ma, soprattutto, risalta l'incomprensione totale di uno degli assi pianificatori principali della "strategia della tensione": non già inibire lo spostamento a sinistra del quadro politico; al contrario, recuperare e attivare le forze della sinistra in un disegno politico di normalizzazione politica della società, secondo strategie hobbesiane di regolazione autoritativa del conflitto. Da questo lato, la distanza tra la situazione di "pluralismo centripeto" e i governi dell'emergenza (da un lato) e la "strategia della tensione" (dall'altro) è meno pronunciata di quanto normalmente si è disposti a concedere. È in questo quadro che diventa intelligibile quell'evidenza empirica che vede naufragare il "Piano Solo" e i ricorrenti tentativi di "colpo di Stato"; non già il centro-sinistra (prima) e la "solidarietà nazionale" (dopo).

5) Tra i risvolti di base del postulato che si sta sottoponendo a critica, va, infine, rilevata l'omessa distinzione, culturale prima ancora che storica e politica, tra eversione di destra e conflittualità sociale. Costituisce, questo, il presupposto in forza del quale tutto ciò che fuoriesce dalle compatibilità date della razionalità democratica e non è contemplato nei codici ufficiali della critica alla democrazia viene interpretato come una variante di "sinistra" di un progetto sostanzialmente reazionario di eversione dell'ordine. Gli attacchi ai movimenti sociali (a partire dall'accusa di "provocatori" agli operai di P.zza Statuto) e lo stravolgimento interpretativo dell'ideologia e dell'azione della lotta armata (si vedano i discorsi ricorrenti sulle "cosiddette Brigate rosse" e sulla loro presunta eterodirezione da parte di potenze straniere e/o servizi segreti e/o poteri occulti) costituiscono la superfetazione paradigmatica di questo deficit culturale e di questa mistificazione politica.

6) Conseguentemente, il postulato in questione ammette un corollario, particolarmente in auge nella pubblicistica e nella propaganda politica, così esemplificabile: nella prima repubblica, regolatore del nesso crisi/conflitto sarebbe stato il "convitato di pietra". È, questo, il paradigma del "Grande Vecchio" in una delle sue più rigide declinazioni. Questa sorta di Moloch onnipresente, invisibile, onnipotente e proteiforme, a seconda delle convenienze e delle circostanze, ora avrebbe mosso i fili del "terrorismo nero", ora quelli del "terrorismo rosso", ora quelli della criminalità organizzata e ora li avrebbe miscelati e ricombinati, in un gioco a "parti scambiabili", ma a "copione fisso" e secondo una "regia unica". Con tutta evidenza, il limite principale di siffatto paradigma indiziario, al di là delle dosi di suggestione fantastico-congetturale che lo inquinano, riposa in questa circostanza: i processi storico-sociali e le relative responsabilità politiche (non già dei poteri occulti, ma di quelli palesi) restano invariabilmente sullo sfondo, finendo, così, con l'essere sottratti all'azione di una efficace e risoluta critica.

Nella ricostruzione della "strategia della tensione" e, ancor più, delle "disavventure della democrazia" nel nostro paese non è dato proporre scenari di confliggenza diarchica tra uno Stato legale e palese e uno Stato illegale e occulto. Nel senso che, in Italia, non è esistito un doppio potere, ma una struttura di potere unica, estremamente complessa e ramificata nel "sociale". Non si dà, insomma, la clonazione di un potere segreto nel cuore del potere manifesto; all'opposto, lo Stato è fatto di facce in luce e lati oscuri che sono, comunque, riconducibili ad una struttura di comando unitaria.

Già dopo la caduta dell'assolutismo monarchico dell'ancien régime, lo Stato non è una struttura compatta senza alterità interne, al di fuori della fronda, del complotto e della sedizione segreta. Al contrario, raccoglie al suo interno una molteplicità di interessi, i quali disseminano una articolata rete di poteri, lungo la quale prendono corpo conflitti talora anche virulenti. Non è il potere occulto che confligge contro quello legale; bensì interessi diversi accedono all'area del potere e trovano rappresentanza nel reticolo statuale, entro il quale debbono raccordarsi ad interessi divergenti, con i quali sono in una relazione di competizione/conflitto/associazione. Va, infine, aggiunto che nelle democrazie avanzate i poteri occulti non sono, poi, tanto "occulti", trovando regolare modo di manifestarsi e organizzarsi in "gruppi di pressione" e "lobby", di norma rappresentati nelle istituzioni elettive. Lo Stato repubblicano italiano non sfugge a questa evoluzione; anzi, ne invera un modello perspicuo.

Nella fase agonica della prima repubblica quella che salta in aria, per linee interne, è proprio la struttura unitaria dello Stato e dei poteri. Gli interessi e i poteri che prima confliggevano all'interno della compagine statuale, ora si dissociano, non trovando più un punto di intesa unitario sui "tipi" e sulle "forme" del governo; sul "modello di società" e sulle strategie del "controllo sociale"; sull'appropriazione e redistribuzone delle quote di autorità e di ricchezza. Né sono più gli equilibri dell'ordine internazionale, in quanto tali, a poter fungere quali vettori sostanziali degli accordi e delle spartizioni di potere. La dissoluzione dell'unità statuale dei poteri fa da premessa ad una furiosa lotta per la riconquista dello Stato, che passa per la rimozione a tappe forzate del ceto politico che ne aveva monopolizzato il possesso.

Come sempre, la rottura dell'unità statuale evoca "scenari di guerra". I poteri confliggono in maniera più aperta che mai. Ciò che rimane occultato è la posta in gioco del conflitto: il possesso dello Stato. Si combatte una guerra interna allo Stato del tutto particolare: è possibile vedere con precisione le battaglie e i caduti che esse comportano; oscurate e inconfessabili rimangono le ragioni che modellano questo particolare tipo di guerra.

Il processo di disvelamento di "tangentopoli" è uno dei portati della dissoluzione dell'unità statuale. La sua forza sta nel sottolineare il grado di illegalità e illegittimità della pre-esistente unità statuale; la sua debolezza sta nell'impossibilità di porsi, con le sue uniche forze, come centro di irradiazione di una nuova compagine statuale. La tremenda forza e, insieme, la terribile debolezza di "mani pulite" stanno nell'essere troppo avanti rispetto ai "soggetti della politica", ancora pesantemente attardati nella difesa di posizioni di retroguardia e in trasformismi bizantini.

Ancora una volta, sono il ritardo della politica e il silenzio del 'politico' a rendere incandescente la situazione e problematico il crudo conflitto per la conquista del possesso dello Stato che si va consumando nell'agonia della prima repubblica.

La paralisi della politica e del 'politico' è acuita da un triplice ordine di motivazioni:

a) per la prima volta nella storia della prima repubblica, la classe politica di governo subisce l'asprezza del conflitto interstatuale;

b) la classe politica di opposizione non si pone il problema della "trasformazione sociale", limitandosi a invocare il ricambio della leadership del sistema; col che delega lo stesso salto di regime all'azione di ri-legittimazione e ri-legalizzazione portata avanti dalla magistratura.

c) la mobilitazione collettiva non riesce ad andare oltre il, pur giusto, appoggio a "mani pulite".

Il combinarsi di tutti questi elementi rende poco allettanti gli esiti possibili del conflitto di potere in atto. Niente e nessuno garantisce che il salto di regime politico incubato nell'agonia della prima repubblica non rechi con sé nuove e più perverse forme di autoritarismo politico e discriminazione sociale; anzi. Del resto, cosa mai ci si può aspettare, in termini di reale e duraturo potenziamento della democrazia e degli spazi di libertà, allorché il cambiamento non ha tra i suoi fattori il protagonismo delle masse e della mobilitazione collettiva?

3.

Il salto di regime: il punto zero del rientro della violenza interstatuale

 

Tutti i problemi di democrazia e di giustizia accumulati e non risolti dalla prima repubblica vengono letteralmente azzerati. Il passaggio di regime politico in corso si costituisce sulla cancellazione dei nodi della prima repubblica: quello che si ricerca non è un punto di svolta; bensì un punto zero, da cui far ripartire la marcia, senza politicamente far i conti col passato. La volontà politica dominante, con rare eccezioni, è presto disvelata: rinviare sine die l'assunzione delle responsabilità politiche. C'è un codice simbolico che, involontariamente, tradisce l'indisponibilità dei soggetti politici della prima repubblica ad assumersi ognuno la responsabilità storica e politica che gli compete. Ci riferiamo alla sequenza pressoché infinita della "ricostruzione" di nuove formazioni politiche attraverso l'autoscioglimento e la rimodulazione delle vecchie, di cui il paradigma "rinnovare senza rinnegare" costituisce la coniugazione teorico-programmatica esemplare.

Ora, l'azzeramento della responsabilità politica e delle "questioni di democrazia" ereditate dalla prima repubblica, mentre ha sovralimentato la violenza interstatuale, conserva in circuito tutti i soggetti e tutte le strategie anticonflitto che, dal secondo dopoguerra in avanti, hanno cooperato a fare dell'Italia una democrazia dimezzata e controllata. In altri termini, si dissolve la vecchia unità della compagine statuale; ma non per questo i poteri che la costituivano abbandonano il campo. Ciò non solo ha reso il salto di regime una specie di calvario; ma ipoteca pesantemente e complica i futuri assetti interstatuali e istituzionali.

Il lento maturare e, successivamente, il deflagrare di questo processo, in qualche modo anomalo, hanno ridisegnato gli scenari dello scontro e del confronto politico. Poteri confliggenti ma uniti, ora si dividono, entrando in una competizione violenta tra di loro. I termini possibili dell'accordo sono ora "mediati" e comunicati dallo scontro aperto, dai rispettivi colpi che gli uni contro gli altri vanno assestando.

Gli scenari di guerra entro cui si va consumando l'agonia della prima repubblica non sono riconducibili allo schema duale "pro" o "contro" il mutamento; né al "ricatto armato" per mantenere la gestione delle vecchie fette potere; né ai "colpi di coda" dei presunti poteri perdenti.

In linea generale, i poteri della dissolta struttura unitaria dello Stato partono dalla consapevolezza che si deve cambiare; che il cambiamento è necessario; che occorre rideterminare gli assetti endorganizzativi dello Stato e le sue funzioni politiche, sociali e simboliche. Sono in guerra, esattamente perché nessuno vuole essere tenuto fuori dal mutamento; perché ognuno vuole determinarne forme e contenuti, lasciarvi la sua impronta e riallocarvi la sua presenza.

Con l'apertura degli anni '90, lo scontro violento tra i poteri cresce in sistematicità e intensità.

Le tappe visibili di questa escalation sono:

a) la strage di Capaci (23 maggio 1992);

b) la strage di Via D'Amelio (24 luglio 1992), in cui perdono la vita il giudice Borsellino e i suoi cinque agenti di scorta;

c) le autobombe di Via Fauro a Roma (14 maggio 1993) e di Via Georgofoli a Firenze con cinque morti (27 maggio 1993);

d) le autobombe nella notte tra il 27 e il 28 luglio 1993 a Via Palestro a Milano, con cinque morti, e a S. Giovanni Laterano e S. Giorgio al Velabro a Roma.

Lo svolgimento delle tappe successive dipende dai modi con cui, da ora, si va preparando la nuova miscela unificatrice dei poteri. La mediazione politica risolutiva della violenza interstatuale passa per la ricostruzione del dispositivo endorganizzativo dello Stato, dei suoi apparati e delle sue funzioni pubbliche. Effettivamente, le "riforme istituzionali", in questo senso, sono necessarie. Il loro significato politico essenziale, nemmeno troppo riposto, risiede proprio nella riforma di poteri, nella variazione della loro mappa e della loro presa sulla società. Quanto più procede con lentezza la ristrutturazione dei poteri e delle cerchie della loro riassociazione e ricomposizione, tanto più si approfondiranno e prolungheranno nel tempo le spirali della violenza interstatuale. Ciò che, da questo lato, viene richiesto è una soluzione che sposti il conflitto di potere più avanti e, per questo, ricomprenda in sé la violenza interstatuale, intercomunicandola nelle forme del conflitto non guerreggiato. Il rientro della violenza interstatuale è la prospettiva politica su cui si enuclea il salto di regime. A misura in cui ciò si verificherà, non è dai poteri via via emarginati che occorrerà guardarsi; ma, al solito, dai poteri forti: quelli che integrano l'unità della compagine statuale.

Il precisarsi progressivo di tale processo ha ridotto la portata del progetto delle "riforme istituzionali". Fino alla prima metà degli anni anni '80, indipendentemente dalle varie soluzioni proposte, nel dibattito politico-costituzionale esse hanno figurato come il grande disegno della realizzazione della "democrazia compiuta" e dell'"alternanza". Ora, invece, sono costrette a fare i conti con la regolazione della violenza interstatuale, a cui debbono opporre/fornire un progetto politico, per ricondurla nell'alveo istituzionale.

Il recupero della violenza interstatuale, in costanza della labilizzazione delle sfere della responsabilità politica, rappresenta quel punto zero di cui le forze e i poteri più forti e attenti sono alla ricerca, per impiantarvi sopra il salto di regime, contenendo e calibrando gli "strappi" col passato. Liberare il ciclo politico dalle pastoie del passato, omettendo di farvi i conti sino in fondo, mentre consente di buttare a mare i poteri e gli attori politici più compromessi, ripropone nei nuovi contesti in formazione i non districati nodi politici della prima repubblica. Con questa si realizza una relazione di continuità/discontinuità, in cui:

a) la discontinuità è ridotta al livello minimo necessario e assume, quel che più preoccupa, una connotazione politica apertamente conservatrice-tecnocratica;

b) la continuità è ricoperta ed occultata con la simulazione del "nuovo" nelle faglie di superficie della comunicazione sociale e dell'immaginario collettivo.

Il carattere di conservazione politica e restaurazione culturale che dimensiona il salto di regime è acuito proprio dalla necessità di recuperare la violenza interstatuale. Due sono le soluzioni possibili dalla violenza interstatuale:

a) il riassetto dei poteri in termini di stabilizzazione autoritativa e ordinamentale;

b) la svolta verso un nuovo modello di società.

Ognuna delle due soluzioni vale, altresì, come vanificazione dell'altra: il riassetto autoritativo dei poteri scongiura e riprogramma la svolta; e viceversa.

Il salto di regime in corso, su queste basi, rielabora ad un livello ancora più alto e sofisticato la sospensione del 'politico', approfondendo ed estendendo le strategie di oscuramento del conflitto sociale. È proprio con l'eredità culturale delle lotte sociali degli anni '60 e '70 che la ricomposizione dei poteri in atto intende procedere alla "resa dei conti". "Resa dei conti" giocata come uno degli elementi portanti di una riunificazione della struttura di comando dello Stato non più obbligata a passare per la "strategia della tensione" o suoi equivalenti. La destrutturazione centrista e moderata di gran parte della vecchia sinistra di opposizione e il silenzio dei movimenti agevolano oltremodo questa progettualità di smemoramento culturale. Impressionante, già oggi, il caos semantico-interpretativo con cui le nuove generazioni "memorizzano" i conflitti degli anni '60 e '70.

Il buio steso sulla memoria storica, politica e culturale costituisce il siero velenoso che inocula il montaggio/smontaggio/rimontaggio di identità artefatte e mutilate, irreparabilmente scisse dai contesti che le hanno formate, di cui smarriscono le necessarie soglie di consapevolezza. In queste condizioni, ritrovare una criticità di pensiero e di atteggiamento diviene un rompicapo di ardua soluzione. Non solo. La cosa ben più grave è che la critica individuale e il dissenso sociale implodono e si vanno orientando verso la rottura della dialogica della solidarietà, secondo le pulsioni degli egoismi gruppuscolari. Costituisce, questo, un elemento di sostrato tra i più rilevanti del profilo culturale ed etico del salto di regime in corso, le cui conseguenze letali avvertiamo più gravosamente nella stessa quotidianità dei comportamenti individuali e collettivi.

È a questa soglia profonda che si organizza la deriva di senso di quelle etiche della libertà e di quelle culture dell'agire collettivo che costituiscono il sigillo e la traccia del passato che occorre recuperare e rielaborare integralmente; mentre, invece, assistiamo alla loro eclisse definitiva, in una sorta di secessione simbolica, etica e culturale. Il successo del politicismo etnico conservatore di forze come la Lega parte da qui; da qui parte, in Italia, l'implosione di senso delle sinistre.

29 luglio-3 agosto 1993

 

Note

1 Per l'analisi e la critica dei processi politici e dei relativi modelli interpretativi della democrazia italiana, si rinvia ai materiali di carattere storico e politico ospitati in "Società e conflitto", sin dal n. 0 del 1988/89. Materiali che sono facilmente rintracciabili nei sommari delle annate 1988-1993 forniti in questo fascicolo della rivista.

2 Un'incisiva critica dei paradigmi della "rivoluzione italiana" sta in: A. Burgio, La democrazia ologarchica, "il manifesto", 10/3/1993; Ida Dominijanni, Una rivoluzione senza politica?, "il manifesto", 27/7/1993.

3 L'analisi qui condotta della "strategia della tensione" trova la sua formulazione originaria in Gruppo di Ricerca su "Società e conflitto", Storia, linguaggi e memoria: le riscritture del '68, "Società e conflitto", n. 00, 1989, pp. 453-457.

4 L'Istituto Pollio viene fondato nella primavera del 1965 da Enrico de Bocard, ex repubblichino di Salò, con l'appoggio esplicito del generale Viggiani, capo del Sifar. I problemi di organizzazione e funzionalità economica dell'Istituto sono curati dal colonnello Rocca, capo dell'ufficio Rei del Sifar. Tra i relatori e i presenti al convegno, oltre al citato de Bocard, si se-gnalano Guido Giannettini, il generale Osvaldo Roncolino, il professore universitario Pio Filippini Ronconi, Pino Rauti, Stefano Delle Chiaie, Mario Merlino.

 

 

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DENTRO, CONTRO E OLTRE IL CARCERE: DOMANDE SULLA LIBERTÀ, SULLO STATO E SULLA DEMOCRAZIA

(n. 9/10, gennaio-dicembre 1994)

 

1.

Può la libertà dei liberi fondarsi sull'illibertà dei reclusi?

Il carcere, per implicito e per esplicito, con la sua fabbricazione sociale e le sue proiezioni simboliche sottende, organizza e difende una certa idea di libertà. I mutamenti che intervengono nella costruzione sociale e nell'organizzazione simbolica del carcere, da un lato, riverberano e, dall'altro, determinano metamorfosi e riaggiustamenti nelle idee e nelle pratiche della libertà. Si può dire: come il carcere è la faccia nascosta del pianeta libertà, così le sfere materiali della libertà sono il nascondimento emarginante e segregante del carcere. Sfere della libertà e sfere del carcere, proprio per questo, non smettono mai di intersecarsi. Contrariamente a quanto – da sempre – postulato dai paradigmi punitivi, quanto meno sono estesi e profondi gli spazi e i tempi delle culture e delle pratiche del carcere, tanto maggiormente estesi e profondi sono gli spazi della libertà; e viceversa. Da questo lato, trova una coerente verificazione un principio così postulato: il grado di civiltà di un ordinamento giuridico-politico e di un sistema sociale è misurato dal grado di civiltà del sistema carcerario. La libertà dei liberi verifica il suo reale grado di cogenza sulla serie e sulla qualità dei diritti che i reclusi riescono ad esercitare. Intanto, perché il soggetto recluso è titolare pienamente di diritti naturali inalienabili e di diritti civico-politici non surrogabili. In secondo luogo, ma non subordinatamente, la "difesa della libertà" non ha, certo, nella risposta reclusoria una strategia conforme allo scopo, a partire da due evidenze elementari:

1) l'una quantitativa: l'aumento del numero dei reclusi diminuisce quello dei liberi;

2) l'altra qualitativa: la restrizione della libertà applicata secondo una razionalità incrementale rende incerte e comprime le sfere di esercizio della libertà dell'intero corpo sociale.

Ovviamente, le condotte di azione di queste due risultanze trovano frequenti e preoccupanti punti di intersezione, drammatizzando le condizioni di enucleazione delle sfere della libertà e rendendo abnormi, per intensità e perimetro, le cerchie della sofferenza legale. Sicché, concretando un caso veramente esemplare di "circolo chiuso", la libertà giustifica il carcere e il carcere la libertà. Non sorprende se, su questa base, interdette siano verifiche puntuali tanto del grado di libertà della "società libera" che di quello della "comunità reclusa". La prima legittima la propria libertà come libertà dal carcere, nel mentre chiede/impone alla seconda di cristallizarsi come rinuncia alla libertà. Attraverso strategie di controllo e discipline di destrutturazione/strutturazione del Sé e delle corrispondenti scale valorative, la rinuncia alla libertà cerca di sedimentarsi nel corpo e nell'anima della "comunità dei reclusi": l'interiorizzazione della colpa costituisce qui la "retribuzione" della pena e, nel contempo, disvela la finalità riposta della punizione. Ecco perché – da sempre – la sofferenza e il controllo incrociano la coercizione e, reciprocamente, la coercizione non è mai sganciata dalle strategie di introflessione della colpa, le quali non sono semplicemente finalizzate alla reclusione dei corpi, ma si configurano anche come una modalità dell'incatenamento delle anime e del pensiero. In carcere le strategie che dall'alto scandiscono il tempo, regolano lo spazio, normano il movimento delle forme e dei soggetti viventi costituiscono un composto indivisibile di coercizione, sofferenza e controllo. Per sua essenza, il carcere è l'associazione permanente di questi tre elementi.

Le forme del carcere dipendono:

1) dai modi attraverso cui procede la combinazione di coercizione, sofferenza e controllo;

2) dal peso specifico, di volta in volta, assunto da ogni singolo elemento.

Ciò è vero per tutte le forme di carcere finora conosciute; tanto più vero è per il penitenziario moderno, con il quale il carcere si è eretto a vero e proprio sistema concentrazionario (1).

Tutto questo, a livello sistemico, sdoppia e, insieme, articola due livelli:

1) il primo, sul piano macro: le forme storiche generali attraverso cui ha proceduto la metamorfosi del sistema carcere;

2) il secondo, sul piano micro: le forme storiche particolari attraverso cui il sistema carcere si è andato strutturando.

Ad ognuno di questi livelli corrispondono delle funzioni, delle strategie e delle pianificazioni, in forza dell'esigenza del governo flessibile del sistema. Le strategie del governo flessibile del carcere si differenziano nel tempo e nello spazio. L'universo concentrazionario si compone di più anelli penitenziari: ogni anello si caratterizza per i modi e le forme dell'associazione di coercizione, sofferenza e controllo. Persino, all'interno di un singolo penitenziario, con una capillare strategia di differenziazione socio-antropologica, convivono "sezioni" regolate da strategie di governo diverse, in cui differente è il grado della combinazione di coercizione, sofferenza e controllo. Il "trattamento differenziato" è una costante nelle strategie di controllo della reclusione e, al tempo stesso, una variabile relativamente recente, introdotta dalle "carceri di massima sicurezza" che in quest'ultimo mezzo secolo, dagli Usa, si sono rapidamente diffuse in tutti i paesi democratici avanzati. Una costante, perché le procedure, le tecniche, le strategie di controllo e governo della reclusione, in ogni tempo, hanno dovuto dar conto alla differenzialità (i) dei soggetti (e dei comportamenti) reclusi, (ii) delle circostanze sociali e delle motivazioni del reato, (iii) degli effetti della pena e della punizione. Una variabile nuova, perché il suo retroterra culturale e simbolico si è prolungato in paradigmi cognitivi e modelli politici che hanno fatto della norma penale e della sanzione reclusoria un meccanismo di riproduzione sociale del carcere, di totale aggiogamento e illimitata sofferenza dei soggetti reclusi. La risultante terribile del "trattamento differenziato" nelle democrazie avanzate è proprio la socializzazione dello stigma, per cui la comunicazione con la "comunità dei reclusi" procede soltanto attraverso gli archetipi e gli stereotipi della criminalizzazione e della delegittimazione simbolica, esistenziale, culturale e politica. La rappresentazione sociale, la costruzione mentale e l'espressione simbolica del carcere normalmente fornite divengono, così, rappresentazione, costruzione ed espressione di un mondo non più umano e, in quanto tale, non riconosciuto nella pienezza dei suoi autonomi diritti di rappresentazione, costruzione poietica, pensiero ed espressione. Nell'ufficialità delle norme, delle regole di comportamento e del comune sentire, il carcere viene pensato ed agito come un non-mondo; i suoi abitatori, come creature non-umane.

A monte di siffatte convenzioni/conclusioni v'è un pregiudizio di natura kantiana che subordina la libertà al principio di legalità. Per effetto di un automatismo, culturale prima ancora che etico-politico, libero è sinonimo di legale. Ne segue che il cittadino libero può e deve essere esclusivamente il cittadino conforme agli stereotipi normativi della legalità. Marchiato il recluso con lo stigma dell'illegalità, lo si depriva di ogni diritto. Egli qui non è nemmeno cittadino, poiché, secondo queste concezioni, si dà cittadinanza unicamente entro le sfere di estrinsecazione del principio di legalità dato e imperante. Un principio di legalità cosiffatto, astratto e rigido, non è in grado di intavolare una dialogica produttiva con l'emergente della storia e dell'esistenza; emergente che finisce, spesso, con l'essere penalizzato abnormemente, costretto com'è entro contesti normativi, esistenziali, culturali e politici angusti. La dipendenza della libertà dal principio di legalità, inoltre, presenta il grave rischio di drammatizzare la questione del potere legale, indotto a fondare e ricercare la sua autorità esclusivamente sul monopolio della coazione, sulla punizione e sulle discipline/strategie metacomunicative che vi corrispondono. Unico principio di legalità diviene il principio del potere legale che, però, non coincide con la libertà. Al contrario, è la libertà il metro di misura del grado di legittimità e di legalità del potere; in primis, del terribile "potere di punire". In un certo senso, v'è l'esigenza di capovolgere il paradigma kantiano della dipendenza della libertà dalla legalità. In tal modo, sia al "principio di libertà" che al "principio di legalità" si assegnano il giusto peso e il giusto posto nelle relazioni umane e sociali e nel rapporto tra Stato, istituzioni, singolo e comunità.

Da lungo tempo, ogni volta che pensiamo, parliamo e agiamo intorno al carcere, siamo stati abituati a sospendere le scale dell'universalità dei diritti e gli stessi princípi di validazione democratica. Il diritto naturale alla vita felice, i diritti sociali dell'eguaglianza e i princípi democratici in carcere sono messi in mora in linea definitiva. Il problema non fa scandalo, tale è il livello di diffusione e di interiorizzazione della convenzione criminalizzatrice che accompagna l'esistenza del carcere. Il patto sociale che regola la convivenza civile, obbligando lo Stato ad assicurare la sicurezza e i cittadini al rispetto della legalità, costruisce la presenza del carcere come non detto, come minaccia simbolica e materiale. In quanto recinzione e neutralizzazione della devianza dalla norma e dal principio di legalità, il carcere è uno dei più potenti regolatori del patto sociale su cui si fondano le democrazie moderne. Una delle ragioni della difficoltà di pensare la democrazia e la libertà in carcere e di demistificare il ruolo del carcere nelle democrazie avanzate sta proprio nella circostanza che il carcere è uno dei regolatori del patto democratico. Metterne in discussione o semplicemente disoccultarne le funzioni di dominio, per la democrazia e il governo democratico equivarrebbe ad una messa in questione dei presupposti filosofici e dei contesti normativi del patto fondamentale su cui si reggono. Una democrazia forte e vera sarebbe capace di questo. Una democrazia ridotta sempre più ad orpello e simulazione no; tanto più per i poteri democratici avanza l'esigenza di un massiccio ricorso ad uno strumentario simbolico di manipolazione e ammutolimento delle coscienze (non soltanto dei reclusi). Ciò che qui è motivo di inquietudine per le strategie della simulazione del gioco democratico non è tanto la reclusione in sé, quanto l'occlusione dei canali di trasmissione tra società e carcere. In altri termini, una società democratica si legittima come tale quanto più massivo è il suo ricorso al carcere. Nel gioco delle convenzioni e delle simulazioni sociali, il più carcere tende ad assumere la funzione perversa di più democrazia. A chi inoltra la domanda di "più democrazia", pertanto, viene spesso fornita la risposta spuria e terribile di "più carcere" (il fenomeno "mani pulite", pur positivo nel suo complesso, è estremamente indicativo di questi risvolti inquietanti). Ciò secondo linee articolate:

1) elevando uno stigma politico contro i soggetti portatori di critica e conflitto sociale;

2) surrogando con gli strumenti penali-giudiziari le aspettative e le domande di cambiamento, di giustizia ed equità inoltrate dalla cittadinanza;

3) recuperando le disfunzioni e le inefficienze della democrazia con le funzioni e l'"efficienza" del carcere;

4) associando tutte le figure della devianza e del conflitto alle maschere del crimine cristallizzate nel teatro antropologico-simbolico dell'immaginario collettivo e da qui immesse, senza soluzione di continuità, nei sistemi comunicativi di massa, dove vengono aggiornate e rielaborate.

Tutto ciò rientra nell'edificazione di un complesso apparato concettuale-comunicativo e nella messa in scena di figure mitopoietiche che solo la sistematica rimozione e la capillare copertura dei processi reali mantiene in piedi. Riconducendoci alla realtà, mettiamo apertamente in questione tali costruzioni. Per farlo, dobbiamo continuare a formulare domande inquietanti.

2.

Possono i reclusi essere proprietà privata dello Stato?

Il problema carcere non fa soltanto attrito con le forme della libertà e del patto sociale; ancora più direttamente, forse, urta con la questione dello Stato. La dipendenza della libertà dal principio di legalità richiama l'indispensabile funzione di comando dello Stato, che della legalità rappresenta il dispositivo incarnato. In quanto depositaro unico del principio di legalità, lo Stato viene posto come garante della libertà: la vulnerazione della personalità dello Stato configura la lesione della legalità e della libertà. Il carcere, conseguentemente, è la protezione coattiva da questa lesione: al tempo stesso, punizione e prevenzione.

La concentrazione della legalità nell'impersonalità della macchina statuale è stata assunta come transizione dalla legittimità dell'autorità monarchica alla legalità dello Stato di diritto. Lo Stato si fonda sul diritto esattamente perché diviene l'involucro e il baricentro della legalità in tutti i sottosistemi sociali, in particolare negli ambiti economici (libertà del mercato, libera concorrenza, libera competizione degli interessi) e politici (suddivisione dei poteri, ecc.). La figura dello Stato di diritto diviene isomorfa alla figura di Stato legale ed entrambe alla figura di Stato liberale. Una delle premesse storico-materiali della costituzione dello Stato di diritto è la vigenza del modo di produzione capitalistico. Non casualmente, il passaggio dalle monarchie assolute allo Stato di diritto (dalla rivoluzione inglese: 1640-1689, alla rivoluzione francese: 1789-1794) si concreta nelle fasi che precedono e accompagnano la rivoluzione industriale e segna l'ascesa definitiva della borghesia alle posizioni di potere. Lo Stato di diritto, corpo e anima del principio di legalità, estende le sfere della libertà dal privato al pubblico, riconoscendo espressamente la libertà politica e la parità dei cittadini di fronte alla legge. Con efficacia, è stato fatto notare che nello Stato di diritto i sudditi divengono cittadini.

Lo Stato di diritto è, al tempo stesso, uno Stato minimo e uno Stato massimo. È uno Stato minimo, perché si fonda sul rispetto delle libertà del singolo e dei commerci individuali e di gruppo, con cui non interferisce. È uno Stato massimo, perché il quadro dei comportamenti normati come legali non tollera la messa in discussione dei cardini del meccanismo complessivo: la proprietà privata e il monopolio pubblico della coercizione. Le deroghe dal quadro legale non sono ammesse, quanto più in basso nella scala sociale è collocato il trasgressore e/o il deviante. La pena reclusoria è una risposta che intende recidere alle radici tanto l'attacco alla proprietà privata che la menomazione del monopolio statuale della violenza legittima. In carcere si incarnano, fino all'estremo della perfezione, le figure/simbolo dei senza proprietà e dei senza mezzi di azione/reazione politica. L'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge è puramente formale; in realtà, sono perseguiti razionalmente quei comportamenti devianti che smagliano la trama delle codificazioni e degli equilibri sociali. Per i soggetti che inducono la smagliatura viene eretto uno spazio senza diritti e senza possessi: il carcere. Ma il carcere non è soltanto il luogo della privazione dei diritti e dei possessi; è, altresì, lo spazio/tempo in cui vige unicamente la proprietà privata dello Stato: i reclusi, a pieno titolo, sono proprietà privata dello Stato che ne dispone incondizionatamente e illimitatamente.

In generale, allo Stato di diritto compete la definizione e l'esercizio del complesso di norme che regolano l'uso della violenza legittima; nel contesto concentrazionario del carcere, invece, l'effetto di padronanza dello Stato è totale. Se nella società lo Stato liberale si appropria del 'politico', delegando il comando sui poteri economici e sociali agli "interessi forti", in carcere non delega alcun potere a nessun altro attore o soggetto. Il carcere è un'istituzione totale proprio perché totalizzante, assoluto e incontrollato è in esso il potere dello Stato. Il carcere rappresenta il rovescio oscuro del "laissez faire": quello stesso Stato che confessa il suo assoluto non interventismo nella sfera economico-sociale, capillarizza la sua presenza e la sua azione coattiva in ogni piega del sistema carcere, di cui è regolatore unico e terribile.

Lo Stato di diritto, come è stato ricordato dagli studiosi più attenti e conseguenti (da Kelsen a Bobbio), si pone esplicitamente come regolatore dell'uso della forza, quale unico soggetto politico abilitato a tracciare le regole, l'intensità, la durata, le finalità, i limiti e i casi concreti dell'impiego della coazione. Nelle condizioni speciali del carcere lo Stato di diritto è restio a fissare limiti di tempo e di spazio per il ricorso alla coazione. In carcere metodi, strategie e pratiche coattive, fino all'uso sistematico della forza, non costituiscono una mera ricorsività; bensì una costante, più o meno hard o soft. Ora, è proprio questo impiego flessibile, non regolamentato e non limitato, della coazione a costituire la più plastica e intensa rappresentazione sociale della forza e dei suoi codici, in un territorio, come il carcere, in cui lo Stato non solo non sopporta avversari, ma dove non può trovare un contrasto efficace. Dove più il rapporto di forza gli è favorevole: nelle istituzioni totali, là più si esprime il potere di coercizione dello Stato. In linea strettamente teorica questo esito, per un verso, è di una coerenza esemplare: come abbiamo visto, il carcere (l'istituzione totale) è la faccia occulta e terribile del "laissez faire"; per un altro, apre una falla di non lieve entità, in quanto lo Stato di diritto dovrebbe porre limiti anche in carcere (nell'istituzione totale) al ricorso a metodi e pratiche coattive. Sotto quest'ultimo riguardo, N. Bobbio ha felicemente osservato: "Considero altrettante battaglie per lo stato di di-ritto, rigorosamente inteso come lo stato in cui l'uso della forza viene via via regolato e limitato, le battaglie per il miglioramento delle condizioni di vita nei manicomi e nelle carceri" (2). Se il carcere (l'istituzione totale) non fosse il non detto e l'off limits della teoria politica e del conflitto, le battaglie per portarvi dentro lo Stato di diritto e la democrazia conoscerebbero sorte migliore, soprattutto in ragione di quell'assunto teorico che fa della democrazia il regime politico specificamente deputato alla riduzione ad un minimo degli spazi della coazione (3). Dovrebbe essere sufficientemente chiaro, a questo snodo del nostro argomentare, che uno dei limiti più profondi del discorso e della pratica della democrazia è il loro fermarsi fuori dal perimetro delle mura e delle sbarre dell'istituzione totale.

3.

Può la democrazia fondarsi sulla sospensione della democrazia?

Si sa che la democrazia liberale prevede: (i) la libertà personale; (ii) la libertà di stampa e di opinione; (iii) la libertà di riunione; (iv) la libertà di associazione.

Il passaggio dallo Stato di diritto allo Stato democratico, nel mentre conferma i diritti di libertà dell'individuo, riconosce in pieno i diritti di organizzazione, associazione e partecipazione politica dei gruppi. Connotati essenziali della democrazia post-liberale sono, dunque, la libertà personale e il pluralismo politico, tanto che essa di frequente è (tautologicamente) definita democrazia pluralista. L'innovazione apportata dalla democrazia post-liberale sta nella estensione della libertà di associazione dalle sfere religiose, culturali, di mestiere, ecc. alla sfera specificamente politica, con la costituzione vera e propria dei partiti politici e delle organizzazioni politiche in senso lato.

Ora, per le costituzioni democratiche moderne, alcuni diritti di libertà (democrazia liberale+democrazia post-liberale) presentano la qualifica dell'inviolabilità. Nel caso della Costituzione italiana, inviolabili sono i diritti garantiti dagli artt. 13 (libertà personale), 14 (libertà di domicilio), 15 (corrispondenza e comunicazione). Inoltre, in maniera ancora più pregnante ed estensiva, ma anche meno precisa, la Costituzione italiana garantisce i "diritti inviolabili dell'uomo" (art. 2). Le teorie e le dottrine costituzionaliste più sensibili e avvertite hanno inteso saldare il riconoscimento dell'inviolabilità dei diritti dell'uomo con la protezione di inviolabilità espressamente ac-cordata ad alcune tipologie di diritti, estendendo a tutti i diritti di libertà la clausola dell'inviolabilità; in particolare, la protezione dell'inviolabilità è estesa alla libertà di manifestazione religiosa (art. 19), di espressione del pensiero (art. 21), di riunione (art. 17), di associazione (art. 18).

Possiamo concludere questo rapido excursus, rilevando il carattere di universalità che lo Stato democratico, facendo proprie le acquisizioni dello Stato di diritto e ulteriormente sviluppandole e perfezionandole, attribuisce ai diritti di libertà.

Il problema della democrazia è che, in genere, ogni agglomerato organizzato e aggregato comunitario o di gruppo, nel suo funzionamento, tende a limitare fortemente l'universalità dei diritti di libertà. Ciò tanto al suo interno che al suo esterno. Problema dei problemi è, poi, la sospensione del principio di libertà e del principio di democrazia all'interno delle reti comunicative chiuse, in cui vige una relazione di supremazia speciale (4): dal rapporto uomo/donna alla famiglia; dall'amministrazione pubblica alla fabbrica e alla caserma; dal carcere a tutte le istituzioni totali. Come è stato fatto osservare, il carattere distintivo delle relazioni di "supremazia speciale" è che esse assegnano ai diritti di libertà "garanzie e tutele minori, e talvolta minori fino a zero, di quelle di cui godono entro l'ordinamento generale" (5).

Il carcere (l'istituzione totale, in genere) rappresenta l'organizzazione storico-politica e spazio/temporale del grado zero della libertà e della democrazia.

Tutti i tentativi, pur fatti, di deviare da questo grado zero, decostruendolo per linee interne/esterne e caricandolo di senso altrimenti vitale, sono più o meno rientrati, per non aver voluto o saputo affrontare il "nocciolo duro" delle teorie e prassi della libertà, dello Stato e della democrazia; non solo e non tanto le teorie della penalità e le culture della pena. Ciò ha facilitato oltremodo il rimontare periodico di impostazioni autoritative e afflittive che si sono letteralmente smangiate le aperture riformiste, esperite, a onor del vero, sin troppo flebilmente e contraddittoriamente. Così è stato per la legge di riforma del 1975, a partire dagli interventi controriformatori del 1977, che trovano il loro punto di coronamento formale nell'istituzione delle "carceri speciali"; così, per la cd. "legge Gozzini" del 1986, smantellata e destrutturata con una valanga di decreti legge controriformatori, che dal novembre del 1990 si sono prolungati fino al 1993.

La questione politica generale che qui emerge si scompone in tre segmenti:

1) la democrazia pone dei limiti all'universalizzazione dei diritti di libertà;

2) la democrazia pone dei limiti all'esercizio dei diritti di associazione e partecipazione politica;

3) la democrazia pone dei limiti all'applicazione delle regole democratiche.

In carcere questi tre segmenti si saldano in maniera perfetta e intensissima. Le teoriche della punizione reclusoria, per solito, recitano che il carcere si "limita" alla restrizione della libertà personale. Come abbiamo visto, così non è. È il complesso dei diritti di libertà e dei diritti di associazione previsti dallo Stato di diritto (prima) e dallo Stato democratico (poi) che viene vulnerato e sospeso.

4.

Può la sicurezza dei liberi divorare il destino dei reclusi?

 

Diversamente da quanto postulato da un topos classico della politologia, lo Stato di diritto (liberale) non è univocamente rappresentabile come articolazione della strategia (liberale) di difesa della società contro lo Stato, con l'espressa previsione del non intervento di quest'ultimo negli "affari" sociali, economici e personali. È proprio la distinzione (liberale) tra Stato e società che fa dello Stato il "pilone di sostegno" della politica; base indispensabile per le future politiche di intervento sociale equitativo che, a partire dal "sistema di assicurazioni sociali obbligatorie" di Bismarck (1883-1889), trovano diretta imputazione nello Stato. Lo Stato liberale ha il monopolio della politica ed è proprio tale monopolio a "garantire" e "tutelare" lo sviluppo della società, secondo le regole della libera concorrenza e la competizione tra gli interessi (individuali). Funzioni non secondarie, anzi di primissima rilevanza, sono dalla società incanalate verso lo Stato; in particolare, le politiche della "difesa sociale". Qui è lo Stato che difende la società. Lo Stato democratico eredita queste funzioni e le porta, come abbiamo appena visto, a compimento. Il carcere è il mezzo principale della protezione della società da parte dello Stato, tanto nella società liberale che in quella democratica.

Come sappiamo, lo Stato democratico scambia sicurezza contro autorità. Nel senso che in cambio del riconoscimento della sua autorità garantisce la sicurezza sociale. Della sicurezza sociale il carcere continua ad essere il presidio; esattamente nella misura in cui la fabbrica continua ad essere il "centro" del meccanismo di produzione/riproduzione della ricchezza e della stratificazione sociale. Anche per questo, come abbiamo visto nel primo punto, il "più carcere" può assumere le sembianze espressive e comunicative del "più democrazia"; e viceversa.

L'insieme di queste coordinate centrali comincia a venir meno a cavallo del XIX e XX secolo:

1) a fronte del processo di formazione della metropoli contemporanea;

2) con la progressiva estensione della produzione di massa che, incardinata sulla incorporazione della tecnologia e della scienza nel rapporto di produzione, nel volgere di pochi decenni, scalza il lavoro vivo dalla posizione di "centro" della valorizzazione.

La mappa delle fenomenologie e delle problematiche sociali viene sconvolta. La conseguenza che più ci preme sottolineare è che, nel pieno di queste trasformazioni delle forme sociali, l'offerta di sicurezza apprestata dallo Stato democratico, nonostante l'ipertrofia, ormai, conseguita dagli spazi della reclusione, abbassa progressivamente le sue soglie. Entrano, pertanto, in crisi i circuiti della legittimazione democratica. Il controllo concentrazionario del crimine e della devianza non risolve la richiesta di sicurezza che viene dalla cittadinanza, a fronte del ramificarsi di profondi processi di diseguaglianza e discriminazione sociale. La legittimazione dell'autorità democratica deve, a questo punto, passare per la porta stretta di politiche sociali atte a recuperare, con un intervento di bilanciamento equitativo, le distorsioni che in termini di appropriazione e distribuzione delle risorse e dei beni sono prodotte dal libero funzionamento delle "regole del mercato" e dalla competizione sfrenata tra i "gruppi di interesse". Intorno a queste nuove esigenze, in opera già sul finire dell'Ottocento nelle società industriali più avanzate ed "esplose" nel ventennio che segue il secondo conflitto mondiale, va maturando il passaggio dallo Stato democratico allo Stato sociale. Nelle nuove condizioni, la garanzia della sicurezza non si risolve più: (i) nella tutela delle libertà personali e del libero funzionamento del mercato, (ii) nel pieno riconoscimento degli attori politici organizzati e nella progressiva riconduzione del conflitto alle cerchie legali del gioco democratico. Ora le politiche della sicurezza sociale rivestono la funzione di ammortizzatore delle contraddizioni e differenze sociali. A questa funzione eminentemente politica se ne affianca un'altra di carattere economico. Lo Stato sociale, difatti, non solo ammortizza le tensioni sociali, ma ossigena il mercato, stimolando la crescita della domanda: le politiche keynesiane rappresentano questo cruciale punto di passaggio nel rapporto tra Stato e mercato, politica ed economia.

Le funzioni ammortizzatrici delle politiche di Welfare prolungano la loro azione e i loro effetti anche in carcere, sgravando le politiche penitenziarie del loro eccesso di internalità e autoreferenzialità. L'uso del carcere è:

1) rideterminato sul piano quantitativo (6);

2) rielaborato sul piano qualitativo.

Ora, i mutamenti di qualità e di quantità dell'uso del carcere nell'epoca dello Stato sociale non implicano il declino irreversibile del carcerario all'interno del sistema dl controllo sociale; bensì ne ridefiniscono le funzioni sociali, le logiche di funzionamento interno e la razionalità strumentale (7). Inoltre, la contrazione degli ambiti territoriali della reclusione:

1) non sradica la extraterritorialità del carcere; anzi, la riconferma e riclassifica;

2) è un'intermittenza ciclica: come non si estende simultaneamente a tutti i paesi industrializzati, così limita la sua vigenza a durate storiche ben specifiche.

Lo Stato sociale deve regolare, sul punto, una trasformazione di fondo: la perdita di centralità del sistema di fabbrica all'interno del processo di produzione e realizzazione del plusvalore, a cui si accompagna la perdita di centralità del carcerario entro il sistema del controllo sociale (8). In questo passaggio, come è ovvio, mutano le funzioni assegnate al carcere nelle fasi liberale e post-liberale. Ciò anche perché, nel frattempo, una trasformazione non meno rilevante interessa la devianza sociale, la cui fenomenologia non è più riconducibile ad una "serie comportamentista" monocausale, negazione simmetrica e complementare del carattere monocratico del principio di legalità. I processi della differenziazione e della complessità sociale intenzionano pratiche devianti diffuse e "illegalismi" di massa, i quali non sono riconducibili alla pura e semplice "trasgressione della norma", ma richiamano, altresì, altre "forme" e altri "codici" di normalità. Si pensi, per fare un esempio onni-esplicativo, alle lotte intorno al "senso" e all'"identità" condotte dai movimenti sociali negli anni '60 e '70 in tutti i paesi capitalistici avanzati.

"Fuga dalla sanzione detentiva", "de-istituzionalizzazone" e "controllo diffuso", portato perspicuo delle politiche penitenziarie del Welfare, rimuovono il sistema carcere dalla posizione di centro del controllo sociale. Ma ciò, lungi dal segnarne l'estinzione delle funzioni e del ruolo, avvia all'interno del carcere un processo di razionalizzazione. Il carcere diviene un selettore elastico che allarga e chiude le sue ventose, filtrando e concentrando il massimo necessario di coercizione/sofferenza/ controllo sul minimo possibile di massa reclusa. La popolazione detenuta, entro questo nuovo meccanismo, può aumentare o diminuire; ma si scontrerà sempre con la massima modulazione storicamente e politicamente richiesta di coercizione, sofferenza e controllo. Il carcere qui restituisce il recluso alla "società libera"; ma non prima di averlo fatto passare attraverso le cerchie selettive che dalla cella conducono al "controllo diffuso" e/o a suoi equivalenti. Il Welfare fa questa importante scoperta: per far divenire la società più sicura, bisogna far diventare più sicuro il carcere:

1) impossibiltando l'uscita illegale: l'evasione;

2) prospettando la fuoriuscita legale: la "de-istituzionalizzazione", il "controllo diffuso", ecc.

Ecco perché le "carceri di massima sicurezza" sono codeterminanti del "controllo diffuso". Il carcere è, ora, uno dei filtri delle generali politiche di ammortizzazione sociale del Welfare: non più il terminale di raccolta concentrazionaria dell'illegalità; bensì uno dei punti (medi) di ammortizzazione degli illegalismi e di fluidificazione del rapporto legalità/illegalità. Non si tratta di custodire/segregare, punire/proteggere o rieducare/ risocializzare. Il Welfare prende atto del fallimento tanto del custodialismo e della segregazione quanto della rieducazione e della risocializzazione. Più realisticamente, usa il carcere per non far esplodere le contraddizioni sociali e la società per non far esplodere le contraddizioni del carcere. Da qui un esito perverso, così, rappresentabile: quella stessa società che si difende dal carcere, ne fa uso per sopravvivere; quello stesso carcere che minaccia la società ne consente la riproduzione allargata. Per un verso, il carcere non è più il centro del controllo sociale; per l'altro, si trova più intensamente coinvolto nelle politiche della sicurezza. Il patto sociale ora pone in capo allo Stato l'obbligo della sicurezza nelle forme della mediazione attiva del conflitto sociale. Il benessere e l'integrazione sociale sono le finalità dichiarate della mediazione. Il carcere viene integrato quale elemento attivo delle politiche del controllo e della sicurezza che, ora, si decidono e giocano, in gran parte, "prima" e "fuori" di lui. Qui i cittadini debbono essere più sicuri dell'inoffensività dei reclusi e della disattivazione del crimine e della devianza per linee sociali interne, ancor prima del momento topico della cella; i reclusi, per parte loro, debbono essere garantiti (cioè: mantenuti legalmente) nello stato di insicurezza totale. Ai vecchi ceppi se ne aggiungono nuovi. I reclusi non sono semplicemente proprietà privata dello Stato, senza il riconoscimento di alcun diritto di libertà e di democrazia; ora sono senza destino, nel senso che debbono fare completamente e solamente assegnamento sullo Stato, per migliorare o modificare la loro posizione. Per i reclusi, essere senza destino significa essere e vivere senza la possibilità della decisione. Le risorse della loro autonomia esistenziale e della loro identità, non meramente il loro corpo e la loro azione: ecco la "posta" che il "Welfare penitenziario" tenta di fare sua. Lo Stato sociale intavola con i reclusi uno scambio senza equivalenti, di cui è il regolatore e decisore supremo, apprestando due livelli di azione possibile:

1) le soluzioni positive: la normazione delle fattispecie e dei percorsi istituzionali della fuoriuscita legale dal carcere;

2) le soluzioni negative: la normazione delle ipotesi e delle azioni di repressione, a livello individuale e collettivo, di tutti i casi di "resistenza attiva" e "ribellione aperta" contro il regime reclusorio.

In un contesto comunicativo e normativo cosiffatto, per i reclusi non c'è possibilità di scelta effettiva, essendo sia quella negativa che quella positiva già interamente sovradeterminate dall'alto, secondo impulsi e logiche tendenti a favorire l'"opzione positiva" e disincentivare "l'opzione negativa". Ecco perché il Welfare State, soprattutto in Italia (nonostante la pressoché totale assenza di politiche di "de-istituzionalizzazione" e "fuga dalla sanzione detentiva"), è anche lo Stato della premialità. La razionalità lineare dello stimolo/risposta qui corona il processo di sottrazione del destino e della decisione dentro i cui vortici i reclusi sono violentemente gettati. Entro un meccanismo di tal genere tutti i comportamenti tendono ad essere "indotti": il recluso può solo aderire a scelte altrui, mai optarne una in proprio, autonomamente; e quando si rifiuta di scegliere, per non cadere prigioniero della decisione altrui, si espone terribilmente alla paralisi, alla rinuncia ad essere fattore attivo della propria libertà, pur nelle condizioni della carcerazione.

Due le vie d'uscita da questo "doppio vincolo" decisionale:

1) o l'accettazione del destino sovraimposto della decisione altrui;

2) oppure la rottura critica dello schema lineare stimolo/risposta allestito in carcere dal gioco welfaristico.

5.

Può il tempo e lo spazio dei liberi rendere virtuali il tempo e lo spazio dei reclusi?

 

La crisi del Welfare dà libero sfogo, per tutti gli anni '80 e l'inizio dei '90 (in maniera ancora più accentuata, dopo le "rivoluzioni del 1989" e la caduta del "muro di Berlino"), al neoliberismo che domina la scena anche nel campo del controllo sociale e delle politiche penitenziarie. In auge ritornano le teorie e prassi della "mano forte" nella repressione penale". Moloch ritorna; ma ora si avvale di strategie ben più complesse e raffinate: i processi di capillarizzazione sociale del controllo e l'uso attivo del carcere ai fini della sicurezza sperimentati nei decenni del Welfare non sono passati invano. La giustizia penale, mai come nella crisi del Welfare, assume il doppio volto di Giano: uno rivolto al passato, agli albori della pena moderna; l'altro rivolto al futuro, a tecnologie penali rarefatte e inafferrabili. Nel dopo Welfare, si realizza un mix tremendo di materializzazione cruda (non di rado, crudele e sadica) e smaterializzazione eterea (non di rado, indiscernibile) del regime reclusorio. Un esercizio penale elastico e soggettivo coesiste con la pressante richiesta dell'inasprimento delle condizioni di sottomissione alla pena. Da qui un "doppio mulinello", particolarmente intenso in Italia, paese in cui il Welfare poco o niente ha fatto per "deistituzionalizzare" il carcere:

1) la soggettivizzazione dei tempi della repressione penale;

2) l'oggettivazione degli spazi della repressione penale.

I tempi della repressione penale si soggettivizzano, nel senso che come la legge può inquadrare e sanzionare il reato, così il giudice, incentivando e premiando condotte collaborative, può estinguerlo. Il carcere dismette di essere il terminale di norme impersonali e condotte illegali tipiche; più esattamente, si configura come il risultato delle decisioni e delle azioni soggettivistiche del giudice. Le "procedure processuali" di "mani pulite", ancora una volta, approfondiscono e affinano tali meccanismi.

Gli spazi della repressione penale si oggettivizzano, nel senso che come la colpevolezza (le motivazioni soggettive e la specificità del reato) si evapora, passando in secondo piano, così irrompono in prima fila sulla scena le "strutture organizzative" e la "strategia politica" delle forme della devianza e della criminalità. Il carcere assume qui le forme specifiche di una contro-struttura organizzata e di una contro-strategia spazializzata.

Diversamente dallo Stato sociale, le strategie di controllo sociale attivate dallo Stato post-welfaristico non mirano alla mediazione ed integrazione del conflitto e della devianza. La politica del controllo sociale trascorre in tecnologia del controllo, avente la finalità dichiarata di destrutturare il conflitto e la devianza, attraverso la loro cancellazione politica, simbolica, culturale e, talora, anche militare. All'altezza di tale esito, le tecnologie del controllo sociale disvelano il loro carattere politico occulto. Incardinate sul disconoscimento culturale, politico e simbolico del conflitto e della devianza, si fissano come forme della diseguaglianza, per il cui tramite si affermano politiche sociali e penali discriminatorie.

Il carcere del post-Welfare realizza la sintesi più avanzata tra prigione del corpo e prigione della mente (9) e dell'anima. I reclusi non sono più "soltanto" senza diritti di libertà, senza possessi, senza diritti di democrazia, senza destino e decisione; ora sono "riportati" al mondo reale, ai territori degli affetti e delle passioni, agli universi del pensiero e dell'immaginazione, all'esperienza vitale del tempo e dello spazio unicamente dalle condotte e dalle stimolazioni materiali, sentimentali, immaginative e pulsionali indotte e predisposte ad hoc dalle strategie dei poteri complessi post-welfaristici (10). Questi ultimi si caratterizzano, in prima istanza, per essere: potere della comunicazione e comunicazione del potere. L'istanza utopica per eccellenza del '68: "l'immaginazione al potere", viene prima assimilata, destrutturata e destabilizzata e poi, in queste forme distorte, convertita in risorsa principale dei "giochi di potere". Contrariamente a quanto potrebbero far credere i suoi carichi di afflittività crescente, il carcere post-welfaristico non è il carcere dell'isolamento sociale e della ghettizzazione personale. Anzi, ereditando e riclassificando l'esperienza del Welfare, costruisce e rielabora in continuazione un'idea precisa di interazione e canali di comunicazione tra "interno" ed "esterno". Non solo tra l'"interno"/"esterno" del carcere e della "comunità dei reclusi"; ma anche e soprattutto tra l'"interno"/"esterno" di ogni singola individualità reclusa e tra una singola individualità reclusa e l'altra. Qui le strategie della coercizione, della sofferenza e del controllo non si limitano alla destrutturazione/strutturazione del Sé; prolungano le loro sfere nella costruzione coattivo-comunicativa dell'Altro relazionale. Il "dialogo" non è impedito; ma, per intero, ricostruito artificialmente tra figure/simbolo predeterminate e a mezzo di linguaggi/segni che esprimono una disperante perdita di vitalità, autonomia e socialità. Le catene di questa coazione dialogante si duplicano e sventagliano per tutto l'ordito degli spazi e tempi differenziali di cui si compongono il sistema carcere e ogni singolo penitenziario, dappertutto mettendo mano a forme e combinazioni di forme diversificate.

I tempi e gli spazi interiori ed esteriori dei reclusi si trovano ad essere presidiati da flussi di linguaggi, di simboli ed immagini, il cui scopo è quello di determinare e rideterminare senza posa contesti e attori dell'introflessione ed estroflessione comunicativa. Tempi e spazi si slargano e restringono in un vortice ininterrotto, sfuggenti e inafferrabili. La condizione della reclusione diviene un precipizio in cui tempo e spazio sono incessantemente sottoposti a processi di disintegrazione/riassociazione comunicativa. L'isolamento non è più il prodotto di una coazione negativa di rottura della relazione con l'esterno; diviene il portato rarefatto di una coazione positiva che satura a tal punto il teatro temporale e spaziale della relazionalità con l'esterno da aggrovigliare i reclusi in un labirinto infinito, senza vie d'uscita. In questo labirinto il tempo è senza tempo e lo spazio senza spazio: esistono solo nella comunicazione virtuale che tenta di ridurre a governo l'"interno"/"esterno" del carcere. L'isolamento cellulare-custodialistico vecchia maniera è una condizione che, in confronto, lascia maggiori margini di autonomia e libertà. Ora è la tipologia di contatto col mondo esterno che funge quale isolante dal mondo; non più la mancanza di contatto dal mondo. Grazie alle tecnologie informatico-comunicative, all'uso di tecniche di controllo dei corpi, della mente e dell'anima il rapporto con l'Altro relazionale è virtualizzato. I poteri complessi post-welfaristici comandano questa virtualità: il non essere nel mondo fa largo all'illusione disperata di stare nel mondo. In questa vertigine, mezzi di controllo hard si ricombinano, ad un alto livello di intensità, con strumenti di controllo soft.

6.

Un nuovo percorso

 

Portare i diritti di libertà e di democrazia in carcere, restituire destino, decisione, tempo e spazio ai reclusi significa sottolineare i limiti della libertà, dello Stato e della democrazia.

Significa essere dentro, contro e oltre il carcere.

Significa superare tutte le forme di discriminazione, diseguaglianza e coazione che hanno finora storicamente accompagnato l'enuclearsi della libertà, dello Stato e della democrazia.

Significa aprire un nuovo percorso nella storia delle forme e delle istituzioni politiche e civili, oltre il "circolo chiuso" della libertà come giustificazione del carcere e del carcere come giustificazione della libertà.

Significa aprire una prospettiva di estinzione progressiva del carcere.

 

Note

1 Per un'analisi più particolareggiata della "trasformazione delle forme" del carcere nell'epoca moderna e in quella contemporanea, con speciale riguardo alla situazione italiana, si rimanda ai seguenti lavori, tutti presenti in "Società e conflitto", n. 2/3, 1990-1991:

- A. Petrillo, Carcere: lo specchio offuscato;

- A. Chiocchi-G-Mattachini-C. Toffolo, Autodeterminazione e socialità: il superamento possibile del carcere in prospettiva reale;

- A. Chiocchi-R. Marrone-B. Russo Palombi, Lo spazio del carcere;

- A. Ardia-A. Chiocchi-I. De Rocco-R. Marrone, La linea di frontiera;

- A. Chiocchi, Tempo imprigionato e desiderio di tempo;

- A. Ardia-A. Chiocchi, L'immarcescibile pendolo dell'emergenza;

- A. Chiocchi, I detenuti tra riforme e controriforme.

Si rinvia, altresì, a Gruppo di Ricerca su "Società e conflitto", L'art. 27 della Costituzione: limitazioni dello spazio del carcere e riduzione dell'area del sistema penale, "Società e conflitto", n. 0, 1988-1989.

I testi appena citati costituiscono il punto analitico di base da cui questo fascicolo monografico muove.

2 N. Bobbio, La crisi della democrazia e la lezione dei classici, in N. Bobbio-G. Pontara-S. Veca, Crisi della democrazia e neocontrattualismo, Roma, Editori Riuniti, 1984, pp. 16-17.

3 Per rimanere a N. Bobbio: "L'insieme delle istituzioni che rendono possibile la soluzione di conflitti senza il ricorso alla forza costituiscono, oltre lo stato di diritto, lo stato democratico, vale a dire lo stato in cui vige la regola fondamentale che in ogni conflitto vincitore è non già colui che ha più forza fisica ma colui che ha più forza persuasiva, cioè colui che con la forza della persuasione (o dell'abile propaganda o anche della subdola manipolazione) è riuscito a conquistare la maggioranza dei voti. In linguaggio funzionale si può dire che il metodo democratico è il surrogato funzionale all'uso della forza per la soluzione dei conflitti sociali. Un surrogato non esclusivo ma del quale non si può disconoscere l'enorme importanza per ridurre l'ambito del puro dominio: il dibattito al posto dello scontro fisico, e dopo il dibattito il voto al posto dell'eliminazione fisica dell'avversario. Mentre la istituzione dello stato di diritto influisce sull'uso della forza regolandola, l'istituzione dello stato democratico vi influisce riducendone lo spazio di applicazione" (op. cit., pp. 17-18).

4 Per la definizione di questa categoria, cfr. G. U. Rescigno, Manuale elementare di diritto pubblico, Bologna, Zanichelli, 1983, pp. 471-474.

5 Ibidem, p. 473; corsivo nostro.

6 Nella loro ricerca comparata (Francia, Inghilterra, Germania e Belgio; e Italia, aggiungiamo noi), Rusche e Kirchheimer rilevano una diminuzione della popolazione detenuta nel periodo 1880-1934 (Cfr. G. Rusche-O. Kirchheimer, Pena e struttura sociale, Bologna, Il Mulino, 1978, pp. 243-248).

7 Questo esito dell'analisi di Rusche e Kirchheimer viene smentito non solo dalla realtà futura; ma dalla stessa realtà del presente storico in cui essi si muovono. Negli Usa, difatti, secondo le ricerche empiriche di I. Jankovic (Labor Market and Imprisonment, "Crime and Social Justice", VIII, 1977), nel ciclo lungo che va dal 1926 agli anni '70, si registra l'aumento della popolazione detenuta (Cfr. D. Melossi, Mercato del lavoro, disciplina, controllo sociale: una discussione del testo di Rusche e Kirchheimer, Introduzione all'ed. it. di G. Rusche-O. Kirchheimer, op. cit., p. 27).

8 Per il caso italiano, M. Pavarini sostiene: "La crisi del carcere, come strumento principale di controllo sociale, è una realtà che caratterizza la storia della politica criminale italiana già dall'unificazione e con un andamento sempre più accentuato negli ultimi cinquant'anni" ("Concentrazione" e "diffusione" del penitenziario. Le tesi di Rusche e Kirchheimer e la nuova strategia del controllo sociale in Italia, Appendice a G. Rusche-O. Kirchheimer, op. cit., pp. 146-147). Sul punto, Pavarini si rifà alla seguente documentazione: D. Melossi, Statistiche "della criminalità" e carcerarie in Italia, "Inchiesta", 1976; ISTAT, Sommario di statistiche storiche dell'Italia. 1861-1975, Roma, 1976; ISTAT, Annuario statistico italiano, Roma, 1976; E. Resta, Conflitti sociali e giustizia, Bari, De Donato, 1977.

9 Insistono particolarmente su questa seconda dimensione, per costruire il loro paradigma di "carcere immateriale", E. Gallo-V. Ruggiero, Il carcere immateriale. La detenzione come fabbrica di handicap, Torino, Edizioni Sonda, 1989; si segnala, tra l'altro, il riferimento degli autori alla "progettualità nera" delle "carceri d'invenzione" (1745) di G. B. Piranesi (cfr. pp. 17-21). L’interesse degli autori sui temi del carcere è di lunga data: cfr., per tutti, Il carcere in Europa, Verona, Bertani, 1983. Osservazioni sulla topologia piranesiana della reclusione come "infinito matematico" del tempo della sofferenza e sulle sue dimensioni di "tortura mentale" che trasformano le celle in "segrete trascendentali", "camere di tortura vertiginose" stanno in M. Yourcenar, Sous bénefice d'inventaire, Paris, 1978 (cfr. E. Gallo-V. Ruggiero, op. cit., p. 19 e p. 32, note 9 e 10). Nella direzione dell'"immaterialità", in senso generale, cfr. anche: D. Tavoliere, L'immaterialità carceraria, "Invarianti", n. 12-13, 1990; R. Curcio-N. Valentino-S. Petrelli, Nel Bosco di Bistorco, Roma, Sensibili alle foglie, 1990. Spunti in tal senso sono reperibili anche in Marianella Sclavi, Ridere dentro. Un seminario sull'umorismo in carcere, Milano, Anabasi, 1993; il seminario è tenuto nel carcere di Rebibbia e vede la partecipazione attiva dei detenuti politici R. Curcio, M. Iannelli, S. Petrelli e N. Valentino. Estremamente promettente, per un approfondimento dei processi di tortura morale e mentale che si sprigionano nel "contesto visionario" della cella, sarebbe l'analisi comparata tra il "vissuto allucinatorio" quotidiano patito dai detenuti e il contesto di "incubo scenico" che caratterizza i racconti dell'orrore di E. A. Poe. Per un'analisi che, da questa angolazione, getta lo sguardo sull'autore nord-americano, cfr. Antonio Chiocchi, Incubi dell’anima e potere delle parole. I racconti di Edgar Allan Poe, di prossima pubblicazione.

10 Per l’approfondimento di questi temi, rinviamo al saggio Le disavventure dell’etica. Filosofie della pena e pena detentiva, ospitato in altra parte del monografico.

 

 

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MULTIVERSUM MERIDIONALE

(n. 13-14, gennaio-dicembre 1996)

 

1) Allo stato attuale delle cose, riaprire una discussione sul Sud e sul meridionalismo deve necessariamente contenere ed esplicitare, già in premessa, un multiverso di linee di discontinuità.

Una prima discontinuità va rimarcata avverso le tradizioni moderne e contemporanee del pensiero meridionalista, nelle loro varie componenti e/o "scuole", per lo più impastoiate in limiti di "culturalismo", "positivismo", "antropologismo", "statalismo", "autonomismo", "economicismo", "progressismo", "sviluppismo" e via discorrendo. Una verifica per tutte: le analisi condotte, in questi ultimi due decenni, sulla mafia, la camorra e la 'ndrangheta hanno palesato in pieno il riduzionismo con cui gran parte dell'analisi storico-politica e cultural-filosofica meridionalista ha solitamente guardato il Sud, costringendolo in un orizzonte di esperienza angusto, mutilato coattivamente della sua complessità e assimilato tendenziosamente a simbolo/segno di arcaicità, arretratezza e violenza, quintessenza della carenza di "spirito pubblico".

Una seconda discontinuità va dislocata avverso i codici del pensiero politico moderno e i filoni filosofici della modernità che, con il loro far perno su postulati assoluti e su categorie fondamentali (se non "fondamentaliste"), hanno preteso di valere come "universali" interpretativi, escludendo dall'ambito della comunicazione politica, sociale e culturale tutto ciò che — come il Sud — non si lasciava intercettare dai loro selettori. L'ideologia del progresso scientifico e sociale, della razionalità e neutralità dello Stato e della scienza, delle virtù e dell'efficienza dell'industrialismo e del mercato è stata elevata a codice di classificazione e per il suo tramite si è proceduto alla delegittimazione simbolico-materiale del Sud, in quanto "campo normativo" altro dai criteri della razionalità scientifico-politica e paesaggio altero a confronto dell'uniformità industrialista.

Una terza discontinuità va orientata avverso i codici del pensiero politico contemporaneo e i filoni filosofici della contemporaneità che, pur puntualmente denunciando l'insensatezza delle "grandi narrazioni", hanno aperto una serie di fratture incongrue tra il "sincronico" e il "diacronico", tra il "locale" e il "globale", tra il "materiale" e "l'immateriale", tra l'"ora" e il "domani", tra il "qui" e "l'altrove". Esseri umani e cose sono stati infeudati sotto l'imperio della "datità bruta" che altro non è se non il "potere brutale" dei forti, fuori da ogni possibilità di libertà, di svolta, di liberazione. Il Sud non poteva qui essere "visto" e "ascoltato", proprio per la sua "alterità costituzionale".

Una quarta e ultima discontinuità va insediata avverso i futuribili senza speranza disegnati dall'amministrazione tardocapitalistica della storia e dell'esistente. Desertificazione etico-sociale, miserie apocalittiche e sofferenze debordanti ogni umano patire si saldano perfettamente in un disperante scenario "post-metropolitano", entro cui lo scorrere dell'attimo è cinicamente finalizzato alla inibizione della produzione della "ricchezza collettiva possibile" e della "felicità pubblica", dovendo poteri complessi redistribuire e riallocare saperi sempre più articolati e beni sempre più evoluti nelle mani di neo-oligarchie predatrici.

Il Sud è il "prodotto coattivo" di una complessa dialettica storica e, al tempo stesso, "reagente attivo" contro la sua tentacolarità. Ha giocato e gioca la sua identità a più facce su crinali mobili, perennemente in bilico tra ribellione e sottomissione, scacco e resistenza, soccombenza e fuga, servitù e libertà, conformismo e rivoluzione, incessantemente attraversato, modellato e squassato da questi contraddittori campi di tensione.

 

2) Il rilancio del dibattito meridionalista deve, allora, segnare un particolare "punto zero" dell'elaborazione, del confronto e delle prassi.

Particolare, perché deve occupare uno spazio doppiamente vuoto: da un lato, il terreno lasciato variamente vacante dal pensiero politico, dal pensiero filosofico e dal pensiero meridionalista della modernità e della contemporaneità; dall'altro, il deserto delle prospettive del presente.

Particolare, perché, pur ereditando un patrimonio culturale, politico e filosofico alto (basti qui fare cenno alla triade Campanella/Bruno/Vico), si trova a dover reinventare strumenti di analisi, categorie interpretative, orizzonti politici, referenti culturali, firmamenti di senso etc.

Non sono solo banalmente mutati i tempi.

Il patrimonio delle migliori tradizioni meridionaliste presenta delle linee di insufficienza che vanno discoperte e superate. La critica che la tradizione alta del pensiero meridionalista ha inoltrato alla modernità, sin nel farsi costitutivo di questa, ne coglie, sì, le aporie interne e le pulsioni di onnipotenza, ma non ne valica gli orizzonti, risultando, anche per questo, soccombente al suo cospetto.

Analogo e ancora più difficile è il compito che si para innanzi a noi.

La critica della contemporaneità non può limitarsi alla confutazione delle sue sfere di ingiustizia e di indigenza. Deve essere capace di pensare, produrre, costruire e sperimentare itinerari che nello spazio comunicativo immettano campi di socialità, percorsi di "agire collettivo" e di "agire individuale" altri e non soggiacenti ai codici e ai poteri complessi della contemporaneità; non circuiti dai riti dell'elitismo, ormai cruda sostanza della democrazia politica occidentale; non obnubilati dalla fascinazione sprigionata dal monetarismo e dal mercatismo; non appiattiti nel confronto/scontro con i dispositivi del comando statuale.

Questo è tanto più vero per il Sud.

Urge aprire passaggi di un cammino che, muovendo dalla "refrattarietà" meridionale ai codici della modernità e della contemporaneità, sappia appropriarsi di un altro linguaggio della politica, dell'etica e della socievolezza, per una coniugazione felice ed inedita dei "diritti di eguaglianza" e dei "diritti delle differenze" con la "complessità sociale" e l'"eterogeneità ambientale".

Nello specifico meridionale, ciò va pensato e costruito all'intersezione di tutti quei flussi relazionali e comunicativi che rendono il Sud eguale e, insieme, differente dalla pluralità dei mondi e dei linguaggi con cui soggettivamente entra in contatto o con cui si trova oggettivamente connesso.

Un discorso radicale sul Sud è, oggi più che mai, discorso che trascende il Sud, pur dovendosi qui allocare e impiantare. Ma ogni discorso locale, nel crogiolo inestricabile di differenza e identità che precipita in uno stato di perenne sommovimento il "villaggio globale", si estroflette verso universi esterni che pure introietta passivamente o metabolizza criticamente.

Un discorso radicale sul Sud non è il discorso della rivoluzione; ma, più modestamente, un tassello ineliminabile entro il più generale esperimento e la più generale esperienza della trasformazione radicale dell'esistente.

Il Sud come non ha acriticamente importato modelli assolutistici, così non può — e non vuole — prometeicamente esportare modelli universalistici. Il paradigma della "rivoluzione meridionale" ci trasmette ora il "discontinuo dorsiano" della critica delle macrounità (lo Stato, la democrazia, i grandi movimenti collettivi); non già una semantica politica all'altezza della contemporaneità.

Proprio in ragione della denegazione della sua complessità millenaria, il Sud non può assurgere a modello (della miseria o della felicità, a seconda del punto di vista dell'osservatore); né può essere agito come grimaldello per scardinare l'equilibrio soffocante capillarizzato e ricalibrato dai poteri complessi della contemporaneità.

 

3) Si tratta di avviare esperienze/esperimenti che individuino, precisino e allarghino progressivamente i temi della discussione e i sentieri da battere in tutte le direzioni che il rigore, la passione e la forza inventiva saranno capaci di proporre o soltanto evocare.

Occorre reimparare a guardare e ripercorrere il Sud. Solcarne palmo a palmo le infinite e contraddittorie lande; ascoltarne le voci sopite; interrogarne le brucianti sconfitte; rielaborarne le molteplici conquiste, "salvandole" dal limbo dell'incompiutezza a cui la storia le ha condannate.

Più che parlare del Sud o al Sud, occorre parlare dal Sud.

Da qui occorre continuamente partire e ripartire. Qui invariabilmente occorre far ritorno.

Il discorso va dipanandosi e intrecciandosi dalla condizione di meridionalità; non più dalla questione meridionale, qualunque sia il giudizio storico e di merito che della "questione meridionale" si voglia dare oggi.

Partire dalla condizione di meridionalità significa ricercare le forme di un sentire, di un agire e di un comunicare che rompano le gabbie dell'oppressione e dell'isolamento, della frustrazione e del ripiegamento, dell'autoammutolimento e dello sradicamento.

Non basta parlare del Sud a chi meridionale non è. Ancor prima, è necessario "ricostruire" intimità ed empatia tra Sud e meridionali.

La condizione di meridionalità è una condizione di cattività, di spaesamento e acre destrutturazione simbolico-culturale. Parlare dalla condizione di meridionalità vuole dire rompere le catene che rendono stranieri in casa propria. Le parole e gli atti che non riescono in questa intenzione non costruiscono linguaggi nuovi, ma si limitano ad asseverare gergalità aliene.

Nell'epoca del disincanto, della tecnica, della complessità, della frammentazione e anomia sociale, della globalizzazione etc., lo sradicamento meridionale è entità/evento affatto particolare. Manufatti simbolici e sedimentazioni storiche successive hanno come disegnato una "seconda natura" del Sud che appare a tutti più vera della "natura prima". Da qui promana la pioggia dei luoghi comuni sociologici entro cui è stato costretto il Sud.

È necessario inseguire e disoccultare il dialogo serrato, il conflitto acuto e mai risolto che è andato dispiegandosi tra la "natura prima" e le "nature seconde" del Sud. In questo incontro/scontro si è costantemente giocata la questione dell'identità, dell'assetto dei poteri, delle forme della rappresentanza politica, delle modalità di organizzazione del consenso, delle gerarchie urbane e delle autonomie locali nel Sud.

I volti veri del Sud non sono mai stati — e meno che mai lo sono oggi — tutti interni alla "natura prima" e/o alle "nature seconde". È sempre stata l'interazione conflittuale tra "natura prima" e "natura seconda" che ha "modellato" il Sud, in un senso o nell'altro. Gli esiti di tale interazione conflittuale vanno scandagliati, con l'avvertenza che non possono essere congelati una volta per tutte in codificazioni lineari.

Lo scandaglio è ininterrotto e più volte attraversa gli stessi punti, secondo visuali di osservazione diverse. Importante è qui il cammino inesausto nel corpo vitale del Sud; importanti qui sono gli interrogativi inoltrati al Sud e le domande che il Sud ci restituisce, costringendoci a ripensamenti e opzioni radicali.

Un discorso meridionalista che non batta queste piste di ricerca non sarebbe in grado di parlare al proprio Sé originario e attuale; a maggior ragione, non potrebbe coltivare l'ambizione di parlare all'Altro.

 

4) Parlare oggi dalla condizione di meridionalità impone un avvio obbligato: partire dagli e parlare degli anni '70. Non solo per tutto quello che essi sono stati per il Sud e per l'economia-mondo capitalistica; ma per tutto ciò che hanno significato, a livello planetario, nella ridefinizione di tutti i sistemi di potere, di produzione, di comunicazione e nella rielaborazione di tutti i codici e le categorie di espressione/rappresentazione della vita medesima.

Gli anni '70 non sono stati soltanto il decennio dell'efflorescenza dei nuovi movimenti sociali e della rivoluzione negli stili di vita, nei costumi e nelle opzioni politiche ed etiche. Essi hanno, altresì, veicolato un radicale mutamento delle forme di potere, delle strategie di controllo sociale, delle modalità di estrazione del plusvalore, dell'allocazione e del governo dello spazio urbano.

Data agli anni '70 il processo di tridimensionalizzazione integrata dell'economia-mondo, procedente attraverso deindustrializzazione selettiva del "centro", industrializzazione della "periferia", terziarizzazione delle economie avanzate. Costituisce, questo, l'atto di nascita delle economie della globalizzazione che esplodono con la "rivoluzione microelettronica" e la videodigitalizzazione delle strategie decisionali e comunicative. Del pari, qui sta il punto di innesco della planetarizzazione di nuovi sistemi di comando imperiale, sottratti ai vincoli e alle rigidità della produzione di massa.

I movimenti sociali degli anni '70, in buona parte, sono il "prodotto" precipuo di questa "grande trasformazione"; ma ne costituiscono, altresì, la critica. Essi la pressano e la condizionano fruttuosamente, ma ne vengono anche messi all'angolo e zittiti.

Entro questo scenario globale, per il Sud, gli anni '70 rappresentano il punto/limite in cui entra in crisi il disegno straordinario degli anni '50. Il progetto/processo di industrializzazione dall'alto, avente come suo motore mobile lo Stato, viene meno e mostra, senza più nessun velo ideologico, il suo basso profilo epistemologico ed operativo. Tre, fondamentalmente, le linee di cesura: (i) la verticale caduta di tensione del concetto stesso di sviluppo, accentuata dalla crisi energetica del 1972-74 e del 1976-78; (ii) il crepuscolo malinconico dello Stato imprenditore eretto e messo in opera negli anni '60; (iii) l'irruzione sul teatro dell'azione politica e della scena simbolica di un "terzo attore" decisionale: le Regioni, istituite nel 1970.

Se "piano del capitale" v'è mai stato al Sud è stato quello dello sviluppo a mezzo dello Stato ed è irreversibilmente entrato in crisi negli anni '70, già dal lato degli aggregati macro e microeconomici, dei meccanismi della decisione politica e della razionalità amministrativa. La resistenza e la refrattarietà meridionali hanno fatto il resto; ma hanno anche subito la crisi del modello, così come prima ne avevano patito la "messa in piano".

Già questi scarni accenni chiariscono a sufficienza che ben particolare è stato, nel Sud, il rapporto di implicazione tra Stato e mercato, tra sistema politico e produzione/redistribuzione della ricchezza.

Nella tradizione di pensiero liberale e nella lettura che dello sviluppo capitalistico essa ha fornito, il mercato funge quale meccanismo centrale della riproduzione della ricchezza e della redistribuzione dei redditi e, nel contempo, è vettore di formazione, riproduzione e stratificazione delle classi. Nel Sud, dal 1945 sino a tutti gli anni '60 e parte dei '70, queste funzioni sono surdeterminate dallo Stato. Il che svela la politicità estrema e il carattere autoritativo del "piano del capitale" dello "sviluppo a mezzo dello Stato".

Non appare, quindi, strano che nel Sud la crisi dello Stato e il fallimento del "piano del capitale" si siano riverberati con effetto immediato sul mercato, la società e la politica, inducendovi profonde lesioni destrutturatrici.

Nel Sud, con la crisi del modello di sviluppo statalista, mutamento sociale, mercato, forme della politica e della democrazia, relazionalità sociale sono divenuti caratteri e fattori di disaggregazione sociale. Il mutamento del regime di scambio e della forma-mercato, nel passaggio dalla dittatura fascista alla repubblica democratica fino al terminale degli anni '70, ha significato, per il Sud, un surplus di mutamenti socio-culturali e una verticalizzazione estrema delle decisioni politiche, da cui è conseguita una profonda destrutturazione dei costumi e degli stili di vita. Le condotte e i circuiti del legame sociale si cortocircuitano: va in scena lo slegame sociale.

Nei sistemi sociali e culturali meridionali, così fortemente destrutturati, disaggregati e destabilizzati, l'unica ipotesi di collante viene incarnata dai networks clientelari, specializzati nella mediazione di potere e nella redistribuzione delle risorse pubbliche, in quanto unico anello di collegamento tra "centro" e "periferia" ed elitario elemento di coesione di sistemi locali frammentati.

Stanno scritte già qui le ragioni di quella particolare connessione confliggente e, insieme, cooperativa tra poteri criminali e circuiti politico-istituzionali che ha violentemente caratterizzato gran parte della storia del Sud in questi ultimi due decenni.

5) Negli anni '80, il ceto politico meridionale entra in crisi, con il blocco dei trasferimenti finanziari, sopravvivendo solo un decennio alla crisi del modello di sviluppo straordinario del Sud. La questione della crisi della soggettività meridionale, invece, è più complessa e storicamente più articolata.

Il tema della soggettività meridionale, più di ogni altra problematica meridionalista, rinvia, però, ad un nodo di analisi che resta preliminarmente da chiarire: la relazione tra Sud e modernità/modernizzazione. Sull'argomento, l'indagine meridionalista ha, spesso, acriticamente fatto propri il determinismo economico e gli schemi evoluzionistici variamente coniugati dalle scienze sociali.

In linea generale, le scienze sociali hanno postulato un concetto di modernizzazione come transizione lineare da forme e modi di vita tradizionali a forme e modi di vita moderni. La realtà storica mostra il contrario: forme di comportamento e relazioni sociali tradizionali si amalgamano con le moderne strutture di mercato e retroagiscono su di esse. L'habitat della tradizione e l'habitat della modernità si connettono e danno luogo a forme e relazioni nuove, entro cui muta sia il senso originario della tradizione che quello della modernità. La presunta purezza cristallina delle strutture di mercato viene, così, contaminata e rideterminata dalle persistenze della tradizione; e viceversa.

L'amalgama di tradizione e modernità produce delle specifiche strutture e congiunzioni di significato, i cui cicli di esistenza, espressione e comunicazione descrivono esperienze ed eventi storici discontinui. Non è, insomma, una logica razionale e predicibile che muove la storia, rendendo materia inerte la società e abbassando al rango di oggetti i raggruppamenti socio-umani. Modernità e tradizione vanno sempre investigate dando ragione della complessità delle catene di interdipendenze relazionali, umane e sociali che si sviluppano senza posa tra di loro. Le forme di stratificazione, integrazione ed esclusione sociale sono sempre il risultato mobile delle catene di interdipendenze tra multicentricità della tradizione e multicentricità della modernità.

Applicando questi schemi di lettura al Sud — e segnatamente alla soggettività meridionale — si deve concludere: le scale del conflitto sociale e culturale non si redistribuiscono secondo una direzionalità dicotomica (modernità ad un polo; tradizione all'altro); bensì si introvertono, diffondono e metabolizzano lungo una raggiera di tensioni interne.

La "catena migratoria", nel ciclo che va dagli anni '50 agli anni '60, è uno degli eventi più rilevanti di questa dialettica non lineare, con il suo riversare significativi effetti di mutamento sugli inputs e sugli outputs della struttura sociale e delle reti comunicative. La sua razionalità è orientata tanto alla "resistenza passiva" alla modernizzazione capitalistica quanto al trapianto — positivo e contaminante — delle radici dell'identità originaria nel territorio altro dell'accumulazione capitalistica avanzata, nei confronti di cui saltano per aria tutti i diaframmi socio-economici e i confini culturali. Non è, certo, un caso che ritroviamo gli emigranti meridionali come protagonisti attivi delle lotte operaie italiane degli anni '60 (da P.zza Statuto sino a tutto l'autunno caldo) e nelle lotte dell'operaio multinazionale in Europa, a cavallo degli anni '60 e '70. L'esodo meridionale è stato simultaneamente segno/simbolo di uno scacco e di una eccedenza di senso.

La sussunzione reale delle forme, delle culture e dei comportamenti tradizionali nelle strutture mature della produzione e del mercato è quanto meno di "puro", univoco e totalizzante sia dato immaginare. Tutte le identità che entrano in gioco si intercondizionano, agendo e subendo rilevanti variazioni di senso. L'immobilismo politico e la mobilitazione sociale della soggettività meridionale si plasmano ed erompono dal livello articolato di tale processualità complessa.

Così stando le cose, è tanto vera l'ipotesi/evento che vede le strutture economiche del mercato inserite nei rapporti sociali quanto l'altra che registra l'inserimento dei rapporti sociali nelle forme economiche. Nel caso del Sud (ma non solo del Sud), le due forme di inserimento convivono. Questa l'anomalia: il salto all'economia di mercato (la "grande trasformazione" descritta da Polany) coabita con la persistenza di rapporti sociali non organicamente funzionali alle gerarchie e ai valori delle strutture e delle forme del mercato, ma non per questo liquidabili come "residui feudali".

Il "piano del capitale" dello "sviluppo a mezzo dello Stato" e la fluidificazione diffusiva dei networks clientelari, all'incrocio degli anni '70, ben esprimono i caratteri dell'anomalia meridionale. Ancora di più: qui si concentra, ad un denso livello di combinazione, la crisi incrociata della forma-Stato, della classe politica e della soggettività meridionale.

Dal 1945 a tutti gli anni '70, il territorio sottostante alla crisi della soggettività meridionale pullula di reti di coalizioni parentali, amicali e clientelari, le quali costituiscono una sorta di catena di "gruppi di interessi" in proiezione verso i "gruppi di pressione", a loro volta, sospinti e schiacciati verso le élites politiche locali e nazionali. Le azioni politiche e le strategie comunicative di tali reti coalizionali non solo si sovraimpressionano alla razionalità economica e alla razionalità politica, ma surrogano le funzioni delle istituzioni pubbliche, della relazionalità sociale e dell'"agire collettivo".

Prende conseguentemente luogo una modalità di legame sociale e di ordine politico di secondo grado. La "naturalità" dello slegame sociale oggettivamente determinatosi trova una soluzione autoritativa nella ricombinazione soggettiva del nesso Stato/mercato, modellato secondo patterns di pianificazione e di comando ponenti al loro centro non tanto la razionalità economica e la legittimazione politica quanto esigenze di egemonia culturale e imperativi di controllo politico-sociale. Surdeterminate risultano tanto le funzioni del mercato che le funzioni dell'impersonalità statuale. Ciò consente di superare la sindrome hobbesiana della "guerra di tutti contro tutti", ma inabissa in vortici tempestosi la questione della legittimità e della sovranità.

La crisi della soggettività meridionale misura direttamente la crisi della legittimità e della sovranità e diventa un dato inquietante, laddove nel Sud (e in Italia) non si mette mano a forme di legittimità e sovranità aperte, situate al di là dei limiti, dei paradossi e delle controintenzionalità del gioco democratico.

Combinandosi con intensi processi di disgregazione e destrutturazione socio-culturale, la crisi della legittimità e della sovranità ha, nel Sud, messo capo ad accese forme di conflittualità sociale. Anche qui gli anni '70 costituiscono un crinale di svolta.

 

6) Dai secondi anni '40 agli anni '70, la soggettività meridionale ha dato vita a cicli di conflittualità diffusa che sono, contestualmente, effetto e contraltare del disegno di ricomposizione sociale pilotato dallo Stato.

Le rivolte contadine, il banditismo, il separatismo, i movimenti di occupazione delle terre, i movimenti di lotta per il salario, per il lavoro e per la casa, i movimenti per le autoriduzioni, i movimenti femminili, le ribellioni urbane e la conflittualità tra municipalità nascono in questo cono d'ombra.

C'è un elemento che ha attribuito a tali cicli di conflittualità caratteri particolari e che merita di essere adeguatamente sottolineato.

Nel secondo dopoguerra, la polarità relazionale tradizione/modernità che si va irradiando al Sud si innesta su una "base sociale" che vede velocemente accumularsi le condizioni della transizione dal capitalismo primario della libera concorrenza al capitalismo sviluppato. Il che — come già mostrato vent'anni fa da G. Germani nelle sue analisi sulle classi sociali in America Latina — ammette un transito simbolico-culturale di primaria importanza: dal primato dell'etica della produzione si trascorre al primato dell'etica del consumo. L'etica produttivistica lascia il posto all'etica consumistica. Nel Sud, avviluppato dal meccanismo dello "sviluppo a mezzo dello Stato", rete ed etica dei consumi trovano garanzia nella tutela statuale. Giova ricordare che, nella situazione della contemporaneità, siffatta variabile recupera e rielabora sincretismi della cultura greco-romana, proliferati a lato e dopo la Magna Grecia, secondo i quali — come è largamente noto — il lavoro è sinonimo di schiavitù, situandosi la libertà politica e la creatività poietica nelle sfere del non-lavoro.

La conflittualità sociale meridionale si va dislocando su tale frattura, da cui è, in un certo senso, prodotta: suo obiettivo principale non è "più produzione", ma "più consumi"; meglio ancora: maggiore tutela sul fronte della redistribuzione dei beni. Sua controparte, allora, non è il sistema sociale delle imprese e nemmeno sono le gerarchie del sistema di fabbrica; bensì direttamente il nesso di comando Stato/mercato che governa, al Sud, l'assemblamento delle sfere della produzione con quelle del consumo.

Le stesse occupazioni delle terre dei secondi anni '40 e dei primi anni '50 si inscrivono in questa dinamica. E non è un caso che, con la riforma agraria del '57, esse approdano non a una "società contadina" organizzata su basi capitalistiche avanzate quanto ad un assorbimento della "campagna" nei meccanismi di stratificazione sociale e costruzione del consenso risultanti dalla triangolazione Stato/mercato/élites locali.

Le strutture di significato della conflittualità sociale meridionale non poggiano sul produttivismo; piuttosto, sono riconducibili a tensioni di tipo fortemente identitario e civico-politico. I cicli di conflittualità sociale degli anni '70 sono quelli maggiormente tipicizzati in questa direzionalità di senso.

Nell'oltrepassamento delle strettoie del produttivismo e del lavorismo sta la terribile modernità della conflittualità sociale meridionale. Qui, del pari, la sua estrema fragilità.

Etica del consumo, identitarismo e propensioni civico-politiche non si convertono in autodeterminazione sociale. Si situano, piuttosto, in un rapporto di sovraesposizione sia rispetto ai meccanismi di produzione della ricchezza (stretti nel nesso Stato/mercato) che nei confronti delle sfere della giustizia distributiva (governate dal nesso Stato/élites locali), da cui reclamano maggiori beni materiali e immateriali, senza mai attaccarne e modificarne l'architettura strutturale.

La destrutturazione delle strategie statuali, mercatistiche e clientelari non si prolunga mai in destrutturazione dei poteri statuali, mercatistici e clientelari, col risultato che la conflittualità sociale resta perennemente sospesa a mezz'aria. L'obiettivo specificamente mancato è la coniugazione del mutamento sociale e culturale sul terreno della coagulazione di nuovi diritti, istituzioni pubbliche non più invasive, forme di agire non più depotenziate ed evacuate dalla tutela consumistica assicurata dallo Stato.

L'ammutolimento della soggettività meridionale negli anni '80 e '90 nasce da questi limiti endogeni, intorno cui il venir meno delle condizioni esogene della garanzia statuale dei consumi costruisce terra bruciata. Ma lo zittimento della conflittualità sociale negli anni '80 e nei '90 non è esclusiva prerogativa del Sud, per quanto il silenzio meridionale abbia irriducibili motivi di origine e incommensurabili forme di espressione.

Il silenzio e la sconfitta dei movimenti è un tema che va sottoposto a ispezioni interne tanto diversificate e capillari quanto animate da una strategia cogente che restituisca senso e ragioni alle lotte e alle speranze di un'epoca, disvelandone, nel contempo, l'inadeguatezza e i limiti insormontabili. Di nuovo, partire dalla condizione di meridionalità vuole significare andare alla ricerca del proprio Sé, per aprire da qui il dialogo con l'Altro.

7) Silenzio della soggettività, tracollo del ceto politico, inaridimento dell'habitat socio-economico sono i principali elementi di contesto del paesaggio meridionale negli anni '80 e '90.

In questa cornice, ben presto i paradigmi della soggettualità meridionale, dello sviluppo autocentrato etc. hanno palesato tutto il loro corto respiro. Se è vero che, a fronte dell'implementazione delle politiche meridionaliste dell'intervento straordinario, il Sud non può essere più assunto come "unità di sottosviluppo", appare fin troppo chiaro che i processi di "autopropulsività industriale" registrati, sul finire degli anni '70 e il principiare degli '80, in regioni come l'Abruzzo, il Molise, la Puglia e, in misura più circoscritta, la Campania mancano di tenuta strategica.

In particolare, sono drammaticamente sprovvisti proprio dei requisiti endogeni sui quali, su base capitalistica avanzata, può decollare un'ipotesi di "sviluppo autosostenuto": valgano esemplificativamente le carenze in tema di innovazione tecnologica, di ricerca e sviluppo, di formazione professionale, di servizi avanzati alle imprese, di accentramento/decentramento delle decisioni, di elasticizzazione funzionale del rapporto impresa/ mercato, di recezione della qualità differenziale della domanda di merci e beni, di integrazione attiva nelle economie della globalizzazione etc.

Negli anni '70 e '80, i poli di iniziative industriali endogene non presentano i requisiti dell'integrazione produttiva nel mercato nazionale e internazionale; non appaiono funzionalmente diversificati; non danno luogo ad economie di scala omogenee. Conseguentemente, non sono in grado di creare economie esterne che fungano da effetto e causa di trascinamento dell'insediamento di nuove imprese.

Per contro, l'insediamento operato dal capitale esterno non è agente di "fertilizzazione industriale", in quanto le strutture produttive realizzate non creano opportunità per nuovi sviluppi e nuovi investimenti. Più che rispondere alle esigenze e alle dinamiche socio-territoriali dei sistemi locali, i poli di insediamento esterno obbediscono alla razionalità strumentale di interessi esogeni.

E dunque: persino (o, forse, meglio: soprattutto) a livello di "sviluppo autopropulsivo" dobbiamo registrare la refrattarietà meridionale ai codici della modernità e della contemporaneità. Nel volgere di pochi anni, in perfetta coerenza, i processi di autopropulsività industriale del Sud entrano in dissolvenza.

Degli anni '70 resta da cogliere, nel Sud, la rottura materiale avvenuta dei princípi di unità e globalità su cui, negli anni '50, si esercita la teoria/prassi dell'intervento straordinario. Le stesse scienze sociali sono costrette a registrare la caduta di vigenza degli schemi ermeneutici dell'intervento straordinario: la presupposta invarianza della condizione meridionale viene disarticolata, per linee interne, dall'insorgenza di variabili locali estremamente differenziate. E tuttavia, la ricerca scientifica e politico-sociologica rimane avvinghiata ai miti e riti dell'industrialismo e del post-industrialismo, mettendosi alacremente a disegnare la mappa di un diverso (e improbabile) modello di sviluppo industriale per il Sud.

Pur regredendo dall'idea di Stato-piano (intorno cui nasce la Cassa) e dal principio di univocità e globalità (intorno cui si sviluppa l'intervento straordinario), classe politica e cultura dominanti non riescono a prendere commiato dalla razionalità economico-politica industriale che si intende, all'infinito, applicare all'habitat meridionale, nonostante il crollo del sistema delle partecipazioni statali, vera struttura portante del processo/progetto di industrializzazione del Sud.

Gli anni '80 e '90 si avvitano attorno alle speranze deluse e alle scorie degli anni '70.

Già all'inizio degli anni '70, si assiste alla paralisi della legislazione meridionalista, con cui si blocca l'intervento pubblico nel Sud, senza disporre e neanche intravvedere soluzioni alternative all'orizzonte. Nemmeno il ridisegno dell'intervento straordinario tentato con la legge 64 del 1986 supera questa impasse; anzi, la ratifica e cristallizza in via definitiva.

Il depotenziamento delle politiche meridionaliste degli anni '80 diparte da qui; da qui diparte la loro riduzione a mera redistribuzione di risorse, svincolata da ogni ipotesi di sviluppo industriale.

Prende qui forma una processualità socio-politica doppiamente caratterizzata: da un parte, si contrae vistosamente il volume dei trasferimenti finanziari verso il Sud; dall'altra, una massa decrescente di risorse viene canalizzata verso le aree sociali e geografiche che esibiscono il più elevato tasso di protezione politica. Quanto più si riduce il volume dei trasferimenti finanziari, tanto più si contrae l'area della protezione politica; tanto più entra in crisi il ceto politico meridionale che aveva costruito la sua identità e il suo potere quale mediatore e regolatore politico-sociale.

Gli anni '80 e '90 ereditano non solo l'enorme carico di problemi non risolti dei decenni precedenti, ma si trovano ad assistere impotentemente alla deflagrazione accelerata degli effetti disgregativi a loro collegati. Tutti i centri delle politiche meridionaliste e i loro molteplici attori entrano in uno stato di crisi comatosa che non tarda ad implodere, producendo una sorta di vuoto pneumatico agonizzante, senza vie di uscita.

 

8) Negli anni '80 e '90, il dissolversi dello schema di ricomposizione/ regolazione sociale in opera nel trentennio precedente rende possibile avvertire il carattere multidimensionale della crisi del Sud e delle politiche meridionaliste.

Vediamone, in sintesi, l'ordito complesso e intrecciato.

Con il venir meno dello Stato-piano (Stato come operatore macroeconomico), entra in crisi la forma di governo dello sviluppo. Con il tracollo del sistema delle partecipazioni statali, entra in crisi il ruolo dello Stato imprenditore (Stato come operatore microeconomico). Conseguentemente, i selettori e i centri decisionali dello sviluppo economico-politico non riescono più a fungere quali regolatori del mutamento sociale e degli stili di vita.

La crescita smisurata della domanda sociale impatta un vuoto di autorità e legittimità, tanto al centro quanto alla periferia. Il sistema fluidificatore Stato/ mercato/élites locali come non riesce più a regolare e razionalizzare i meccanismi della redistribuzione, così non sembra capace di governare il mercato del lavoro e i circuiti della legalità; tantomeno appare in grado di offrire codici condivisi alle trame dell'agire socio-culturale e cogenti motivazioni ai soggetti collettivi e individuali. Ciò intenziona una proliferazione di conflitti afasici, tratto inquietante e terribile del Sud degli anni '80 e '90.

Incompiutezza, instabilità, pulviscolarità, precarietà, rattrappimento delle condotte di senso, immiserimento estremo dell'agire pubblico e dello spazio privato e disidratazione diffusiva delle identità divengono il contrassegno della soggettività meridionale e, per molti versi, costituiscono l'istantanea in movimento del Sud di oggi. Il surplus di mutamento che percorre il lungo ciclo che va dagli anni '50 ai '70, imploso nelle sue strutture di significato ed esploso nelle sue modalità di espressione, lascia libero il campo ad un annichilimento dell'humus sociale e ambientale e ad uno spossamento degli slanci vitali. Un quadro di sorda disperazione convive con brame di felicità assoluta, costantemente frustrate.

Ad agire non sono unicamente il "trauma della modernità" e lo "shock del futuro", ma anche il rifiuto istintivo, poco convinto e disarticolatamente praticato di consegnarsi all'abbraccio mortale della modernità e della contemporaneità. Non può essere, quindi, il post-industriale lo spazio perspicuo del Sud. Anzi, è il Sud che costringe a ripensare le categorie dello spazio/tempo.

Dalla "landa desolata" che è diventato oggi il Sud si levano voci, suoni e immagini di speranza. Le macerie messe spietatamente in mostra non nascondono più niente all'occhio e al cuore. Dove il dolore è estremo ed estremo l'urlo del silenzio, ridiventa possibile penetrare intensamente le fibre essenziali della vita; rielaborare le strutture dei tempi e degli spazi esistenziali e storici; cercare un altrove per la società, la storia, l'agire pubblico e la felicità privata. Cultura ed arte meridionali sono già oggi tra le poche cose vitali circolanti nell'avvilente panorama che ci circonda.

Il multiversum meridionale, mai come ora, si configura come una geografia dei desideri estirpati e negati, dei diritti promessi e mai concessi, delle occasioni mancate che, in sembianze nuove e non ancora ben chiare, tornano a ravvivare l'orizzonte. Apprezzarlo significa non ricercare ancore di salvataggio in macrosoggetti, depositari di prometeiche ipotesi di liberazione; e nemmeno in microfigure sociali diffuse, portatrici di strategie di libertà minima. Il multiversum meridionale è uno dei luoghi caldi della metamorfosi dei linguaggi della prassi politica, della comunicazione sociale, della dialogica umana e della creazione poietica. Ci invita, perciò, a scavare più in là degli orizzonti tracciati dai movimenti sociali degli anni '60 e '70.

 

Mercogliano (Av), aprile 1996

 

 

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