CAP. I

GENEALOGIA DELLA CRISI (1):

IL MODELLO DI SVILUPPO INDUSTRIALE

 

  

1.

La ricostruzione: 1945-1950

"Quando nel 1945 la guerra così duramente combattuta sul territorio italiano veniva a cessare, i vuoti lasciati nel nostro paese e nel sistema economico erano tali e tanti da far seriamente temere che il Paese assai difficilmente e solo a costo di gravi, lunghi sacrifici avrebbe potuto risollevarsi".

Il patrimonio nazionale, valutato nel 1938 in 700 miliardi di lire, risulta ridotto di un terzo; valutabile, secondo gli indici monetari correnti, a circa 10 mila miliardi di lire.

La mappa dei danni è la seguente:

1) Abitazioni: interamente distrutti 1,9 milioni di vani; gravemente danneggiati 1,1 milioni; danneggiati 3,8 milioni; la diminuzione complessiva delle abitazioni ammonta a 2-3-milioni di vani;

2) Opere pubbliche (edifici, strade, opere marittime, acquedotti, ecc.): danni valutati, alla fine del 1945, a circa 500 miliardi;

3) Naviglio mercantile: riduzione da 3,4 milioni di tonnellate di stazza lorda a 429 mila tonnellate;

4) Ferrovie statali: distruzione o danneggiamento di un quarto dei binari, un terzo dei ponti, del 60% dei carri merci, dell’80% delle carrozze per viaggiatori, bagagliai e postali;

5) Ferrovie private: riduzione di un quarto della rete di esercizio che era di circa 6 mila km.;

6) Agricoltura: danni per circa 550 miliardi di lire, in valore 1949; i quali si aggiungono a quelli, di difficile valutazione, derivanti dalla mancata concimazione e dalla diminuita fertilità;

7) Industrie: secondo un calcolo approssimativo, il totale dei beni distrutti ammonta nel 1946 a 4.500 miliardi; i settori più colpiti sono il siderurgico, l’elettrico, il cantieristico, il chimico, il meccanico e il metallurgico; gli impianti produttivi, senza considerare le scorte, subiscono danni nell’ordine del 20% della situazione prebellica;

8) Aziende commerciali: danni stimati ad oltre 8 miliardi di lire prebelliche, equivalenti a circa 400 miliardi in valori correnti.

Soprattutto le capacità produttive del sistema industriale appaiono prostate, al di sotto dei valori espressi nel periodo prebellico; ciò anche in considerazione:

a) dell’usura degli impianti e della loro scarsa manutenzione nel periodo bellico;

b) dell’obsolescenza dei macchinari e dell’esaurimento delle scorte;

c) della perdurante difficoltà di approvvigionamento delle materie prime e della contrazione del commercio estero.

Un sistema produttivo a ridotta potenzialità si trova, tuttavia, a dover affrontare una consistente pressione demografica. Alla fine della guerra, la popolazione italiana ammonta a 45,7 milioni di abitanti, con una densità di oltre 150 abitanti per km²: soltanto il Belgio, l’Olanda e la Gran Bretagna hanno, in Europa occidentale, una densità abitativa superiore.

È il mercato del lavoro, in primo luogo, a dover affrontare l’intensa pressione demografica, accentuata dalla smobilitazione delle forze armate, dal rientro dei prigionieri di guerra e dei profughi provenienti dalle ex colonie.

Per avere un’idea delle pressioni notevoli che si vanno canalizzando verso il mercato del lavoro, basta osservare che:

a) nel settembre 1945 i lavoratori esuberanti occupati nell’industria, nella sola Italia settentrionale, sono oltre un milione;

b) nel 1946 il numero degli iscritti alle liste di collocamento è di circa 2 milioni.

Il depotenziamento delle capacità produttive del paese convive con uno generalizzato squilibrio nei settori produttivi. In queste condizioni, i necessari processi di riconversione da una economia di guerra ad un’economia civile importano elevati costi di produzione, i quali tendono oggettivamente ad alimentare la spirale inflazionistica prezzi/salari.

Per le autorità di governo, la necessità di innescare il processo di industrializzazione convive con l’esigenza di evitare processi inflattivi. Fatto nel 1938 eguale a 100 l’indice dei prezzi all’ingrosso, negli anni successivi esso ha il seguente andamento: 858 nel 1944; 2.060 nel 1946; 5.159 nel 1947. Nel maggio del 1947 il dollaro è quotato fra 900 e 1.000 lire, contro la media di 450 lire nel 1946.

Le esigenze della costruzione di un sistema industriale competitivo sul livello internazionale si intrecciano, pertanto, con necessità, non meno imperiose, di stabilizzazione economico-monetaria. Il governo della moneta diviene, così, una componente essenziale del governo dell’industria (e dell’economia) e viceversa.

Il governatore della Banca d’Italia D. Menichella, qualche anno dopo, confessa con chiarezza che le strategie postbelliche del-l’Istituto di emissione, ispirandosi alla "condotta monetaria" giolittiana dei primi anni del secolo, erano volte a scongiurare, in linea permanente, focolai inflazionistici, di qualunque natura e causa essi fossero.

Il ciclo 1947-1956, paragonato a quello giolittiano di inizio secolo, viene assunto da Menichella in questi termini: "Dalla fine della prima guerra mondiale l’Italia non aveva mai goduto di un periodo così lungo, come quello sperimentato da oltre otto anni, di incessante ed accentuato sviluppo economico, accompagnato da una sostanziale stabilità monetaria e dall’apprestamento di cospicue riserve valutarie idonee a correggere squilibri transitori nella bilancia dei pagamenti".

La stretta interdipendenza tra politica monetaria e politica industriale è riprovata dalla circostanza che vede, durante tutta la fase del governo tripartita 1944-47, i più importanti dicasteri finanziari assegnati a tecnici liberali.

L’intreccio tra politica monetaria e politica industriale richiama, a sua volta, un legame ancora più profondo tra politica economica e politica in senso stretto, le cui proiezioni si prolungano fino a penetrare l’ambito delle relazioni internazionali.

Nell’inverno 1944-45, una missione economica italiana negli Stati Uniti, guidata da Quintieri e Mattioli, ha già modo di rilevare che gli americani subordinano l’aiuto economico all’Italia alla realizzazione di due condizioni:

a) totale ripristino di un’economia di mercato all’interno;

b) eliminazione all’esterno delle tariffe protezionistiche.

Nel volgere di pochi anni, a queste due variabili strategiche se ne aggiunge un’altra, il cui carattere è più squisitamente politico: allineamento alla leadership americana. Va, in proposito, ricordato che De Gasperi, già in una riunione del Comitato di Liberazione Alta Italia (Clnai), tenuta a Milano il 22 maggio del 1945, significativamente ha modo di osservare: "Mi sono occupato dei problemi esteri che richiedono pronte decisioni. Purtroppo però queste decisioni non dipendono da noi. Ciò tanto nel campo interno quanto in quello estero. Quindi procediamo alla formazione dl nuovo governo ma senza l’illusione di essere padroni delle decisioni".

Tra il 3 e il 17 gennaio del 1947, Menichella accompagna De Gasperi in una visita negli Usa, allo scopo di ottenere un prestito.

Giova far rilevare che proprio in quello scorcio di tempo va mutando l’atteggiamento americano verso l’Urss. Al progressivo irrigidimento della politica americana fa eco il raffreddamento conflittuale dei rapporti tra i paesi dell’Europa occidentale e l’Unione sovietica. Col fallimento della Conferenza di Mosca, tramonta il dialogo tra Est ed Ovest.

Nel gennaio 1947, George Marshall sostituisce Byrnes alla segreteria di Stato americana e il 12 marzo il presidente Truman, in un famoso discorso, noto come dottrina Truman, dà inizio alla "guerra fredda", consistente nella contrapposizione frontale dell’espansio-nismo sovietico e nella lotta senza quartiere contro la "sovversione comunista", in qualunque angolo del globo.

La visita americana di De Gasperi e Menichella negli Usa si inserisce in questo mutamento di scenario delle relazioni internazionali. L’articolato decisionale che ne consegue si compone di manovre sequenziali tra loro coerenti.

La prima è data dall’adesione, il 15 marzo del 1947, con l’assenso di tutti i partiti della coalizione di governo, agli accordi di Bretton Woods e dall’ingresso nel Fondo monetario internazionale e nella Banca internazionale di ricostruzione e sviluppo.

La seconda è rappresentata dalle dimissioni del governo tripartita, avvenuta alla fine del maggio 1947; ad esso succede un monocolore democristiano (quarto governo De Gasperi), con l’esclusione dei comunisti e dei socialisti.

Intanto, l’1 maggio, a Portella della Ginestra, la banda Giuliano spara su un corteo sindacale, lasciando sul terreno 8 morti e 32 feriti.

La terza è data dalla politica economica deflazionista lanciata nel giugno-settembre 1947 dal ministro del bilancio, nonché vicepresidente del consiglio, Luigi Einaudi, che conduce alla svalutazione della lira e alla prima fase della ristrutturazione industriale, la quale si sostanzia in un aumento dei livelli di disoccupazione e in un’erosione del potere di acquisto dei salari.

La quarta si concreta nella partecipazione, il 12 luglio 1947, alla conferenza economica del "Piano Marshall" di Parigi, con cui si sancisce la leadership economico-politico degli Usa sull’Europa occidentale.

L’ultima è data dal rimpasto senza crisi del 15 dicembre 1947, con cui entrano nel governo il PSLI e il PRI; a questo punto, lo spostamento d’asse politico: dal governo tripartito di unità nazionale all’egemonia centrista democristiana, può dirsi definitivamente completato.

La sequenza degli avvenimenti in narrazione mostra, in maniera assai evidente, la crucialità del 1947 nella storia repubblicana italiana. Il 1947 è l’anno in cui tutti i nodi di natura politica (interna e internazionale), economica, monetaria, industriale e sociale vengono ricondotti ad unità e sciolti secondo strategie univocamente determinate, criticabili nelle loro articolazioni e nelle loro risultanze di medio e lungo periodo; ma, certo, non prive di coerenza interna. Tra composizione del governo, politiche economico-monetarie, politiche industriali, equilibri politici interni ed alleanze internazionali si viene stabilendo una relazione di profonda organicità, sanzionata formalmente, sul piano politico, dalle elezioni del 18 aprile 1948 che, in questo senso, rappresentano l’avvio del regime politico repubblicano.

La stabilizzazione monetaria perseguita dalla coppia Einaudi-Menichella si trova subito alle prese con il contenimento della inflazione interna e della svalutazione esterna, funzionanti come causa di crescita industriale soltanto a breve, essendo sul medio-lungo termine fattori di una pericolosa espansione del credito e di un rischioso assottigliamento delle riserve ufficiali. È appena il caso di ricordare che l’Italia, con la sua adesione agli accordi di Bretton Woods e l’ingresso nel Fondo monetario internazionale del marzo ‘47, tra i suoi impegni prioritari ha inserito proprio il controllo del credito e l’accrescimento della riserve monetarie.

Il 4 agosto 1947, il Comitato interministeriale per il credito e il risparmio approva nuove norme ispirate ad una politica creditizia restrittiva; il 22 agosto, dopo una consultazione con le principali banche, le norme vengono emesse.

Esse possono essere, così, riassunte:

a) i depositi esistenti al 30 settembre 1947 ed eccedenti il 10% del patrimonio dovevano essere investiti in titoli di Stato o assimilati, opppure depositati in conto fruttifero presso la banca centrale; e ciò fino a raggiungere il 15% dei depositi stessi;

b) a far data dall’1 ottobre 1947, ogni eccedenza di deposito, rispetto alla consistenza del 30 settembre, doveva essere investita fino al 40%;

c) i depositi venivano considerati al netto dei conti valutari e interbancari;

d) ai depositi vincolati presso l’istituto di emissione o presso il Tesoro veniva corrisposto un tasso inferiore dello 0,25% a quello dei buoni ordinari del Tesoro a un anno;

e) per ogni aumento della circolazione si rendeva indispensabile, da allora in avanti, di un decreto ad hoc del Consiglio dei ministri.

La politica deflazionista appena lanciata ottiene subito gli obiettivi prefissati: nel quadrimestre settembre-dicembre 1947, i prezzi all’ingrosso si abbassano dell’11,8% e il costo della vita cala di circa l’8%; per converso, nell’ultimo trimestre dell’anno, la produzione industriale decresce di alcuni punti. Nel marzo 1948, i prezzi si livellano ulteriormente, scendendo ad un 15-20% al di sotto dei valori raggiunti cinque mesi prima e il costo della vita scende di circa il 12%.

Le strategie deflazioniste valgono, sì, ad arrestare la spirale inflazionista e stabilizzare il cambio; però, si reggono su strutturali processi di disoccupazione della forza-lavoro, accompagnati dalla caduta della domanda aggregata, espressa da una crollo verticale degli investimenti. Il ciclo che ne deriva (1947-1950) è, coerentemente, caratterizzato da una forte depressione industriale. L’obiettivo monetarista del salvataggio della lira ha un effetto chiaramente depressivo sulla produzione industriale che non manca di dar luogo a numerose critiche.

La stretta creditizia ingenera una scarsità di liquidità che si traduce in una contrazione degli investimenti. Difficoltà insorgono anche nel pagamento dei salari ai lavoratori di alcune grandi industrie del Nord. Un pericolo di collasso industriale incombe sul sistema produttivo italiano: nel gennaio-febbraio del 1948, la produzione industriale cala del 15% rispetto all’apice raggiunto nell’ottobre 1947. La recessione è ancora più spinta in alcuni settori chiave come il tessile e il meccanico, in cui si registra un declino della produzione industriale nell’ordine del 20-25%.

Dal nuovo contesto economico-industriale traggono vantaggi quei settori che lavorano per i mercati esteri, i quali si avvalgono del nuovo regime valutario e dalla crescita della domanda mondiale. In questo modo, se è vero che, con il conseguente calo delle importazioni, deflette il disavanzo delle transazioni correnti, è altrettanto vero che il sistema industriale assume un assetto squilibrato, eccessivamente sbilanciato verso quei settori che producono in funzione dei mercati esteri. Difatti, nel 1949, le importazioni aumentano del 2,1%, mentre le esportazioni del 9,4%.

Tre sono i poli produttivi su cui viene eretto il sistema industriale postbellico: auto, chimica e siderurgia. Questi settori sono già presenti nell’economia prebellica, ma con un rilievo secondario, anche in virtù della gestione controllata del sistema economico e delle politiche autarchiche e protezionistiche attuate dal regime fascista. Il rilancio produttivo e la costruzione di un moderno apparato industriale si pongono come compito prioritario quello di introdurre una forte discontinuità a confronto delle politiche economiche del fascismo. L’intellettualità economica più accreditata (Einaudi, Menichella, Corbino, Del Vecchio, ecc.) pone la seguente equazione: "restaurazione democratica" = ritorno al principio della libertà degli scambi. Troveremo proprio questi personaggi a decidere le politiche economiche e monetarie del paese.

Le linee generali, così, definite, conducono all’affermazione di un modello di sviluppo industriale in un’economia aperta, imperniato sulle industrie esportatrici, verso cui, per effetto della liberalizzazione degli scambi, vengono, altresì, veicolate ingenti masse valutarie. La penalizzazione delle industrie importatrici si affianca all’omissione di qualunque controllo sulla qualità e sulla natura delle importazioni. I flussi monetari e valutari vengono, in linea predeterminata, orientati verso l’esportazione e manca di esercitarsi una lettura intelligente e puntuale delle aree e dei settori più abbisognevoli di intervento e di aiuto.

Le strategie della rottura di ogni controllo pubblico dell’economia, della stabilizzazione monetaria e della piena liberalizzazione degli scambi portate avanti dalla coppia Einaudi-Menichella, in realtà, hanno al loro centro una costitutiva incongruenza: il postulato assiomatico del ferreo controllo del credito. Viene qui al pettine un’aporia interna del discorso liberista, a misura in cui si incardina su premesse monetariste. Contrariamente a tutti gli assunti teorici liberali di eliminazione di qualsivoglia tipo di controllo dell’economia, pur predicati, il sistema della ricostruzione viene imperniato sul controllo del sottosistema del credito. Attraverso il governo della leva monetaria, le istituzioni pubbliche finiscono col sovradeterminare assetto, forme e dinamiche dell’apparato produttivo.

Le politiche economiche e monetarie mettono a profitto anche l’elasticità e il volume quantitativo dell’offerta di lavoro che consentono di schiacciare in basso la dinamica salariale, mantenendo il costo della forza-lavoro assai al di sotto di quello del prodotto per uomo-ora. Inoltre, la sovrappopolazione relativa italiana è dirottata verso le economie europee forti, essendo esse caratterizzate da una scarsità strutturale di manodopera. Cosicché la forza-lavoro italiana concorre a "finanziare", in condizioni non certo agevoli, tanto la ripresa nazionale quanto la ripresa europea.

L’integrazione nei mercati internazionali che ne consegue, pur avendo indubbi effetti positivi, avviene a tutto scapito dell’espansione dei consumi interni e della dinamica salariale. Una delle variabili strategiche delle politiche monetarie è, appunto, rappresentata dal costante contenimento dei consumi, i quali sono compressi a favore degli investimenti privati, secondo le logiche e le allocazioni prima esaminate. Per il governatore Menichella, come chiarisce sul finire del suo mandato, il "motore dello sviluppo" sono gli investimenti e la linea di condotta cui deve, conseguentemente, con costanza ispirarsi l’istituto di emissione è impedire che si "possa trasferire alla zona dei consumi quegli incentivi che devono invece rimanere nella zona degli investimenti".

La contrazione dei consumi interni e la compressione dei salari, a loro volta, sovralimentano i processi di disoccupazione in corso: nel ciclo 1948-58 i disoccupati assommano a circa 2 milioni. Ora, per l’autorità monetaria e le istituzioni pubbliche, la disoccupazione italiana avrebbe un carattere strutturale, non rimediabile da "sollecitazioni monetarie". Con la sovralimentazione del fenomeno della disoccupazione si insedia un altro fenomeno strutturale: l’emarginazione dai cicli produttivi di consistenti strati sociali. Al ciclo della disoccupazione e dell’emarginazione corrisponde il ciclo dell’emigrazione, la cui massa critica nel Mezzogiorno assume proporzioni gigantesche.

Disoccupazione, emarginazione sociale ed emigrazione costituiscono un portato coerente del modello di sviluppo industriale realizzato dalla ricostruzione. Le soluzioni fornite alle questioni di fondo dell’economia e dell’industria italiana comportano la creazione di nuovi e non meno rilevanti problemi di struttura, i quali produrranno i loro effetti negativi soprattutto sul medio-lungo termine. Disoccupazione, emarginazione ed emigrazione saranno, nei decenni successivi, le strutture problematiche negative dell’economia e della società italiana.

Traendo alimento da disoccupazione, emarginazione, emigrazione discriminazioni sociali, la struttura sociale che va insediandosi complica oltremodo il manifestarsi pieno della conflittualità politica e sociale: il ciclo lungo che principia col Piano Marshall e plasma la fase della ricostruzione, allungando i suoi tentacoli fino a tutto il "miracolo economico", può essere senz’altro definito sviluppo senza lotte. Difatti, il ciclo delle relazioni industriali, dal 1945 a tutto il 1959, è caratterizzato da un’azione sindacale debole e da un clima di forte repressione padronale; basti pensare che il primo sciopero generale nazionale si registra nel 1960 e che alla sola Fiat, tra il 1948 e il 1953, vengono licenziati 164 attivisti sindacali, di cui 30 componenti di Commissione interna. In questo periodo, trovano pieno corso le teoriche del "declino del conflitto" e dell’"integrazione sociale". Il modello di società che il sistema politico, il sistema economico-industrale, il sistema culturale e gli apparati ideologici assumono come loro riferimento simbolico-autoritativo è una società a conflitto zero; il quale modello non può fare a meno di incardinarsi intorno ad una prospettiva storica di sviluppo repressivo.

Va, in proposito, ricordato che "volontarismo", "organicismo" e "personalismo", di ispirazione cattolica, componenti determinanti dell’ideologia che anima il gruppo dirigente della Dc che negli anni’50 (e oltre) è alla guida della macchina statuale, assegnano esplicitamente una funzione sediziosa al conflitto, in quanto incarnazione storico-sociale del "male". L’intervento pubblico nel sociale e nell’eco-nomico deve, conseguentemente, anticipare la sedizione conflittuale, impedendo che essa si manifesti, attraverso l’allestimento di un circuito di mediazioni politiche, in quanto supporto di un disegno complessivo di "organicismo sociale", siano capaci di innescare e stimolare reti comunicative di collaborazione attiva tra classi superiori e classi subalterne. La subalternizzazione delle masse è il paradigma teorico-politico che è qui possibile reperire in azione. È sempre il lato alto, secondo questa modalità comunicativa di aconflittualismo attivo, ad essere privilegiato e a prevalere: così è per lo Stato rispetto ai cittadini; così, per la politica rispetto alla società; così, per il sistema politico rispetto alla società civile; così, per l’offerta pubblica rispetto alla domanda sociale.

La "repressione silenziosa" nella società e l’"autoritarismo vallettiano" in fabbrica, in tutti gli anni Cinquanta, non sono che gli sbocchi coerenti dell’intrecciarsi di tutti questi processi storici, politici e culturali: lo "sviluppo industriale" (prima) e il "miracolo economico" (dopo) non faranno altro che sovralimentarli; come vedremo.

2.

Lo sviluppo industriale: 1951-1957

In questo ciclo storico, l’Italia subisce una profonda trasformazione strutturale: la sua economia da eminentemente agricola, in un arco temporale assai breve, si avvia a divenire prevalentemente industrializzata. Assistiamo, fondamentalmente, ad un rilevante incremento dell’industria manifatturiera, il cui valore aggiunto, nel triennio 1951-53, raggiunge già il 20% del reddito nazionale lordo.

Considerando l’intero ciclo 1951-1957, la situazione del settore industriale è la seguente:

Tab. 1 Prodotto lordo settore industriale:

rami di industria 1951-1957 (miliardi a prezzi 1963)

Rami di industria

1951

1957

 

v.a.

%

v.a.

%

Estrattive

97

2,4

162

2,5

Manifatturiere

2.952

71,2

4.593

69,1

Costruzioni

793

19,1

1.484

22,3

Eletricità, acqua, gas

304

7,3

405

6,1

Fonte: Istat

Il boom industriale italiano è, nelle sue linee generali, un boom delle industrie manifatturiere che, nel 1957, producono quasi il 70% dell’intero prodotto lordo del settore industriale.

Analizziamo ora, in maniera puntuale, il contributo percentuale fornito dai singoli comparti delle industrie manifatturiere alla formazione del prodotto lordo, avvertendo che la composizione percentuale sui valori è, come nelle tabella precedente, ai prezzi del 1963.

Tab. 2 Industrie manifatturiere: % formazione

prodotto lordo 1951-1957

Classi e sottoclassi

1951

1957

 

 

 

Alimentari e bevande

10,3

9,8

Tabacco

1,6

1,5

Tessili

11,2

9,6

Vestiario e calzature

13,1

7,9

Pelli e cuoio

0,7

0,8

Legno e mobilio

6,5

6,2

Metallurgiche

4,2

6,3

Meccaniche

25,1

25,2

Mezzi di trasporto

5,2

6,4

Lavorazioni minerali non metalliferi

5,6

6,9

Chimiche e derivati del petrolio e carbone

5,9

8,4

Carta e cartotecnica

1,9

2,3

Gomma

1,1

1,3

Grafiche e varie

7,6

7,4

Fonte: Istat

Come si vede, il ruolo preponderante è giocato dalle meccaniche che, da sole, rappresentano un quarto del prodotto lordo delle industrie manifatturiere.

Il peso crescente dell’industria è rivelato dall’analisi comparata degli investimenti lordi in miliardi di lire (a prezzi 1963), per rami di attività economica; il dato appare con maggiore chiarezza, assumendo sia i valori assoluti che quelli percentuali.

Tab. 3 Investimenti lordi per rami di attività economica

1951-1957

Rami di attività economica

1951-1957

 

v.a.

%

Agricoltura

377

10,7

Industria

1.157

32,8

Trasporti e comunicazione

292

8,3

Commercio, credito, assicurazioni e servizi

381

10,8

Abitazioni

896

25,4

Pubblica Amministrazione

282

8,0

Totale investimenti lordi fissi

3.385

96,0

Variazione scorte

142

4,0

Totale investimenti lordi

3.527

100,0

Fonte: Istat

Se procediamo alla disamina del prodotto lordo del settore privato, per rami di attività economica, assumendo come anni di riferimento il 1951 e il 1957 e riportando i relativi valori in miliardi di lire a prezzi del 1963, il processo di rapida industrializzazione risalta con ancora maggiore chiarezza.

Tab. 4 Prodotto lordo del settore privato 1951-1957:

miliardi a prezzi 1963

Rami di attività economica

1951

1957

 

v.a.

%

v.a.

%

Agricoltura, foreste e pesca

2.892

23,5

3.194

18,9

Industria

4.146

33,7

6.644

39,4

Attività terziarie

5.254

42,8

7.038

41,7

Fonte: Istat

L’industrializzazione del paese, ben dimostrata dalle tabelle riportate, si converte, con effetto immediato, nella crescita del reddito nazionale, ad un tasso che, nello stesso periodo, non conosce eguali negli altri paesi capitalistici avanzati.

Tab. 5 Tasso di crescita reddito nazionale:

Italia, Europa Occidentale, Usa: 1950-1955

Paesi

1950-1955

 

 

Italia

6,30

Europa Occidentale

5,68

Stati Uniti

4,23

Fonte: E. F. Denison, Why Growth Rates Differ, Washington, 1967, cap. XXI; cit. da M. D’Antonio, Sviluppo e crisi del capitalismo italiano 1951-1972, Bari, De Do- nato, 1973, p. 124.

Per una più congrua analisi del dato, si rende necessaria una lettura disaggregata che fissi il contributo percentuale offerto, nella formazione dei tassi di crescita del reddito nazionale, da ogni singola fonte di sviluppo.

Tab. 6 Percentuali fonti di sviluppo nella crescita

del reddito nazionale: Italia, Europa Occidentale, Usa: 1950-1955

Fonti dello sviluppo

Italia

Europa Occ.

Usa

 

1950-55

1950-55

1950-55

Input di risorse

lavoro

22

20

34

capitale

9

12

26

Totale risorse

31

32

60

Produttività delle risorse

 

 

 

miglioramento delle conoscenze

12

14

20

migliore distribuzione delle risorse

19

14

9

diminuzione inputs agricoli

14

9

7

economie di scala

16

18

11

Totale tasso di crescita reddito

nazionale

100

100

100

Fonte: E. F. Denison, Why Growth Rates Differ, cit.; cit. da M. D’Antonio, Sviluppo e crisi del capitalismo italiano 1951-1972, cit, p. 125

Come mostrano i dati, la crescita del reddito nazionale, in Italia, si regge in gran parte sulla intensificazione dello sfruttamento della risorsa lavoro, di gran lunga superiore allo sfruttamento della risorsa capitale. Considerando il volume aggregato dell’input di risorse (lavoro+capitale), mentre in Italia il lavoro costituisce il 70,96% del totale, in Europa Occidentale è pari al 62,5% e negli Usa al 56,66%.

Il modello di industrializzazione disegnato in Italia, conseguentemente, è ad alta intensità di lavoro e a bassa intensità di capitale; costitutivamente predisposto, dunque, a non essere investito da generalizzati processi di ammodernamento tecnologico e innovazione organizzativa. Ne fanno ulteriormente fede i bassi indici di produttività del miglioramento delle conoscenze, al di sotto dei valori espressi dagli altri paesi industrializzati: 12 contro 14 dell’Europa Occidentale e 20 degli Usa..

Un ulteriore e fondamentale elemento dell’alta intensità di lavoro del modello di sviluppo industriale italiano è dato dall’esistenza di una cospicua riserva di manodopera, dirottata dalle campagne (agri-coltura) alle città (industria) e dal Sud al Nord. La presenza operativa di siffatta variabile consente di produrre merci/massa ad elevato margine di profitto, visto che i salari risultano costantemente schiacciati verso il basso. Di una situazione consimile gli altri paesi industrializzati europei e il Giappone hanno beneficiato soltanto per un breve periodo iniziale; mentre, invece, per l’economia industriale italiana si è trattato di una variabile strutturale di lungo periodo.

L’andamento della disoccupazione in tutti i settori produttivi, secondo le stesse stime ufficiali notoriamente approssimative per difetto, in solo anno (febbbraio 1951-febbraio 1952) conosce un incremento di ben 263.812 unità, conferma, a livello empirico, la tendenza appena esemplificata.

Tab. 7 Disoccupati : feb. ‘51-feb. ‘52

Settore produttivo

febb.’ 51

febb. ‘52

D

Agricoltura

410.995

485.274

+ 44.279

Industria

1.001.517

1.093.338

+ 91.821

Trasporti e comunicazione

19.567

28.753

+ 9.186

Commercio e servizi

48.359

67.057

+ 18.698

Impiegati

68.810

89.441

+ 20.631

Mano d’opera generica

472.476

551.674

+ 79.1977

Totale generale

2.021.724

2.285.436

+263.812

Fonte: Ministero del Lavoro

La tendenza ad una stabile incidenza della disoccupazione risulta confermata dalle stesse cifre ufficiali raccolte dal Ministero del Lavoro in relazione al ciclo 1956-1961: i disoccupati passano dai 1.715.000 del 1956 ai 1.702.000 del 1962, continuando a rappresentare una massa ben consistente all’interno del mercato del lavoro.

Il basso costo interno del lavoro è stato un ulteriore e decisivo fattore causale ad orientare l’espansione industriale verso i mercati esterni: in tutto il periodo 1948-1959 va consolidandosi un regime di blocco salarialeche ha operato come una delle principali cause di contrasto di un’adeguata stimolazione della domanda e della conseguente espansione del mercato interno. Per un lungo ciclo iniziale, fino a tutto il 1962, l’espansione dei mercati internazionali, la liberalizzazione degli scambi, la formazione di aree economiche integrate (nascita del Mec nel 1957), etc. hanno sopperito al deficit strutturale del mercato interno, assicurando all’economia italiana un trend di crescita pressoché continuo.

Esaminiamo, ora, proprio l’andamento delle importazioni ed esportazioni, in connessione col reddito nazionale lordo, con riferimento all’intero ciclo 1951-1957.

Tab. 8 Andamento importazioni/esportazioni

in rapporto al reddito nazionale lordo (miliardi a prezzi 1963)

Voci

1951-1957

1) Importazioni

1.567

2) Reddito nazionale lordo

18.627

3) Esportazioni

1.422

4) Domanda globale (=1+2)

20.192

Rapporto Importazioni/reddito nazionale lordo (=1:2)

8,4

Rapporto Esportazioni/domanda globale (=3:4)

7,0

Fonte: M. D’Antonio, Sviluppo e crisi del capitalismo italiano 1951-1972, cit, p. 83.

Il volume delle importazioni non è di molto superiore a quello delle esportazioni. Ne consegue che il rapporto tra esportazioni/ domanda globale (=7,0) sia di poco inferiore a quello tra importazioni/reddito nazionale lordo (=8,4). Il che evidenzia, ancora più esplicitamente, il peso rilevante giocato dalle esportazioni nell’economia italiana nella fase 1951-57; peso che, come vedremo, è destinato a crescere ulteriormente nel corso del "miracolo economico".

Per l’essenziale, in relazione al periodo qui considerato, possiamo, così, riassumere il quadro delle congruenze attinenti ai fattori interni:

a) ciclo ad alta intensità di lavoro;

b) economia a bassi regimi salariali;

c) accumulazione ad elevati margini di profitto.

Per quanto concerne, invece, il quadro delle congruenze che riguardano i fattori esterni, è possibile rilevare l’integrazione crescente dell’economia italiana nei mercati internazionali, attraverso:

a) la focalizzazione del sistema industriale sulla produzione di merci/massa destinate ai mercati esterni: esportazione come sostegno principale del ciclo economico;

b) la realizzazione prevalentemente sul mercato internazionale dei beni prodotti dai settori dinamici, a causa della crisi di solvibilità della domanda interna.

L’interazione tra i due ordini di fattori disloca scarti di notevole rilievo, sia sul livello economico-produttivo che su quello socio-territoriale. Si determina un differenziale tra i settori industriali dinamici, specializzati in produzioni di merci destinate al mercato estero e quelli, invece, stagnanti che collocano i loro prodotti sul mercato interno. Sia i primi che i secondi si trovano, per lo più, concentrati nel "triangolo" Torino-Milano-Genova, concorrendo a delimitare una area a forte congestione industriale. Le diseconomie funzionali tra i vari settori industriali, la saturazione del "triangolo industriale" sono tra le concause e, insieme, uno degli effetti principali del divario Nord/Sud.

Il modello unitario di sviluppo industriale assume, così, assetti interni dualistici. I processi di "dualizzazione" operano a vari livelli:

a) il dualismo tra settori imperniati sulla esportazione e quelli condizionati dall’importazione determina uno scarto tecnologico progressivamente crescente tra quelle imprese che possono attingere alle risorse finanziarie necessarie per innovare le tecnologie del lavoro e quelle che, all’opposto, vedono accentuarsi il carattere di arretratezza della loro tecnologia del lavoro complessiva;

b) le città industriali del Nord diventano il polo attrattore principale dei movimenti demografici, determinando la depressione spinta delle zone rurali in ogni parte del paese e, soprattutto, drenando risorse umane e culturali dal Sud;

c) se nel Centro-Nord il dualismo vede coesistere all’interno della medesima scala territoriale aree di sviluppo incrementale e aree di sviluppo marginale, nel Sud la scala economico-territoriale è interamente caratterizzata dal sottosviluppo e dall’arretratezza; solo con i progetti di "industrializzazione per poli", sul finire degli anni ‘50, il Mezzogiorno d’Italia viene significativamente interessato da primi (e, peraltro, assai contraddittori) processi di industrializzazione.

Il dualismo Nord/Sud fa, dunque, da corona al dualismo tra circuiti industriali dinamici e circuiti industriali stagnanti. I circuiti dinamici, orientati all’esportazione, si specializzano nella produzione di beni di consumo durevole. I comparti produttivi che ruotano attorno ad essi sono i più avanzati tecnologicamente e quelli in cui più elevate sono le quote di estrazione del valore aggiunto.

Facendo un’analisi comparata della crescita percentuale della produttività oraria nei settori industriali dinamici e quelli stagnanti sull’intero decennio 1953-1963, comprendendo quindi anche il "miracolo economico", la sproporzione appena illustrata emerge con maggiore nettezza.

Tab. 9 Crescita percentuale della produttività oraria:

1953-1963

Classi e sottoclassi

Crescita produttività

oraria (1953-63)

%

Settori industriali dinamici

 

industria manifatturiera

8,7

Industria metallurgica

8,6

industria chimica

10,8

industria costruzione mezzi di trasporto

10,9

Settori industriali stagnanti

 

industria alimentare

4,6

industria tessile

4,8

Fonte: Banca d’Italia, Relazioni per gli anni 1962 e 1964; cit. da A. Graziani, Introduzione ad A. Graziani (a cura di), L’economia italiana: 1945-1970, Bologna, Il Mulino, 1972, p. 37.

Per completare quest’ordine di discorso, forniamo i valori relativi ai margini di profitto (indici della produttività su indici dei salari) nei settori dinamici e stagnanti, nel periodo 1953 1957, assumendo per il 1953 un indice pari a 100.

 

Tab. 10 Margini di profitto: 1953-1957

Classi e sottoclassi

Margini di profitto

 

1953

1954

1955

1956

1957

Settori industriali dinamici:

 

 

 

 

 

Industria manifatturiera

100

104,6

109,0

109,1

110,5

Industria metallurgica

100

115,3

132,4

130,9

142,2

industria chimica

100

110,2

111,2

113,1

106,4

ind. costr.ne mezzi di trasporto

100

102,7

110,5

118,4

118,6

Settori industriali stagnanti:

 

 

 

 

 

industria alimentare

100

104,4

102,9

101,4

98,4

industria tessile

100

101,5

99,7

107

104,0

Fonte: Banca d’Italia, Relazioni annuali; cit. da A. Graziani, Introduzione ad A. Graziani (a cura di), L’economia italiana: 1945-1970, cit., p. 41.

Il dualismo interno, come si vede, si traduce in un modello industriale avente una dinamica interna divaricata, in cui risorse, fattori della produzione, innovazione e profitti sono dissimetricamente allocati e impiegati, a tutto vantaggio dei circuiti industriali dinamici. La dissimetria allocativa appare con un profilo ancora più pronunciato, ove si ponga mente a quella evidente circostanza che vede il circuito dei settori industriali dinamici, in larga parte, se non totalmente, rappresentato dalla media-grande impresa.

Agli scarti nelle scale economico-produttive e socio-territoriali corrispondono altrettante e profonde distorsioni nelle sfere della distribuzione e dei consumi.

Un modello di sviluppo incardinato sulla produzione di beni di consumo durevole, difatti, non può non esaltare il consumo di prodotti privati, nei settori della motorizzazione privata (con quel che ne consegue per la costruzione di autostrade e relative opere di infrastrutturazione), degli elettrodomestici e dei televisori. Conseguenzialmente, la sfera dei consumi pubblici (istruzione, assistenza sanitaria, abitazioni) conosce una costante contrazione.

Il fenomeno della "distorsione dei consumi" è, a sua volta, il migliore indicatore del processo di diseguaglianza nella redistribuzione territoriale del reddito, poiché drena le maggiori risorse finanziarie ed economiche, materiali ed immateriali verso le regioni e i settori produttivi che fungono quale centro gravitazionale dell’intero sistema industriale. Alla diseguaglianza nella redistribuzione territoriale si accompagna una struttura altrettanto diseguale nella redistribuzione sociale del reddito: i ceti, le classi sociali, i soggetti e gli attori emarginati e/o marginalizzati dallo sviluppo industriale partecipano in misura progressivamente decrescente ai flussi di reddito e di ricchezza (materiale e immateriale) prodotti.

Un modello di sviluppo industriale internamente "dualizzato" costituisce l’impalcatura su cui si regge un modello di redistribuzione diseguale. Mentre il dualismo si impianta sull’emarginazione/margi-nalizzazione di aree territoriali, branche produttive e classi sociali, la diseguaglianza si incardina sulla discriminazione dei soggetti deboli. Sia il modello di sviluppo industriale che quello della redistribizione diseguale rivelano una natura spoliatoria ed escludente, trovando in ciò il loro punto di saldatura.

Se si pensa, poi, che il ciclo si caratterizza per essere ad alta intensità di lavoro e che l’eccesso di manodopera disponibile, direzionando verso il basso la dinamica salariale, costituisce il fattore principale della lievitazione dei margini di profitto, ben si comprende come il fattore lavoro sia contestualmente:

a) smunto e spoliato sul piano economico-sociale;

b) messo ai margini ed escluso su quello politico.

Lo sviluppo industriale si regge sulle spalle dei lavoratori dipendenti che, poi, ne pagano i costi con la marginalizzazione sociale e l’esclusione politica, le quali costituiscono i veri contrassegni del periodo.

Il trend di espansione della disoccupazione nel ciclo 1950-55, pur a fronte dell’impennata del tasso di sviluppo del prodotto nazionale lordo, conferma, ad un livello ancora più esplicativo, le considerazioni critiche fin qui articolate.

Forniamo, in rapida successione, la tabella relativa al Pnl e quella inerente alla disoccupazione.

Tab. 11 Tasso di sviluppo del prodotto nazionale lordo:

% 1951-55

Anni

Aumento percentuale del Pnl

1951

5,9%

1952

2,9%

1953

7,3%

1954

4,4%

1955

7,5%

Fonte:: Banca d’Italia, Relazione 1958, p. 197.

Tab. 12 Disoccupati iscritti nelle liste di collocamento:

1950-55

Anni

Numero degli iscritti

1950

1.860.000

1951

1.938.000

1952

2.073.400

1953

2.181.300

1954

2.197.300

1955

2.161.000

Fonte: Ministero del Lavoro

L’insieme di tutti questi fenomeni costituisce la base su cui, in Italia, trova gestazione il passaggio da "società arretrata" a "società avanzata" e che vede, come abbiamo avuto modo di esaminare, il pieno inserimento dell’economia italiana nel ciclo accumulativo internazionale.

Tale transizione colloca il sistema delle imprese (monopolistiche) pubbliche in posizione di traino. Il sistema delle imprese pubbliche si costituisce intorno ai due fulcri forti rappresentati dall’Iri e dall’Eni ed è, generalmente, organizzato per gruppi di società finanziarie strutturate secondo una rete di holding.

La costituzione del sistema delle "partecipazioni statali", a sua volta, getta le basi per la formazione di un nuovo ceto sociale dirigente: la "borghesia di Stato", strettamente imparentato col ceto politico-partitico di governo, di cui costituisce una sorta di proiezione. Si crea, così, una concatenazione di effetti di questo tipo:

a) lo Stato si annette direttamente settori strategici del ciclo produttivo-accumulativo;

b) il sistema delle "partecipazioni statali" colloca in funzione politico-economico-manageriale egemone la "borghesia di Stato";

c) col risultato che più si allarga e potenzia il sistema delle imprese pubbliche, più cresce il potere della "borghesia di Stato" e più si espande il potere della classe politica dominante.

Il sistema delle imprese pubbliche e il ceto politico-manageriale che lo governa divengono, in tal modo, i selettori privilegiati del controllo politico delle risorse e della loro gestione economica. Controllo e gestione che hanno come obiettivo:

a) l’incremento del potere politico;

b) il riaggiustamento continuo della (i) composizione tecnica ed organica del capitale e degli (ii) equilibri politico-statuali;

c) la formazione di nuovi canali di organizzazione autoritativa del consenso.

Il complesso di siffatti processi funge da precondizione della formazione di un nuovo sistema di clientelismo politicoche, soprattutto nel Mezzogiorno d’Italia, si regge sulla gestione redistributiva dei flussi della spesa pubblica e l’allocazione territoriale del sistema delle imprese pubbliche Tutti i meccanismi di integrazione/esclusione in precedenza esaminati, a quest’altezza del decorso storico, sono affiancati dalle dinamiche sociali disseminate dai nuovi sistemi clientelari dislocati dalla presenza pubblica in tutte le sfere dell’accumu-lazione, con l’offerta, sovente in condizioni di assoluto monopolio, di una massa proliferante di risorse, beni/servizi e beni/merce.

Direttamente collegato al fenomeno del clientelismo politico e, in parte, sua risultante è il progressivo aumento del peso specifico dei ceti medi nella stratificazione/ricomposizione delle classi e nei processi della mobilità sociale. Il ruolo centrale giocato dai ceti medi nei meccanismi del consenso interagisce con i circuiti delle clientele politiche in via di allestimento, determinando, già nel breve periodo, un processo di clientelismo diffuso su scala incrementale. I nuovi selettori di inclusione/integrazione, facendo dichiaratamente perno sui ceti medi, centrifugano, con intensità ancora maggiore, gli strati di classe operai, proletari e marginali. L’apologia dei ceti medi diviene uno dei leitmotiv ideologico-culturali e degli obiettivi più accanitamente perseguiti dalla classe politica di governo del periodo che, con la caduta politica di De Gasperi successiva alla sconfitta (1953) della "legge truffa", trova in A. Fanfani il più lucido teorico e "mediatore politico".

L’intervento dello Stato nello sviluppo industriale, sul piano più squisitamente politico, si traduce, conseguenzialmente, in una particolare forma di organizzazione degli interessi pubblici per la tutela dei fini e degli usi privati delle élites politiche ed economiche. Si pensi, solo per fare un esempio illuminante, alla politica e agli interessi della Fiat negli anni ‘50 e ‘60. Essa, in quanto principale centro di potere politico ed economico del paese, riesce ad "imporre" alle compagini governative una politica dei trasporti basata sulla motorizzazione di massa, con ricadute immediate nella costruzione di autostrade, nella riduzione delle "spese di esercizio" dell’automobile (benzina, tasse, ecc.) e nell’orientamento della produzione verso i mercati esteri. Come rilevato per tempo da G. Muraro: "Una tale politica determina, in molti sensi, una forzatura innaturale del mercato: gli italiani hanno molte autostrade, molte autovetture in proporzione allo sviluppo del reddito, ma hanno scuole insufficienti, una situazione edilizia preoccupante, la ricerca scientifica languente; ma soprattutto il nostro paese ha di fronte il problema meridionale, che implica larghe riforme strutturali, insoluto e relativamente aggravato". Anche da questa "forzatura innaturale" del mercato dipende il fenomeno della distorsione dei consumi su cui ci siamo soffermati in precedenza.

La miriade di interessi particolaristici, di cui abbiamo esaminato i meccanismi di formazione, costantemente sospinta sul bilico dell’ esplosione, è trattenuta, ricomposta, riarticolata e gestita, per fini di potere, dalla mediazione politica e partitica. Le cerchie dell’esclusione si vanno dilatando e convivono con l’espansione delle condotte dell’inclusione eterodiretta; fenomeno (specificamente italiano) di allargamento dell’emarginazione/marginalità pilotato dalle politiche di gestione pubblica delle risorse e dal controllo delle reti delle clientele politiche.

Il consenso qui non è il risultato della partecipazione democratica; bensì la risultante di una cooptazione autoritativa che, eccezion fatta per le classi superiori, passivizza strati e ceti sociali all’interno dei flussi del sistema politico e della relazionalità dell’azione sociale. Qui regole del gioco, andamento del gioco e posta in gioco sono univocamente determinati dalle élites del potere che rimangono l’unico e vero attore (del gioco). Si afferma, così, una particolare forma di pluralismo: il pluralismo passivo. Quanto più il gioco pluralista è passivizzato, tanto più si abbassa la sua soglia di democraticità. E un gioco passivo e/o passivizzato solo impropriamente può essere definito "gioco democratico".

3.

Il "miracolo economico": 1958-1962

Il progetto/processo di subalternizzazione delle masse e l’ac-cumulo di potere nelle mani di ristrette élites politiche ed economiche, le cui essenziali linee di scorrimento abbiamo provveduto ad isolare nei paragrafi precedenti, hanno uno dei loro punti di applicazione nelle trasformazioni che prendono corpo nei sottosistemi produttivi, a livello di dislocazione e diffusione dei cicli lavorativi semi-auto-matizzati.

Se come orizzonte di impresa innalziamo a riferimento la Fiat e l’Olivetti, le due fabbriche certamente all’avanguardia nell’in-novazione e nello sviluppo tecnologico, ben possiamo cogliere le tendenze all’automazione in atto nel ciclo lavorativo, con tutte le implicazioni di carattere socio-politico che ne conseguono.

Alla Fiat, già nel 1948, assistiamo all’introduzione delle macchine speciali (e/o monouso); a partire dal 1954, poi, si deve registrare una dilatazione del volume di spesa per investimenti finalizzati all’am-modernamento tecnologico. Lungo queste coordinate, con estensione successiva a tutti i settori dinamici, avviene quello "sviluppo del macchinismo" che conferisce la piena titolarità del comando sul ciclo lavorativo alle strategie di impresa. Tale comando viene implacabilmente sottratto all’abilità professionale dell’operaio specializzato e/o di mestiere. Come figura produttiva valorizzante, in luogo del vecchio operaio professionale, subentra l’operaio massa (l’"operaio parcellare" e l’"addetto macchina"), catturato in una sequenzialità intercambiabile di mansioni esecutive di pura fatica, completamente svuotate di materia grigia, rese acefale dall’incorporazione della intelligenza, della scienza e della coscienza direttamente nel sistema semi-automatico di macchine. L’operaio massa è infeudato dalla catena di montaggio, ove esplica, per intero, le sue prestazioni "in linea", secondo una distinzione rigorosa — tipicamente taylorista-fordista — tra funzioni di programazione/direzione e funzioni di esecuzione. Le stesse prestazioni dei "tecnici qualificati" sono ridotte alla mera sorveglianza della linearità dei processi di sussunzione del lavoro vivo parcellare e intercambiabile nel meccanismo complessivo della valorizzazione. In questo modello di divisione e organizzazione del lavoro di fabbrica, in realtà, i "tecnici" non sono altro che il terminale ultimo della "gerarchia di fabbrica", sospesi in un limbo frustrante, al punto di intersezione fra i territori della sublimazione ideologica e l’acre "girone" dello sfruttamento del lavoro operaio.

Nel 1954-55, con l’automazione delle lavorazioni, la Fiat incrementa oltre misura i volumi della produzione e abbassa i costi di produzione, con particolare riferimento al costo del lavoro. Nel 1958, il processo tocca l’apice, con l’impostazione delle linee di lavorazione per la produzione della "nuova 500" che, dopo un parziale insuccesso, riprende con lena nel 1959, con la conseguente ripresa delle assunzioni, secondo i collaudati criteri Fiat delle "cere vergini" (vale a dire: giovani alla prima esperienza lavorativa, privi, del tutto, di memoria e identità politico-sindacale).

Non diversamente procedono le cose all’Olivetti, ove il "processo della macchinizzazione del lavoro" è l’elemento rivelatore immediato di quella propulsione sociale collegata all’"elevarsi della composizione organica del capitale". All’Olivetti, con il sostegno delle politiche sociali riformiste del Pci e del Psi, fino al 1958, la programmazione aziendale va implementandosi contestualmente all’automazione dei processi produttivi. In questo periodo, la casa di Ivrea pilota, in Italia, il processo di applicazione dei criteri dell’Organizzazione Scientifica del Lavoro. Già nel 1958, la piena integrazione dell’azienda nel capitale internazionale e nei corrispettivi circuiti di programmazione sovranazionali può dirsi ultimata. Ricordiamolo: "L’Olivetti produce e vende macchine automatiche che lavorano "a programma": tali sono ad es. anche i robots del collaudo automatico al montaggio; sono macchine azionate da schede perforate o da nastri magnetici nei quali sono state incise tutte le "informazioni" necessarie alla lavorazione: l’economia di mano d’opera diretta qui avviene in un forte incremento della produzione globale e delle scale operative, e con un forte sviluppo del lavoro indiretto, a partire da quello della staticizzazione delle informazioni nelle schede".

Si innesca, su questi binari, anche in Italia quel processo, sì, specificamente capitalistico, ma tipicamente taylorista e (soprattutto) fordista di sovraimposizione esterna della razionalità produttiva alla forza-lavoro. Il piano di impresa si annette l’autorità di comando non semplicemente sul lavoro vivo, ma sulle condizioni generali e sulle risultanze materiali della valorizzazione, in quanto cervello e, insieme, sede formale della generalità e complessità del ciclo produttivo, scomposto e frantumato per linee interne dal travaso intensivo di macchinismo e automazione nei processi lavorativi e di organizzazione/divisione del lavoro. Le modalità di organizzazione ed estrazione del plusvalore relativo si convertono in una generale condizione di illibertà del lavoro entro il ciclo che, in virtù dell’integrazione funzionale fabbrica/società propria della produzione standardizzata di serie, si estroverte, con effetto immediato, per tutte le maglie dei rapporti sociali.

La socializzazione dello sviluppo delle forze produttive è, ipso facto, socializzazione dello sfruttamento operaio: il carattere sempre più sociale della produzione si traduce in un surplus di oppressione sociale a carico del lavoro vivo. Solo a questo livello — ed esattamente a questo livello — di alienazione/reificazione, il lavoro vivo viene recuperato e reintegrato nel ciclo complessivo dell’accumulazione. Col che, smaccatamente, si tenta di funzionalizzarlo a due compiti nevralgici:

a) l’uno di natura socio-economica: quale agente valorizzante e molla propulsiva dello sviluppo economico, sia nella sfera della produzione del plusvalore relativo che in quella della circolazione e del consumo;

b) l’altro di natura socio-politica: quale elemento di ricomposizione e reintegrazione delle contraddizioni sociali nell’alveo dei selettori apprestati dal sistema politico.

Nel decennio degli anni Cinquanta, questo schema doppio di controllo capitalistico della forza-lavoro e della classe operaia ha funzionato perfettamente. Stante la sua vigenza, il lavoro vivo ha funzionato per il capitale sia come forza-lavoro che come classe operaia. Cioè: quanto più il ciclo lavorativo succhiava, smungeva e integrava forza-lavoro, tanto più il ciclo politico si annetteva classe operaia in funzione subalterna. Le forze della sinistra politica e sociale quanto meno contrastavano l’incorporazione del lavoro vivo nel piano del capitale sociale, tanto meno potevano arrestare la subalternizzazione della classe operaia e dei ceti medi sotto l’imperio di comando del sistema politico-istituzionale dominante; e viceversa. La dinamica avanzata del capitalismo in Italia, dagli anni Cinquanta a tutto il "miracolo economico", ha queste determinazioni fondanti; non averne assunta la necessaria consapevolezza è la maggiore responsabilità storica delle forze della sinistra politica e sindacale.

Sviluppo del "macchinismo" e sviluppo della "pianificazione d’impresa", da un lato, e riarticolazione dei poteri politico-istituzionali e delle strategie di controllo sociale, dall’altro, procedono strettamente avvinti, influenzandosi e modellandosi vicendevolmente. Il fenomeno è genialmente analizzato già da Marx, laddove indaga il passaggio dalla cooperazione semplice alla manifattura e da questa alla grande industria. In Italia, proprio muovendo dall’analisi marxiana, R. Panzieri fonda, nei primi anni ‘60, la sua indagine teorica e politica sul neocapitalismo, divenendo l’antesignano di quella corrente denominata "operaismo teorico". Nel precisare progressivamente il suo discorso, però, egli introduce non lievi innovazioni nelle proposizioni di Marx, col chiaro intento di adeguarle creativamente alle nuove condizioni storiche, sociali e politiche; il che dà la stura a confutazioni che, non di rado, semplificano rozzamente le sue analisi.

Ma non è questo il luogo per indagare siffatte problematiche. Abbiamo evocato la figura di Panzieri, unicamente per approcciare i temi del "piano" e dell"autorità" che ci sembra occupino — nel bene e nel male — un posto centrale nello "sviluppo italiano"; particolarmente, nel periodo del "miracolo economico".

Sulla base delle considerazioni storiche fin qui enucleate, possiamo affermare: determinante politica principale del modello di sviluppo industriale italiano è l’autorità. Sono, difatti, le diverse tipologie e figure dell’autorità a costituire, a tutti i livelli, il nucleo di irradiazione fondante del meccanismo di produzione/riproduzione degli equilibri sociali. Tutti i processi di integrazione/esclusione trovano proprio nell’autorità il polo di determinazione, razionalizzazione e gestione portante. Il "piano" che sottende il modello di sviluppo industriale ha questa esplicazione strategica fondamentale, prima ancora che cimentarsi con i delicati problemi di riequilibrio delle componenti economiche, produttive e finanziarie del ciclo accumulativo.

In Italia, la dinamica macchinismo/piano di impresa/pianificazione statuale, che trova in Panzieri l’unico analista all’altezza, funziona come elemento di "pianificazione sociale" del profitto e dell’ordine sociale, a mezzo di strategie di socializzazione del comando capitalistico che sussumono la forza-lavoro entro il ciclo accumulativo e la classe operaia nel circuito della rappresentanza politica. A ciò corrisponde, nella sfera della distribuzione/redistribuzione, un’espansione di massa dei consumi; risultato anche dell’innalzamento della circolazione delle merci/massa ad una dimensione libero-scambista che è, ormai, quella del mercato internazionale. È questo il modo attraverso cui l’espressione della conflittualità, sia in fabbrica che nella società, viene smorzata, decanalizzata e destrutturata, dando luogo ai tipici fenomeni di integrazione/esclusione che abbiamo indagato. L’insieme di tali processi fa da sfondo e, insieme, contesto causale del silenzio del conflitto sociale e politico in tutti gli anni Cinquanta.

La portata del "piano" deborda l’ambito circoscritto dell’impresa e si allarga alla società tutta intera; reciprocamente, le politiche pubbliche e l’intervento/sostegno dello Stato nell’economia vanno ben al di là della razionalizzazione delle disfunzioni del ciclo produttivo; ma assettano nuove reti di produzione/comunicazione politica e simbolica, intorno cui la formazione delle classi dirigenti e delle élites politiche va interagendo con tutti i fenomeni della stratificazione e della mobilità sociale. La socializzazione del "comando di impresa" va letta in uno con la socializzazione interstiziale del "comando statuale" e delle élites politiche, di cui i fuochi principali sono dati (i) dalla frantumazione particolaristica degli interessi e (ii) dalla disseminazione di reti di clientelismo diffuso. Come colto con acume da Panzieri, al livello di sviluppo raggiunto dalle società avanzate, autorità statuale e autorità d’impresa sono facce di un’unica dimensione problematica: il neocapitalismo. Il "miracolo economico" è la traduzione tutta italiana di tale dimensione. La letteratura storica, sociologica e politologica più consolidata, invece, ha assunto il posteriore "Progetto ‘80" (redatto nel 1969, in piena agonia del centrosinistra) come il percorso specificamente italiano per l’accesso alle soglie del "piano" neocapitalistico. Col risultato pernicioso di:

a) scambiare una risposta tardiva e tutta ideologica (del resto, ben presto abortita) alla crisi delle modalità italiane del "piano di impresa" e della "pianificazione statuale" come (tentativo di) inveramento del "piano";

b) perdere le determinazioni perspicue e le scale temporali del modello di sviluppo (industriale) italiano.

Il "miracolo economico" conferma e implementa le determinanti strutturali del modello di sviluppo industriale uscito dal secondo conflitto mondiale, le cui coordinate vanno delineandosi già nella fase della ricostruzione. Il motore mobile del "miracolo economico" è costituito proprio dalle variabili strategiche strutturate nella fase 1945-1950 e ridefinite, ad un più elevato livello di razionalizzazione, nella fase 1951-57. Gli aggiustamenti e i correttivi apportati lungo il percorso non modificano l’architettura iniziale; al contrario, ne preciseranno ulteriormente il profilo e il senso. E, difatti: in pieno "miracolo economico" reperiamo in opera, ad un’intensa soglia di vigenza, tutti i fattori tipici che caratterizzano ab initio il modello di sviluppo industriale italiano:

a) dualismo industriale tra settori dinamici (orientati all’esportazio-ne) e settori stagnanti (orientati verso i mercati interni);

b) dualismo socio-economico tra Nord e Sud;

c) compressione della dinamica salariale;

d) destrutturazione dei meccanismi di funzionamento del mercato;

e) divaricazione tra consumi privati (in crescita proliferante) e consumi pubblici (in contrazione costante);

f) progressivo asservimento delle funzioni pubbliche ad interessi privati;

g) disfunzionalità sperequativa dei meccanismi socio-istituzionali nella redistribuzione delle risorse e nella gestione della spesa pubblica.

h) inefficienza crescente delle prestazioni dell’amministrazione pubblica.

Da queste "costanti" derivano conseguenze non meno strutturanti, in negativo.

In primis: il ciclo economico è fisiologicamente esposto ad una ricorsività deflazionistica che funge quale fattore ciclico addizionale di (i) sottoutilizzo della risorsa lavoro e di (ii) restringimento della domanda interna; mentre, invece, il panorama socio/politico ha nella disoccupazione, nell’emigrazione e nell’emarginazione i suoi tratti salienti.

In secondo luogo: l’aconflittualismo attivo e la subalternizzazione delle masse interagiscono organicamente — come effetto e causa — con la natura spoliatrice del modello industriale, confermandone e innovandone le "regolarità".

In terzo: le interconnessioni che si vanno, così, innervando tra (i) economia e società e (ii) sistema politico e società civile costituiscono l’architrave intorno cui si innestano le reti del clientelismo diffuso, le quali fanno precipitare ulteriormente verso il basso le prestazioni e il rendimento del sistema amministrativo-istituzionale.

È la vigenza di questa contestualità complessa a spiegare come i trends di tipo economico-industriale delle fasi 1945-1950/ 1951-57 siano confermati e, in un certo senso, dilatati "dal "miracolo economico".

Così è per i margini di profitto nell’industria manifatturiera che confermano e approfondiscono il "dualismo industriale" originario.

Tab. 13 Margini di profitto: 1958-1962

(indici della produttività su indici dei salari: 1953=100)

Classi e sottoclassi

Margini di profitto

 

1958

1959

1960

1961

1962

Settori industriali dinamici:

 

 

 

 

 

industria manifatturiera

113,2

122,9

128,0

125,2

117,9

Industria metallurgica

131,9

142,1

154,2

147,3

139,0

industria chimica

118,9

134,8

151,5

153,6

147,9

ind. costr.ne mezzi di trasporto

124,6

134,3

145,0

144,2

146,2

Settori industriali stagnanti:

 

 

 

 

 

industria alimentare

95,6

99,8

101,9

95,0

85,5

industria tessile

104,1

110,0

107,1

102,1

88,8

Fonte: Banca d’Italia, Relazioni annuali; cit. da A. Graziani, Introduzione ad A. Graziani (a cura di), L’economia italiana: 1945-1970, cit., p. 41.

Come si vede, i margini di profitto continuano a crescere in maniera di gran lunga superiore nei settori dinamici, orientati verso l’esportazione.

Continuando nella nostra esemplificazione, se assumiamo come riferimento gli anni 1951, 1958 e 1963, l’incremento costante del dualismo Nord/Sud si mostra in tutta la sua nettezza, procedendo a disaggregare per Nord, Centro e Sud il flusso degli investimenti per tipo di beni e ripartizione (a prezzi in miliardi 1963).

Tab. 14 Investimenti per tipi di bene e per ripartizione territoriale.

Anni: 1958,1963 (miliardi a prezzi 1963)

Ripartizioni territoriali e tipi di beni

Anni

 

1951

1958

1963

A) Italia Nord-occidentale

 

 

 

Opere pubbliche

43,0

108,7

125,5

Impianti e macchinari

442,7

680,4

1.025

Opere pubbliche su impianti e macchinari (%)

9,7

16,0

12,2

B) Italia Nord-orientale

 

 

 

Opere pubbliche

47,3

91,1

104,7

Impianti e macchinari

154,3

257,1

325,0

Opere pubbliche su impianti e macchinari (%)

30,7

35,4

34,2

C) Italia Centrale

 

 

 

Opere pubbliche

61,4

99,5

128,9

Impianti e macchinari

132,3

189,3

358,0

Opere pubbliche su impianti e macchinari (%)

50,5

49,2

36,8

D) Italia Meridionale e insulare

 

 

 

Opere pubbliche

144,3

235,7

289,9

Impianti e macchinari

130,7

206,2

667,8

Opere pubbliche su impianti e macchinari (%)

110,4

114,3

43,4

Fonte: A. Graziani, Il Mezzogiorno nel quadro dell’economia italiana, in A. Graziani-E. Pugliese (a cura di), Investimenti e disoccupazione nel Mezzogiorno, Bologna, Il Mulino, 1979, p. 22-23.

Il dato mostra, con tutta evidenza, uno dei fulcri della dinamica espansiva del dualismo industriale Nord/Sud, registrando con precisione i differenziali di investimenti in impianti e macchinari, comparativamente inconsistenti nel Mezzogiorno.

L’inarrestabile fluire del divario Nord/Sud è disvelato impietosamente anche dal diverso tasso di crescita della popolazione residente nei centri con più di 100.000 abitanti, nettamente superiore nel Centro/Nord rispetto al Sud.

L’evoluzione della situazione relativa a tutti gli altri indicatori economici, che abbiamo provveduto a isolare nei paragrafi precedenti e riportato nelle Tabelle 1-11, avviene in linea di continuità con le tendenze fondamentali affermatesi negli anni precedenti. Il boom del "miracolo economico" si realizza proprio come risultante complessa dei processi innescati nel 1945 e, via via, alimentati, riaggiustati e ridefiniti.

Tra questi, un ruolo rilevante, come già nella fase di gestazione delle politiche di stabilizzazione del 1947, continua a giocarlo il governo della leva monetaria.

L’impennata eccezionale del reddito nazionale nel 1959 (6,9%) e nel 1960 (7,2%) è il frutto anche della politica monetaria seguita, dal 1958 al 1960, dalla Banca d’Italia che sposa le politiche cicliche di easy money . Il nuovo orientamento determina immediatamente l’aumento dell’indice del rapporto percentuale tra liquidità e depositi esistenti presso le banche, a testimonianza dell’accresciuta disponibilità delle aziende di credito nella concessione di nuovi prestiti. Nel 1958, l’indice raddoppia quasi e supera il 10%; nel 1959, continua a crescere, fino ad arrivare al 15%. Commenta, in proposito il Mengarelli: "Un livello elevatissimo, se si pensa che un rapporto del 6% è già da considerarsi normale per le aziende di credito". Con l’insediamento, nel 1960, di G. Carli ai vertici dell’Istituto di emissione, le politiche di easy money saranno leggermente smussate e "contenute"; per essere, poi, riattuate in tutto l’anno 1962 (come vedremo). Nel biennio 1960-61, i profili permissivi delle politiche easy sono temperati dalle politiche che Carli stesso definisce di accompagnamento.

In virtù del sostegno delle politiche monetarie, si determina un quadro generale di stabilità dei prezzi e di supporto attivo alla produzione. Anche per effetto di ciò il "miracolo economico" consegue notevoli risultanze. Nel 1960, la produzione industriale aumenta dell’8%; i prezzi all’ingrosso, dell’1%; quelli al minuto, del 2,3%. Nel 1961, la produzione industriale aumenta del 12%; i prezzi all’ingrosso, dello 0,2%; quelli al minuto, del 2,1%. Inoltre, l’andamento della bilancia dei pagamenti continua ad essere lusinghiero, in forza della persistenza della richiesta di prodotti italiani sui mercati esteri. Infine, ma non secondariamente (anzi), la disponibilità del fattore lavoro rimane cristallizzata entro dinamiche salariali fortemente depotenziate. La tendenza tipicamente italiana dei salari bassi va incontro a prime e parziali rarefazioni solo nel 1960 con:

a) il palesarsi iniziale della ripresa della conflittualità operaia in alcune grandi concentrazioni industriali del Nord;

b) il risveglio della conflittualità sociale, disseminata in tutto il paese, contro le politiche repressive e antipopolari del governo Tambroni.

Con le lotte dei metalmeccanici per il rinnovo dei contratti del 1961-62, cade una delle determinanti strutturali del modello di sviluppo industriale italiano: riduzione al minimo della dinamica salariale in funzione della lievitazione massimale del profitto.

Il costo del lavoro, nel 1961, sale del 10%; dal 1961 al 1964, l’aumento del costo del lavoro nell’industria è mediatamente del 51%; nell’edilizia e nella pubblica amministrazione, del 71%.

La crisi del "miracolo economico" e del modello di sviluppo che lo sorregge vede qui innestarsi una delle sue concause nevralgiche. Già nel 1962, i prezzi all’ingrosso salgono del 3%; quelli al minuto, del 4,7%. Nel secondo semestre del 1962, la bilancia dei pagamenti diventa passiva per beni e servizi; a fine anno segnerà un deficit contenuto a 31 miliardi, solo per effetto delle rimesse degli emigranti.

Due componenti strategiche del modello di sviluppo italiano: basso costo del lavoro e attivo della bilancia dei pagamenti, principiano a venir meno. Alcune tendenze di fondo vanno invertendosi di segno. Di ciò è ben consapevole il governatore della Banca d’Italia, nella sua relazione annuale del 1962. Per Carli si pongono ora due problemi complessi di difficile soluzione:

a) contenimento del deficit della bilancia dei pagamenti, per stabilizzare il rapporto con i mercati esteri;

b) contenimento delle spinte salariali, per ripristinare i margini di profitto delle aziende e ricostruirne, in parte, i meccanismi di autofinanziamento.

I problemi appena esposti hanno un risvolto dilemmatico. Difatti, per avviare a soluzione il secondo problema, è necessario trasferire l’aumento dei costi sui prezzi, aumentando, quindi, la massa di moneta in circolazione. Col che si mette in crisi la soluzione del primo problema: un tasso di circolazione monetaria superiore mette a rischio il perseguimento del riequilibrio della bilancia dei pagamenti, allargando la dipendenza dai mercati esteri.

In casi del genere, l’opzione classica è il varo di politiche monetarie restrittive (lean against wind, del tipo di quelle adottate negli Usa dalla Federal Reserve, dopo il 1951), allo scopo di "congelare" il ciclo espansivo. Ma non è questa la strada seguita dal governatore G. Carli che, dall’inizio del 1962, dà il via a provvedimenti che, in luogo di raffreddare il ciclo, stimolano la creazione di base monetaria. Nel primo semestre del 1963, in virtù del surplus di liquidità, così, iniettato nel sistema, la produzione industriale conosce un considerevole aumento dell’ordine del 5,5%. Per contro, nello stesso anno, la bilancia delle partite correnti realizza un deficit di 450 miliardi; vale a dire, il 3,2% del prodotto nazionale. Dal canto loro, sempre nel 1963, i prezzi all’ingrosso crescono del 5%; quelli al minuto, del 7,6%; e il costo della vita, dell’8,8%. Il precipitare di tutti gli indicatori economici pone al ceto politico-economico di governo l’indifferibilità di una politica monetaria restrittiva, con l'obiettivo di stabilizzare i prezzi e riequilibrare i conti con l’estero. Si tratta delle stesse condizioni, in forma notevolmente più aggravata, già esistenti nel 1962, a fronte delle quali la Banca d’Italia optò per il sostegno allo sviluppo, attraverso iniezioni di liquidità. Il tentativo di sovradeterminare condizioni di prolungata e crescente espansione si ritorce nella determinazione di un clima depressivo spinto. Pertanto, anziché la prevista accelerazione (artificiale) del ciclo, si realizza, con la stretta creditizia ritardata del 1963-64, il prolungamento e l’approfondimento dei fenomeni recessivi; come ci accingiamo a vedere.

 4.

Dal neocapitalismo al ristagno: 1963-1969

Nel corso del 1964, il cuore del sistema produttivo italiano — l'industria — vede notevolmente ridursi i suoi tassi di attività: l'indice della produzione industriale "passa da un massimo di 104 nel primo trimestre 1964 ad un minimo di 101 nel quarto trimestre dello stesso anno e nel primo del 1965". Il fenomeno, nonostante le autodifese delle Autorità monetarie, è da mettere in stretta correlazione alla stretta creditizia iniziata nel giugno 1963 e via via irrigiditasi nel primo trimestre del 1964.

Le misure principali adottate sono, così, riassumibili:

a) attenuazione dell'esposizione verso l'estero da parte degli istituti di credito;

b) riduzione del rapporto tra impieghi e depositi;

c) restrizione del credito al consumo;

d) imposta sull'acquisto di auto;

e) aumento dell'imposta sulla benzina (il primo di una lunga e non ancora interrotta prassi di governo).

Il processo di formazione della base monetaria viene notevolmente raffreddato, se non "bloccato". Pochi e scarni dati ben rendono l'idea dell'entità della stretta in corso:

a) il rapporto liquidità/depositi, nel primo trimestre del 1964, scende sotto quota 4, stabilendo, così, un nuovo minimo storico;

b) il ritmo di incremento annuo dei crediti bancari scende, dai 2.400 miliardi del 1963, ai 1.800 del 1964;

c) nello stesso periodo, i prezzi conoscono una lievitazione dell'ordine dell'8-10%.

Le "conseguenze sociali" più deleterie della stretta creditizia si sprigionano a due livelli di articolazione:

a) stagnazione degli investimenti;

b) contrazione dei consumi;

I due fattori, integrandosi, danno luogo, come è sin troppo facile arguire, al crollo della domanda interna (1964). Lungo queste linee di articolazione va strutturandosi la tendenza alla caduta dei tassi di accumulazione.

Ora deve, aggiungersi che alla stretta creditizia interna si affianca una speculazione internazionale sulla lira, tendente al suo ribasso, al punto che "l'UIC deve intervenire, con operazioni di stabilizzazione per le nostre quotazioni, per ben 255 milioni di dollari".

Nel quadro, così, determinatosi, prende inevitabilmente luogo un processo di massiccia fuga dei capitali che, nel solo 1963, ammonta a 339 miliardi; il fenomeno trascina, inevitabilmente, con sé la dilatazione del deficit della bilancia dei pagamenti.

L'appoggio del Fondo monetario internazionale e dei maggiori paesi occidentali (con un aiuto finanziario di circa 1 miliardo di dollari, versato poco prima dell'estate del 1963) ed un prestito internazionale (marzo 1964) valgono ad arginare la speculazione internazionale sulla lira. Essi, altresì, consentono la ripresa produttiva del 1965; a sua volta, anticipata dal miglioramento della bilancia dei pagamenti, registratosi già negli ultimi due trimestri del 1964.

La mutazione del quadro è, però, determinata anche da una revisione congiunturale dell'indirizzo di politica monetaria che, da restrittivo, acquisisce un segno espansivo, col chiaro intento di stimolare la ripresa dello sviluppo:

a) al principio del 1964, vengono agevolate le esportazioni e viene abolita la tassa sull'acquisto di automobili;

b) il 15 marzo 1965, viene varato un "superdecreto" col quale, principalmente, sono:

b1) defiscalizzati gli oneri sociali;

b2) snellite e semplificate tutte le procedure per l'avvio e il completamento dei lavori pubblici statali;

b3) previsti aumenti pensionistici.

La politica monetaria espansiva ha l'effetto di stimolare, tra il 1965 e il 1969, irregolari congiunture di sviluppo, non corrispondenti affatto, però, alle attese delle autorità di governo e dell'Istituto di emissione. Il modello dei decenni precedenti dello sviluppo senza fratture (espan-sione costante del tasso di accumulazione e crescita inarrestabile degli investimenti e dei consumi) salta definitivamente in aria: nelle nuove condizioni storiche, gli obiettivi conseguiti dalla coppia Einaudi/Menichella si rivelano irrealizzabili.

La manovra di restrizione del credito del 1963-64 segna un'ulteriore linea di cesura rispetto al ciclo di sviluppo ininterrotto del quindicennio precedente: la rottura del rapporto di subordinazione funzionale della Banca d'Italia rispetto all'autorità di governo. Con il mandato Carli, l'Istituto di emissione si conquista un'autonomia di ruolo e di funzionalità istituzionale che manterrà nel corso degli anni anche con i successivi governatori Baffi, Ciampi e Fazio. Non, certo a caso, l'autonomia della Banca d'Italia sarà pesantemente, ma vanamente, attaccata nel 1994 dal governo Berlusconi.

Il ciclo storico1963-1969 — quello più direttamente coinvolto nella cerchia delle risultanze della stretta creditizia del 1963-64 — è stato definito negli efficaci termini di sciopero del capitale; stante ad indicare una generalizzata sfiducia sulle prospettive di sviluppo da parte dei capitalisti italiani . In questo periodo, a differenza della media del quindicennio precedente, il processo di formazione (lorda) del capitale cresce ad un ritmo del 3% annuo, mentre il reddito conosce un incremento annuo del 5,3%: per la prima volta il rapporto tra crescita del ritmo di formazione del capitale e incremento del reddito si inverte di segno. Il fenomeno è tipicamente italiano: in nessun paese europeo avanzato i tassi di accumulazione subiscono una caduta così pronunciata: "in media, anzi, il tasso di accumulazione accelera rispetto al passato, e cresce quasi ovunque la quota degli investimenti sul reddito".

Allo scopo di fornire riscontri empirici all'analisi fin qui articolata, esibiamo una serie di tavole illustrative.

In Italia, nel ciclo 1963-1969, le variazioni che riguardano (i) la formazione lorda del capitale e (ii) gli investimenti in macchinari e impianti hanno il seguente andamento.

 

Tab. 15 Variazioni (%) Formazione lorda di capitale e Investimenti in macchinari e impianti: 1963-1969 (a prezzi 1963)

Anni

Formazione lorda capitale

Investimenti in macch. e imp.

 

(% sull'anno precedente)

(% sull'anno precedente)

1963

8,1

10,8

1964

- 6,4

-16,9

1965

- 8,6

- 15,6

1966

4,0

10,3

1967

11,8

18,1

1968

9,7

10,3

1969

8,0

5,9

Fonte: OCDE, National Accounts 1960-'70, Paris, 1972.

Affrontando la questione degli investimenti industriali e disarticolando per tipo di imprese (pubbliche e private), abbiamo il seguente prospetto.

Tab. 16 Variazioni (%) annue investimenti industriali: 1964-1969

Anni

Imprese pubbliche

Imprese

Totale

 

Partecip. stat.

Totale

Private

 

1964

- 7,9

-3,9

- 22,8

- 20,1

1965

- 24,5

-14,7

- 25,1

- 20,7

1966

- 21,0

- 11,6

28,6

10,4

1967

0,8

7,1

16,3

13,1

1968

14,2

11,1

10,4

10,7

1969

24,9

16,8

5,0

11,0

Fonte: Relazioni Banca d'Italia e Relazione Generale sulla Situazione economica del Paese.

Allargando comparativamente l'angolo di osservazione ai prin-cipali competitori dell'Italia sulla scena del mercato internazionale, la quota degli investimenti fissi (lordi) sul prodotto nazionale lordo si assesta sui seguenti valori.

 

Tab. 17 Quota (%) degli investimenti fissi lordi

sul prodotto nazionale lordo: medie 1958-63 e 1964-69

Medie

Formazione lorda

Capitale fisso

Macchine e imp.

 

 

 

 

1) 1958-63

 

 

 

Belgio

19,4

 

8,0

Francia

19,1

 

8,4

Germania

24,3

 

11,7

Giappone

30,0

 

25,3

Olanda

22,9

 

10,8

Usa

16,7

 

5,5

Gran Bretagna

15,8

 

7,9

Italia

21,7

 

9,1

2) 1964-69

 

 

 

Belgio

 

21,5

8,8

Francia

 

25,1

10,9

Germania

 

25,6

11,1

Giappone

 

35,2

28,8

Olanda

 

26,8

12,

Usa

 

16,7

6,9

Gran Bretagna

 

18,4

8,9

Italia

 

19,7

7,5

Fonte: OCDE, Italie, 1971; OCDE, National Economics Accounts, 1958-'67.

Passiamo ad esaminare il grado di utilizzazione della capacità produttiva in ambito CEE, comparando i cicli 1953-1960, 1961-1963,1964-1968.

Tab. 18 Grado di utilizzazione della capacità produttiva

 

1953-1960

1961-1963

1964-1968

Cee

94,7

98,2

95,5

Italia

96,9

98,0

90,0

Fonte: M. Salvati, Il sistema economico italiano: analisi di una crisi, Bologna, Il Mulino, 1975, p. 33.

Consideriamo ora le variazioni percentuali dei consumi e degli investimenti (su valori a prezzi costanti) nel periodo 1964-1969.

Tab. 19 Variazioni (%) consumi e investimenti

1964-1969 (valori a prezzi costanti)

 

1964

1965

1966

1967

1968

1969

 

 

 

 

 

 

 

Consumi privati

3,0

2,7

6,8

7,1

4,9

6,1

Consumi pubblici

3,6

4,0

4,2

4,3

4,1

3,1

Investimenti lordi totali

- 8,6

- 7,5

4,2

13,0

4,6

11,0

Investimenti lordi fissi

-6,4

- 8,6

- 4,0

11,8

9,7

8,1

Fonte: OCDE, "Annuario di Contabilità Nazionale", 1973.

Concludiamo questa breve rassegna di dati empirici, riportando l'andamento della bilancia dei pagamenti, relativamente al periodo che stiamo qui considerando.

Tab. 20 Bilancia dei pagamenti economica:

1963-1969, milioni di dollari

Anni

Saldo

partite correnti

Saldo movimento

di capitali

Saldo totale

1963

- 701,0

- 485,4

- 1.251,8

1964

619,6

110,3

773,9

1965

2.209,1

- 454,8

1.594,2

1966

2.117,2

- 1.276,5

695,6

1967

1.559,1

- 1.023,4

- 323,6

1968

2.626,9

- 1.690,7

627,3

1969

2.339,7

- 3.623,9

- 1.319,2

Fonte: Relazioni della Banca d'Italia; vari anni.

Come si vede, i dati confortano il discorso critico che abbiamo anticipato.

Per chiudere congruamente la lunga parentesi sui riscontri empirici, non ci rimane che ricordare l'andamento del costo della vita: nel 1963 aumenta dell'8,8%, nel 1964 sale del 6,5%; per effetto dell'aumento del costo della vita, tra inizio del 1964 e inizio 1965, il guadagno effettivo di un operaio dell'industria si contrae ben del 4,7%.

A questo punto dell'analisi, diventa possibile spostare l'attenzione su due fenomeni tipici del ciclo 1963-1969:

a) intensificazione del processo di impiego del lavoro vivo, in applicazione dei dettami di quella razionalità formale che persegue l'accrescimento della produttività oraria attraverso l'incremento del saggio di sfruttamento del lavoro, attraverso l'aumento dei ritmi produttivi, l'allargamento delle mansioni e l'appesantimento dei carichi lavorativi, gli incentivi alla produzione, l'estensione del lavoro straordinario e delle turnazioni;

b) schiacciamento contestuale e/o conseguente della dinamica salariale, dopo l'iniziale lievitazione del 1960-62.

Come si vede, si tratta di "misure" e fenomeni, in un certo senso, consustanziali al modello di sviluppo industriale italiano. Tanto più determinati e determinanti in una fase che si trova a registrare i primi contraccolpi della crisi che si accompagna alla stretta creditizia del 1963-64, la quale non fa altro che far venire al pettine tutti i nodi irrisolti del "miracolo economico".

Avendo eretto a base dello sviluppo i settori produttivi di beni di consumo durevoli e assegnato una stabile leadership economica e politica alle imprese che si fondavano sull'esportazione, il capitalismo italiano si trova, nei primi anni '60, a fare i conti con tutta la precarietà strutturale della sua organizzazione e della sua razionalità. In queste condizioni, la "ripresa" non può passare per la via (maestra) del potenziamento del comparto dei beni strumentali che continua, incongruamente, ad essere la "cenerentola" del sistema produttivo italiano, con tutto quel che ne consegue in termini di ritardo, se non di "blocco", dell'innovazione e della modernizzazione produttiva.

Al capitalismo italiano non resta che battere le vecchie strade della:

a) intensificazione dello sfruttamento operaio;

b) riduzione del costo del lavoro;

c) attenuazione secca del potere di contrattazione dei lavoratori.

La sussunzione intensiva del fattore lavoro all'interno del ciclo lavorativo si abbina con il contenimento drastico del costo del lavoro nella sfera della produzione e con la compressione dei salari nella sfera distributiva. La razionalità formale del capitalismo italiano viene, ancora una volta, in bella luce. Più che modernizzare effettualmente ed efficacemente la struttura razionale dell'organizzazione produttiva, con investimenti nei settori strategici e trainanti dei beni strumentali e la fertilizzazione delle attività innovazione tecnologica e di "Ricerca e Sviluppo", sono modernizzate e perfezionate le tecniche e le strategie di annessione dispotica del lavoro vivo.

Tutte le modificazioni, dapprima esaminate, intervenute nell'organizzazione del lavoro obbediscono a questa razionalità formale. Altrettanto deve dirsi per le trasformazioni che si registrano a livello di struttura produttiva. Sono, questi, gli anni in cui si gettano le basi di quel decentramento produttivo che, poi, si dispiegherà su scala di massa negli anni '70. Decentramento che è, significativamente, preceduto da:

a) concentrazioni produttive, in funzione dell'abbattimento dei costi;

b) integrazione delle imprese maggiori con il circuito finanziario e contestuale ricorso crescente al denaro pubblico (credito agevolato, fondi della Gepi, fondi della Cassa per il Mezzogiorno);

c) creazione di monopoli a capitale privato e a capitale misto (pubblico-privato).

La crisi degli investimenti innesca una vera e propria recessione produttiva; il che non può non determinare una lievitazione dei livelli di disoccupazione, attraverso l'espulsione di forza-lavoro debole (donne, anziani e giovani) dai sistemi produttivi, il rigonfiamento del lavoro precario e mariginale e la dilatazione delle fasce dell'inoccupazione. I livelli occupazionali nell'industria toccano l'apice nel 1963, raggiungendo circa 6 milioni di addetti; da questo scorcio temporale in avanti, essi conoscono un decremento costante, sino alla primavera del 1966, data in cui le unità espulse dal ciclo produttivo assommano alla cifra record di 300 mila addetti. L'occupazione ricomincia a crescere nel corso del 1966; ma solo nel 1969 raggiunge i livelli del 1963. Assieme alla intensificazione dell'impiego del lavoro e alla compressione della dinamica salariale, la crescita della disoccupazione, particolarmente in concomitanza del primo e secondo governo di centrosinistra, rappresenta l'altro tratto caratteristico di questa fase. Al processo di riduzione dell'occupazione sono interessati tutti i principali settori produttivi, con in testa alcuni gruppi oligopolistici come la Fiat, l'Olivetti, la Riv e la Pirelli.

Possiamo dire che soprattutto in questo periodo viene alla luce la caratteristica di forbice a tre lame tipica del modello di sviluppo italiano, con l'evidenziazione dello scarto crescente tra:

a) la dinamica della produttività del lavoro;

b) l'andamento dei salari reali;

c) la curva della disoccupazione.

La prima lama si divarica sempre di più dalle altre due: il modello di sviluppo si impernia proprio su questa dinamica divaricante. In tutto il ciclo 1963-1969 la crescita media della produttività del lavoro è del 6,2%; leggermente inferiore al picco del 6,6% raggiunto durante il "miracolo economico". Per converso, come abbiamo già avuto modo di segnalare, nel 1969 i livelli occupazionali si assestano allo stesso livello del 1963. Siamo, dunque, in presenza di un modello che presenta, nel medio termine e sulla lunga durata, un grado zero di sviluppo occupazionale e che si nutre, dunque, di lunghe congiunture di arretramento significativo dei livelli occupativi. Il processo funge sia da ammortizzatore della dinamica salariale che da fattore di ricostruzione dei margini del profitto.

Il controllo autoritativo del salario reale è il vero punto nodale della divaricazione tra produttività del lavoro/remunerazioni-disoccupa-zione. È l'ossessivo leitmotiv delle autorità monetarie e di governo e dei vertici confindustriali. Sotto questo riguardo, per rendere ancora più intelligibile il quadro, va fatto osservare che fino al 1968-69, nel sistema economico-industriale italiano, vige il regime delle gabbie salariali che prevede un sistema retributivo differenziato tra Nord e Sud del paese, pur a fronte dell'erogazione della stessa quantità di lavoro e della stessa qualità della prestazione; ovviamente, i salari dei lavoratori meridionali sono più bassi di quelli settentrionali. Questo regime ingiusto e diseguale viene soppresso dopo mesi di dura lotta, stipulando degli accordi sindacali specifici prima con l'Intersind-Asap (Associazione delle imprese pubbliche) il 21 dicembre 1968 e poi con la Confapi (Associazione delle piccole e medie imprese) il 12 febbraio 1969 e il 18 marzo successivo con la Confindustria. Infine, occorre ricordare che su questa determinante strutturale, come su altre, il capitalismo italiano, rispetto alle altre democrazie industriali occidentali, va in controtendenza: difatti, i redditi da lavoro dipendente, nonostante la crescita del 1960-62, mantengono una incidenza bassissima sul reddito nazionale, a fronte della crescente aliquota assegnata agli investimenti lordi. Sul piano dell'analisi sociologica, nei paesi industrializzati la riduzione dello scarto salariale tra classe operaia e strato inferiore del ceto medio, realizzatasi già negli anni Cinquanta, fa da causale storico-sociale per l'assimilazione concettuale della classe operaia al ceto medio, all'interno dei paradigmi dell'affluent society. Entro tale contesto, tra la fine degli anni Cinquanta e la prima metà dei Sessanta, si parlerà addirittura di "imborghe-simento" della classe operaia.

Sul governo della variabile salario ai fini del profitto e all'interno di una rigorosa logica di politica dei redditi esiste un luogo concettuale canonico, la cui definizione si deve al governatore Carli: "… i salari si collocano nel sistema monetario come una variabile autonoma; ove essi si innalzino oltre i limiti della produttività media del sistema e non siano compensati da diminuzioni dei profitti, il loro aumento si trasferisce sui prezzi, quando viene finanziato con una aumentata quantità di mezzi di pagamento. Nella misura nella quale i più alti salari siano compensati da diminuzioni di profitti, può accadere che la mutata distribuzione del reddito che ne deriva si rifletta sul livello degli investimenti". Prima, Carli era stato altrettanto esplicito: "Se la necessità di orientare la distribuzione dei redditi in senso conforme alle esigenze dello sviluppo economico è avvertita in ordinamenti ispirati a princìpi profondamente diversi, ciò sembra costituire la prova che ad essa non ci si può sottrarre in economie come le nostre, le quali continuano ad essere fondate sull'ampiezza del risparmio volontario alla totalità dei risparmi destinati agli investimenti. Il risparmio volontario può essere integrato dal risparmio contrattuale; ma anche in questo caso nei nostri ordinamenti l'ammontare di essi non è determinabile coercitivamente. Il legame esistente fra la distribuzione dei redditi e la entità dei risparmi conferma la necessità di una politica dei redditi, la quale ovviamente deve essere una politica globale; non essendo immaginabile, come si è detto, che certi redditi soltanto e non altri siano compresi in tale politica". In un'intervista dell'anno successivo ad "Epoca", egli è, se possibile, ancora più chiaro: "è fuori discussione che le intraprese, pubbliche o private, siano finanziate con vero risparmio, cioè con rinunce ai consumi, e non già con la creazione di nuovi mezzi monetari, vale a dire con l'inflazione, come è avvenuto in parte fra il 1962 e il 1963".

In sostanza, il governatore alla teoria (ritenuta errata e pericolosa) del salario quale variabile autonoma, oppone la teoria (ritenuta giusta) del profitto come variabile indipendente. Sicché i salari debbono necessariamente essere ricondotti al circolo virtuoso del profitto: corrispondervi ed assecondarlo; non già intenzionarne la caduta. Carli, nel far questo, richiama due valenze politico-economiche, postulate come condizioni imprescindibili del governo dell'economia, dell'industria e della moneta:

a) evitare che gli aumenti salariali, trasferendo sui prezzi l'aumento dei costi, alimentino un processo inflazionistico;

b) scongiurare che l'immissione di nuova liquidità nel sistema, che si viene così imponendo, si traduca in una redistribuzione del reddito a favore del lavoro e a danno dell'impresa.

La politica dei redditi non è altro che la strategia atta a perseguire questi obiettivi: armonizzare costantemente la redistribuzione dei redditi alle necessità imprescindibili dello sviluppo economico e dei relativi profitti. In altri termini: la dinamica salariale, da elemento di turbativa e distorsione dell'equilibrio funzionale del sistema, va convertita in una variabile subordinata alle compatibilità economiche date. Quanto più il sistema economico precipita in uno stato di crisi, tanto più la dinamica salariale, proprio per essere compatibile, deve moderarsi. Qui la politica dei redditi svela pienamente il suo profilo ideologico: essa non si pone mai l'obiettivo di redistribuire alle fasce più deboli e pauperizzate; al contrario, incanala costantemente le condotte della redistribuzione verso gli strati sociali alti che hanno nell'appropriazione e gestione del profitto la loro fonte di potere e leva di comando.

Ora, siccome il meccanismo capitalistico prevede espressamente che ogni aumento salariale si proietti contro il profitto, la "questione delle questioni" — in Carli e nel capitalismo italiano — diviene quella di evitare, in tutti i modi possibili, incrementi del salario reale superiori alla produttività media del lavoro: Meglio ancora: il nodo di fondo è qui quello di impedire che la distribuzione di ricchezza tra lavoro e capitale possa avvenire a favore del lavoro, contenendo costantemente verso il basso la dinamica salariale. Ciò spiega, una volta di più, il profilo strutturalmente deflazionista del capitalismo italiano. Inoltre, ci rende edotti di come le problematiche strutturali negative dello sviluppo del capitale in Italia non siano mai affrontate, ma costantemente eluse dai capitalisti italiani e dalle autorità di governo dell'economia e della moneta. In luogo dell'azione sulla produttività media del sistema, nel senso della sua elevazione e razionalizzazione, assistiamo all'intervento sulla produttività media del lavoro vivo; in luogo dell'azione sulle condizioni di organizzazione, realizzazione e ottimizzazione del profitto (a partire dai cosiddetti investimenti di razionalizzazione; quelli, cioè, atti ad abbassare i costi di produzione), registriamo l'intervento sul salario operaio e sui relativi consumi.

I bisogni sociali espressi dalla collettività e dalla classe operaia tendono, così, a rimanere confinati in permanenza nella linea dell'insoddisfazione. Su tutto fanno premio i bisogni e gli interessi privati, di cui sono volano produttivo e centro di eterodirezione politico-economica i grandi gruppi monopolistici pubblici e privati. Le cerchie dell'emarginazione sociale e dell'esclusione politica, conseguentemente, risultano oltremodo potenziate. Sulla base di quanto stiamo venendo argomentando, possiamo ribadire: il modello di sviluppo industriale italiano ha nell'esclusione sistematica dei lavoratori dal sistema della rappresentanza politica e dal sistema decisionale democratico uno dei suoi fulcri attivi. Parlare, perciò, di mancata integrazione dei lavoratori e della loro rappresentanza di riferimento nel sistema politico democratico è solo in parte vero; per il resto è, addirittura, fuorviante. In realtà, la strategia perseguita dalle classi dirigenti e dalla classe politica di governo — al di là dei pallidi e ben presto abortiti tentativi del centrosinistra — ha un senso e un segno esattamente contrari: escludere e interdire l'integrazione dei lavoratori e delle loro forze organizzate dal sistema decisionale della rappresentanza democratica. Il che, se per un verso, ha fatto ancoraggio sui processi di emarginazione e marginalità direttamente collegati al processo lavorativo e alla razionalità formale del sistema produttivo, per l'altro, ha insediato dinamiche culturali e politiche con una valenza loro propria, le quali hanno riverberato effetti ancora più perniciosi sui fenomeni di emarginazione e marginalità dislocati entro la sfera produttiva.

L'humus sociale e politico del periodo ricorda terribilmente quello dello "sviluppo repressivo" degli anni Cinquanta: " … cadenze, turni, lavoro straordinario, mobilità interna sono quasi ovunque ritoccati a svantaggio dei lavoratori. Si ritorna in fabbrica al clima degli anni Cinquanta, in stridente contrasto con la politica dichiarata dal centro-sinistra…". Con la precisazione che, a differenza del quindicennio precedente, qui di sviluppo se ne realizza ben poco; assistiamo, piuttosto, ad una repressione (nel senso più lato del termine) senza sviluppo.

Al di là delle prese di posizione ideologiche e/o programmatiche sull'allargamento della base democratica del patto sociale, di cui si fanno promotrici i partiti del centrosinistra e le aree culturali contigue, il problema della democrazia, è, piuttosto, il nodo cardine sollevato dalle lotte operaie nella fase 1960-1962 e, ancor di più, nel corso dell'autunno caldo.