CAP. V

PROBLEMI ATTUALI E SOLUZIONI POSSIBILI

(di Agostino Petrillo)

 

 

 

5.0. Premessa

Nel chiederci quali fossero, a fronte del quadro tratteggiato nelle parti precedenti di questo lavoro, le soluzioni suggeribili a progettisti, tecnici e politici operanti concretamente sul territorio, ci si è trovati di fronte alla necessità di fare il punto della riflessione teorica sulla questione, per quanto concerne le scienze del territorio. Solo partendo da un'analisi della situazione in cui versano attualmente queste scienze è possibile infatti valutare quali siano le proposte più o meno praticabili, quali gli strumenti utilizzabili.

Si è perciò ritenuto che fosse utile ripercorrere alcuni momenti forti della discussione attuale, ricostruendone precedenti e premesse,per una maggiore significanza dell'insieme.

5.1.

Microrifondazioni della politica meridionalista e riprogettazione dello spazio urbano

 

5.1.1. Il localismo oggi, ultima spiaggia della politica?

Secondo Sesto Empirico ogni luogo possiede un suo specifico "genius loci". Nel contesto delle culture classico-tradizionali non sembrano sussistere dubbi al riguardo. Feroci divinità e riti esclusivi difendono l'identità e l'unicità del luogo, il suo diritto a porsi come centro, almeno potenziale, del mondo.

Secolarizzate le divinità-custodi, quantificato e desacralizzato lo spazio da secoli di civiltà mercantili e industriali, assistiamo oggi sorprendentemente, nell'epoca dell'omogeneizzazione e della globalità, alla riproposizione della dimensione locale, letta come fenomeno economico-geografico, come realtà sociale, e, in alcuni casi, presentata addirittura come alternativa da cui far prendere le mosse ad un progetto di salvezza per l'intero pianeta.

Si tratta di una vera e propria "Renaissance" di teorie che mettono l'accento sulla centralità e sull'importanza del fattore locale per un superamento della confusa situazione attuale, mescolando insieme un cocktail di tematiche: diffusione degli insediamenti sul territorio extraurbano, telematica, ricerca di nuove modalità di aggregazione sociale.

La fortuna di queste teorie è da ricondurre alla particolare congiuntura storica ed economica che i paesi sviluppati stanno attraversando.

Gli anni '80 sembrano in effetti aver fatto segnare un momento di crisi epocale nei confronti delle concezioni classiche dei rapporti tra società, spazio e territorio.

Importanti trasformazioni sono intervenute, si sono prodotte modificazioni che oggi la teoria insegue cercando di fornire un quadro interpretativo possibile ed al contempo di indicare tendenze di sviluppo futuro.

Si parla di un indebolimento della forma dello Stato-nazione, di una crisi delle unità politiche di grande dimensione territoriale, il concetto stesso di territorio come entità univoca, dotata di una sua precisa identità ed autonomia, è messo in discussione.

Anche la realtà grande-metropolitana attraversa un'epoca ambigua, in cui, mentre pare ridimensionarsi e addirittura per certi versi declinare in Occidente, almeno nelle forme in cui ci era familiare nei decenni precedenti, esplode invece dal punto di vista spaziale e quantitativo nei paesi delle aree arretrate del pianeta .

A quanto sostengono alcuni autori, stiamo assistendo, nei paesi sviluppati ad una lenta obsolescenza del tradizionale paradigma spaziale "gravitazionale", che prevedeva una strutturazione gerarchica dello spazio.

Secondo questo paradigma,"gravitazionale", partendo dall'ana-lisi della distribuzione territoriale di un sistema economico, combinandola con fattori geografici e politici, è possibile giungere all'individuazione di una specializzazione rigidamente gerarchica dei centri urbani.

La gerarchia urbana fornisce una interpretazione delle cause delle grandezze delle città, spiega le relazioni in cui esse si pongono tra loro.

In un quadro di questo genere il territorio tende perciò ad organizzarsi in una serie di "sistemi planetari" in cui si trovano legati insieme, per mezzo di potenti forze economiche e sociali, i centri minori e le "località centrali", dotate di una determinante capacità d'attrazione.

Il nuovo modello che si starebbe affermando, è un modello di distribuzione delle attività economiche decisamente più policentrico, strutturato per reti e per "nodi", meno dipendente dalle "località centrali".

Le reti di città si mostrerebbero per conseguenza sempre meno vincolate a rapporti dipendenti dalla coppia rango/dimensione, sempre meno legate cioè da rigidi vincoli di subordinazione ai grossi centri.

Si è a lungo parlato a questo proposito di "controurbanizzazione" e di "rurbanizzazione", analizzandone le diverse manifestazioni, lo sviluppo non metropolitano, la rivitalizzazione dei centri intermedi, cercando di inquadrare fenomeni nuovi, quali la nascita di tecnocittà, la riterziarizzazione dei centri metropolitani, situandoli in un contesto significante.

Ci si trova in una situazione inedita, in cui logicamente diviene più difficile che in passato pensare dei futuri plausibili per la città e il territorio, dato che si ha a che fare con tendenze, con processi in fieri, di cui è possibile dare le interpretazioni più diverse.

È singolare però notare come, sia pure con forme diverse, e con accenti politici differenti, si stiano moltiplicando gli studi e le opinioni che prospettano l'avvento di una nuova epoca, in cui tramonterebbe il centralismo metropolitano attuale, per lasciare il campo ad una rinascita dell'elemento locale, ad un'era di decentramento. La tardiva rivalsa del villaggio sulla città, del "minore" sul "centrale", si alimenta alle fonti più diverse, componenti decisive in ogni caso ne sono le prospettive suggerite dallo sviluppo dei trasporti e delle nuove tecnologie, la nuova divisione internazionale del lavoro, nonché il riemergere di tendenze che insistono sulla rinascita di identità locali "forti", in antitesi alla "deterritorializzazione" operata dalla modernità, su una riscoperta del "sociale", alla ricerca di un diverso senso della comunità.

Di questo trend localista vorremmo ora presentare alcuni momenti significativi dal punto di vista teorico, che meglio dovrebbero far valutare il dibattito in corso sul "neomeridionalismo".

Vorremmo cominciare con un autore per certi versi esemplare: Murray Bookchin, antesignano e primo a reintrodurre anche in Europa, sull'onda lunga della controcultura californiana degli anni '60, le tematiche antiurbane e l'apologia del piccolo centro.

Nelle sue opere a cavallo tra la fine dei '60 ed i primi anni '70, viene tracciato un affresco dell'invivibilità della grande città, del disfacimento progressivo della civiltà dell'abbondanza, dei limiti ecologici dell'espansione illimitata. La crisi della metropoli è legata alla rottura degli antichi equilibri; millenari sistemi integrati, che univano indissolubilmente le "città dei padri" al loro retroterra agricolo sono stati distrutti, senza che venisse loro sostituito un sistema altrettanto efficace e capace di conciliare uomo ed ambiente naturale.

Di qui la ricerca di Bookchin di un tipo ideale di "una comunità umana razionale ed ecologica", che sostituisca, come insediamento umano l'ormai esaurita, implodente realtà metropolitana. Questa indagine, condotta con un metodo storico-comparatistico forse un po' ingenuo, lo induce perciò ad una rilettura, in chiave tecnologicamente aggiornata, della polis greca. Si tratta di un riferimento canonico e pressoché obbligato della tradizione dell'utopia politica, che viene però qui riguardato sotto alcuni aspetti peculiari.

"La vita ad Atene nei momenti migliori, formò un unicum sostenuto dall'equilibrio e dall'unità della polis stessa ... il cittadino greco era nutrito dalla comunità, come un albero dal suolo...". Alla dissoluzione morale e all'allentarsi dei rapporti umani caratteristici delle città moderne, alla mancanza di protagonismo politico nelle vite dei singoli, l'autore contrappone un modello di intensa vita politica di tipo assembleare, quale si può sviluppare in un piccolo centro autogestito, un universo compatto di relazioni sociali ed umane estremamente fitte.

"La città tende ad impedire lo sviluppo di una comunità completa ed organica ...i giovani abbandoneranno le città e cominceranno a fondare i primi nuclei di comunità ecologiche ... la città moderna comincerà a rattrappirsi, poi scomparirà ... nella nuova comunità ecologica, l'assemblea troverà l'ambiente più favorevole e sicuro".

La tecnologia ha pure un ruolo importante nell'economia della piccola utopia tratteggiata da Bookchin, egli intravvede infatti nel progresso scientifico e tecnico possibilità liberatorie di deconcentrazione della produzione industriale e di uso ecologico delle tecnologie, che permetterebbero al suo progetto di evitare le secche antistoriche del ruralismo e dell'idillio arcadizzante.

"Molti dei complessi e degli impianti attualmente centralizzati potrebbero essere decentralizzati semplicemente riducendone le dimensioni e promuovendone l'uso collettivo da parte delle varie comunità...".

Sempre la tecnologia dovrebbe inoltre permettere di riannodare rapporti rinnovati con la terra e con l'ambiente, non più contraddistinti dalla fatica fisica e dallo sfruttamento intensivo delle risorse.

Sono proposte queste che hanno orientato le scelte, e costituito un punto di riferimento ideale, di una parte consistente della gioventù dei tardi anni '60, al di là della loro concreta praticabilità.

L'interesse delle teorie di Bookchin non è comunque unicamente circoscritto al periodo "controculturale", al cui versante militante rimangono più legati altri autori del pensiero del "decentramento radicale" come per esempio Theodore Roszak.

Nel contesto storico attuale, infatti, contrassegnato proprio dalle possibilità offerte dalle nuove tecnologie, l'utopia di Bookchin ha fatto nuovi proseliti. Ne è un pittoresco esempio il romanzo utopistico di E. Callenbach, "Ecotopia", che riprende, aggior-nandole, e coniugandole con le riflessioni dei teorici della "new-age" informatica, le tematiche dell'anarchico nuovayorchese .

Nel valutare le teorie di Bookchin, è necessario considerare comunque che la fortuna dell'antiurbanesimo in America ha origini lontanissime, fa parte a pieno titolo della tradizione culturale americana, ed in particolare della cultura urbanistica, ancora prima di Gutkind e di Frank LLoyd Wright, e proseguendo poi fino ai nostri giorni; le radici di questo orientamento affondano probabilmente nell'Ottocento socialista europeo e vanno ricondotte alle sue propaggini utopiste nel mondo nuovo.

Certo è che in America tutto ciò che è locale, territorialmente situato nello spazio, ha sempre dato luogo ad un immaginario forte, la capacità creativa, anche dal punto di vista politico, la "grass-roots democracy", è quasi sempre stata appannaggio unicamente di raggruppamenti a base territoriale.

Di convinzioni politiche decisamente di diverso segno, non legate ad una critica del globalismo in nome di un diverso modo di produrre ed organizzare l'esistenza, ma proprio invece come esigenza di razionalizzazione, di miglioramento di un sistema diventato elefantiaco e non più funzionale a causa delle stesse sue dimensioni, fautore cioè di un capitalismo a base locale, lontanissimo dalla democrazia radicale decentrata prospettata da Bookchin, è il giapponese Kenichi Omahe, sostenitore di un regionalismo aggressivo.

Localismo non è perciò di per se stesso sinonimo di democratico e non concorrenziale. Afferma Omahe: "In futuro avremo sempre più regioni autonome integrate, che dialogano tra loro in un'economia interdipendente. Le nazioni sono finite..." e più oltre sottolinea: "...non esistono prodotti globali e universali, validi per tutti i paesi ... per vendere è necessario essere vicini e aderenti ai bisogni e ai gusti dei consumatori locali. Le imprese devono puntare alla globalizzazione e insieme alla "insiderization", cioè alla capacità di stare dentro mercati locali. Più che di aziende multinazionali io parlerei di aziende multilocali".

Siamo evidentemente in un contesto in cui più che a con-siderazioni soteriologiche ed umanistiche, come nella "classica" proposta di Bookchin, la scelta locale è da imputarsi principalmente a motivazioni di praticità economica e di convenienza commerciale.

Nel passaggio da un modello estensivo ad uno intensivo di mercato, la dimensione spaziale limitata si dimostra più agile, la capillarizzazione degli scambi a livello mondiale è agevolata dal maggiore dinamismo della semplice "regione" rispetto alla burocratica e mediata azione della complessità nazionale.

Le riflessioni di Omahe, non contraddistinte peraltro da un particolare rigore teorico, ci interessano in quanto tipiche di un atteggiamento ormai abbastanza diffuso, e decisamente di tipo nuovo rispetto alle più tradizionali posizioni del decentramento alla Bookchin. Piccolo è bello, ma non in quanto si prospetta una palingenesi dell'umanità, bensì, più limitatamente, in quanto si fanno meglio i soldi...

In Italia la discussione sulle trasformazioni emergenti è stata viva fin dai primi anni '80, portavoce del localismo nostrano è stato prima di tutto un gruppo di studiosi legato ad Alberto Magnaghi.

Con una serie di ricerche, protrattasi per oltre un decennio, e culminata in una proposta-manifesto, una vera e propria "carta dei diritti" del locale, questo gruppo di ricercatori ha tentato di ricostruire sia ascendenti che sopravvivenze e possibili rinascite delle comunità locali nel nostro paese.

Essi si sono ripromessi di indagare il locale come scala privilegiata d'osservazione del rapporto fondamentale che gli uomini allacciano con lo spazio, giungendo a conclusioni radicali.

Nella sua "Nuova Carta Urbanistica", Magnaghi prende atto della distruzione e dell'appiattimento progressivo delle specificità del territorio operato dal sistema di produzione industriale.

"La potenza di questo sistema, ubbidendo ai principi della crescita illimitata e del paradigma della modernizzazione, ha eliminato le singolarità, le località, le personalità ... si è dispiegata su ogni luogo del pianeta, riducendo le individualità territoriali a funzioni del mercato mondiale e del "sistema mondo"".

L'accezione del termine "territorio" che questi autori assumono è evidentemente un'accezione estremamente ampia, in cui alla realtà geografica è inscindibilmente legata quella storica.

"Il territorio è un soggetto vivente che non si dà in natura ... intreccio di ambiente fisico, ambiente costruito, ambiente antropico ... sistema longevo e complesso".

Eppure, oggi nonostante questo processo di omogeneizzazione e di subordinazione delle identità locali sia proceduto per decenni, si danno delle possibilità di riscatto, proprio per la particolare congiuntura storica che questo modo di produzione si trova ad attraversare, nell'"occupazione del territorio" si aprono dei varchi, delle possibilità trasformative.

La crisi della "cosmopoli", la sua tendenza verso una sempre maggiore "atopia", indifferenziata artificialità degli insediamenti umani, la corsa verso l'ecocatastrofe, l'abbassamento radicale della qualità della vita urbana, rendono sempre più necessaria una rinascita del locale.

La "rinascita" è legata alla "dilatazione del territorio dell'abitare", che impedendo l'ulteriore, estrema negazione dei luoghi prevista dalla prospettiva "atopica", avvierebbe pratiche di riappropriazione delle identità locali da parte delle comunità che vi sono stanziate, secondo un percorso circolare di riscoperta di saperi tradizionali, legati alla storia e alle condizioni ambientali.

"... Primo atto di rinascita di un luogo è un atto conoscitivo: il recupero di sapienza ambientale ricostruisce gli abitanti ... ma solo chi abita un luogo può ricostruire sapienza ambientale ... la rinascita dei luoghi attraverso queste pratiche richiede un forte autoriconoscimento della comunità insediata".

Insomma perché si chiuda questo circolo virtuoso è necessaria la riscoperta di un'identità locale forte, in grado di operare una radicale conversione di civiltà, che proceda verso "...la riconquista molecolare di sapienza ambientale e dei microequilibri che da essa promanano"

Questa è l'unica risposta possibile secondo l'autore del manifesto alle domande che emergono dalle nuove povertà, dal diffondersi del bisogno di qualità ambientale, di identità sociale, che si profila nel "... degrado dello spazio biologico, del paesaggio e dello spazio collettivo, ...bisogno di identificazione, reso dirompente dai processi di omologazione e di perdita di orientamento".

Così la "qualità" del territorio dovrebbe diventare l'obiettivo privilegiato delle politiche di sviluppo, pur nella consapevolezza dell'ambiguità e dell'indefinitezza della categoria di qualità ambientale. Magnaghi propone perciò una serie di indicatori, "...che consentono di delimitare e specificare come e il cosa produrre in coerenza con l'ottimizzazione della qualità stessa; la produzione di beni risulta dunque finalizzata alla valorizzazione del territorio...".

Il concetto centrale attorno a cui ruota tutto il sistema degli indicatori è comunque quello di limite.

Nell'edificazione di "Ecopolis", giocano un ruolo decisivo limiti e confini, limiti di tipo dimensionale, qualitativo, quantitativo. Si cerca di definire la "carrying capacity", la soglia ambientale, la capacità complessiva di un territorio di sopportare insediamenti umani, di utilizzare energia, di smaltire rifiuti. Il confine è invece custode dell'identità, presiede alla rivalorizzazione di un luogo, è il presupposto del superamento e della scomparsa del concetto di periferia, con la riscoperta dell'identità simbolica e culturale del luogo stesso.

D'altra parte anche nel disegno tratteggiato da Magnaghi e dal suo gruppo torna ad affacciarsi l'ineludibilità della dimensione globale, planetaria.

I villaggi locali devono strutturarsi in rete policentrica, multipolare per poter funzionare su scala mondiale; devono creare, interagendo reciprocamente, la città di villaggi. Combinandosi, a loro volta, attraverso relazioni di cooperazione, le città danno vita ad un sistema regionale non gerarchicamente organizzato, formano il sistema di città di una "bioregione".

Esistono anche approcci molto diversi a questo tipo di questioni, che pur rimanendo all'interno del quadro analitico definito dalle coordinate decentramento, regionalizzazione, nuove tecnologie, tendono a configurare un panorama sostanzialmente molto meno mutato di quanto si potrebbe supporre nei suoi tratti decisivi.

Per esempio Henri Bakis, analizzando le modalità con cui organizza le sue attività e pianifica i suoi nuovi insediamenti una multinazionale come la IBM, ha evidenziato una tendenza alla regionalizzazione, alla dispersione decentrante di una parte delle attività connesse al funzionamento degli impianti, una delocalizzazione delle subforniture, ma ha sottolineato come questa diffusione e decentralizzazione siano sempre da ricondurre a un a strategia planetaria di supremazia e di dominio.

I cambiamenti nel modo di occupare il territorio non mutano le finalità complessive. La strategia territoriale "integrata e complessa", attraverso cui si muove la multinazionale, la capacità di variare elasticamente la politica delle localizzazioni a seconda del differente contesto locale e regionale in cui essa si trova ad insediarsi ed operare, non mutano la sostanza, che è quella della creazione di un "paesaggio IBM", anche se spesso architettonicamente piacevole.

A conclusioni simili egli giunge anche nell'analisi dell'impatto territoriale delle nuove tecnologie. Quest'impatto, lungi dall'avere potere liberatorio, o comunque un portato democratico, date le possibilità di decentralizzazione che le tecnologie teoricamente of-frono, vede invece disegnarsi sul pianeta una nuova mappa dei poteri, apertamente in concorrenza tra loro, segna la nascita di una nuova, diversa geopolitica, non riconducibile immediatamente ai vecchi contrasti interstatuali.

Renzo Gubert, ha suggerito, di fronte all'affievolirsi progressivo di vecchi legami comunitari e di identità collettiva legati alla distribuzione spaziale della città, la possibilità di legami di tipo nuovo, di aggregazioni comunitarie a base non locale, non spazialmente vincolate, che grazie alla diminuita "frizione dello spazio", sono in grado di funzionare come comunità, di riformare un legame sociale, sia pure di tipo differente. Queste aggregazioni potrebbero essere connesse tra loro da concordanza di interessi o di progetti, anche mediante i nuovi media. Comunità che non sarebbero necessariamente legate ad una prospettiva deurbanizzante, ma che preluderebbero invece ad una rifondazione della vita urbana. Quanto solida possa essere questa trama di collegamenti, che pare per la verità abbastanza nebulosa nei suoi contorni, e a che genere di città possa preludere, non è facile dirlo.

Anche Alfredo Mela è estremamente critico rispetto ai paradigmi teorici che postulano l'inevitabilità del decentramento e l'abolizione dello spazio. Riprendendo il discorso in un'ottica già tutta "post-spaziale" di Paul Virilio, che sostiene che "... ormai più nessuno può ritenersi isolato da un ostacolo fisico o da distanze di tempo troppo lunghe; grazie all'interfaccia dei monitors e degli schermi di controllo, l'altrove comincia qui e viceversa", Mela ne evidenzia bene la genericità e la pericolosità, oltre all'indubbio fascino.

"...Ne consegue una despazializzazione dell'interazione, ... un rifiuto ad occuparsi ancora di oggetti spaziali tradizionali, ... appare inutile occuparsi di argomenti settoriali, quali i processi di localizzazione di specifiche attività o la genesi degli squilibri territoriali, che ancor più sembrano legati ad un'ottica funzionalista o vetero-tecnologica. Emerge semmai, come tema forte per la ricerca sociologica quello dei flussi simbolici e comunicativi, e dei loro spazi (gli spazi mediatici), che in ogni caso non vanno intesi come forme fisiche, ma come reti prive di confini".

Così per questo autore la ricerca sociale territoriale corre attualmente diversi rischi, prima di tutto quello di innamorarsi delle valenze simboliche, di cedere alle suggestioni che vedono, nell'affermarsi dell'indifferenza spaziale, la possibilità di liberazione di po-tenziali individuali, "... un rinnovato interesse per le doti creative del soggetto, per la trama di relazioni quotidiane in cui si inserisce, per la molteplicità dei codici comunicativi che esso padroneggia", recuperando la dimensione spaziale, su una scala però molto ridotta. "...L'accento viene messo sullo spazio del corpo, delle relazioni di convivialità, sulla percezione soggettiva degli spazi di vita quotidiana, ... sul rilancio delle identità locali e regionali o sul recupero dei beni culturali in funzione di una ricerca delle radici".

È insomma una situazione in cui si trascorre senza sosta dalla dimensione pressoché infinita delle grandi reti comunicative alla scala minima del fenomeno locale. Con viva preoccupazione l'autore prende atto dell'"... enfatizzazione dei fenomeni che hanno luogo alla micro e alla macro scala, in modo talmente unilaterale da far sorgere il rischio di un crescente disinteresse per fenomeni di indubbia rilevanza sociale, quali l'evoluzione dell'urbanesimo, la crescita delle disuguaglianze tra regioni sviluppate e regioni sottosviluppate o tra diverse aree sociali della metropoli".

 

5.1.2. La crisi dei modelli epistemologici delle scienze del territorio: verso una neo-urbanistica?

È ormai dai primi anni '60, dai pionieristici lavori di Henry Lefèbvre, che lo statuto epistemologico dell'urbanistica, le sue ambizioni di assurgere a e di funzionare come scienza esatta, sono state recisamente criticate. In effetti la collocazione dell'urbanistica e della pianificazione tra le scienze sociali era frequentemente stata contestata da chi, rifacendosi alla tradizione del positivismo sociologico, cercava di privilegiarne gli aspetti quantitativi, per poter operare con le certezze e con le metodologie proprie (a quell'epoca) delle scienze della natura, alla ricerca di un fondamento "forte" della disciplina.

A partire da quegli anni si sono susseguite analisi che hanno svelato le motivazioni ideologiche di questa tendenza, (queste sì realmente "forti"!), e le implicazioni politiche, nonché la debolezza e l'inattendibilità pure dal punto di vista scientifico.

Proprio Lefèbvre vide nella pianificazione urbanistica coniugarsi pretese di totalità e arroganza tecnocratico-scientifica con vecchi sogni dell'umanesimo liberale. In bilico tra epistemologia e neo-marxismo il filosofo francese analizzò nella scienza della città anche l'espressione di una volontà di controllo, organizzazione e sfruttamento del territorio, tesa a perpetuare il modo di produzione capitalistico.

Successivamente, sulla scia di Lefèbvre, sulla pianificazione si sono appuntate le critiche dello strutturalismo marxista, che ha messo in luce la stretta relazione esistente tra l'apparato pianificatore e quello statuale, facendo affiorare tutto il peso politico del processo pianificatorio come mezzo di controllo e regolazione, la sua "efficacia sociale", nella riproduzione delle differenze di classe e dei rapporti di potere consolidati. Sempre nella prima metà degli anni '70 in ambito francese la pianificazione è stata letta come giuoco urbano di simulazione, modello che permette di organizzare preventivamente il territorio in funzione degli interessi delle classi dominanti.

Più pessimisticamente, altri autori negavano alla pianificazione pure questo ruolo, tendendo a confonderla con la politica territoriale per quel che concerneva i suoi aspetti applicativi e concreti, e riducendola ad ideologia per quanto riguardava la parte concettuale, il progetto.

Verso la fine degli anni '70 un'altra linea di pensiero, quella derivante dalla estensione al campo urbano delle analisi foucaultiane, ha portato un diverso tipo di critiche alla pianificazione urbanistica. Si tratta di un approccio che, contestandone l'ottica "disciplinare", cerca di tracciare una genealogia dei rapporti tra piani-ficazione e potere. La storia dell'urbanistica in quanto scienza della disciplina del territorio è stata fatta reagire con la storia dell'isti-tuzione carceraria, sanitaria, manicomiale. In pratica la scienza moderna della città altro non viene ad essere se non il dispiegamento di una volontà di controllo ed asservimento dei corpi, un enorme sforzo di normalizzazione e domesticamento, e lo spazio funzionalista, razionalizzato, "quadrillè", nient'altro che la trasposizione su scala urbana del modello panottico.

Così la storia dello sviluppo urbano in epoca moderna viene ad essere letta come la vicenda dell'estendersi e del generalizzarsi della "forma-prigione", il territorio come luogo dello sviluppo dei "grands enfermements".

Questi autori non lasciavano molto spazio né all'illusione di una urbanistica scientificamente fondata, né alla possibilità di rinnovare la pianificazione a partire da un diverso orientamento politico o filosofico, limitandosi a tracciare vaghe coordinate di saperi artistici e di progetti "molecolari" che avrebbero dovuto rilevare il fardello della pseudo-scienza.

D'altra parte anche le altre scienze del territorio, anche quelle che parevano più solidamente fondate dal punto di vista teoretico, più saldamente ancorate alle certezze delle scienze della natura, hanno attraversato un periodo di profondo ripensamento dei propri presupposti a partire dalla geografia. Le speranze eccessive riposte nella quantificazione, l'eccesso di specializzazione, la preferenza accordata al particolare, a detrimento del generale, hanno condotto ad un'impasse teorica, da cui sono emerse tendenze nuove.

...For these new geographies, neoclassical geography is incapable of controlling the growing influx of information, and of numeral data in particular...modern geographies would thus become explanatory and not merely descriptive.

La geografia non è quindi sfuggita al lavoro demolitore dell'epistemologo, ritrovandosi frammentata da sapere unitario e certo in una serie di "geografie" sempre più soggettive e disciplinarmente promiscue. Si è giunti addirittura a parlare di completa "smaterializzazione" dell'oggetto geografico.

Miglior sorte non hanno conosciuto le cosiddette "scienze regionali" di derivazione neoclassica, arenatesi in Italia prima di poter avere un incontro significativo con la pianificazione.

L'insuccesso delle scienze regionali è secondo Bernardo Secchi da imputarsi principalmente al fatto che esse " ... proponevano una ipotesi di definizione del sistema politico (di definizione dei ruoli dei diversi attori) ed all'interno di quello spazio politico-istituzionale definivano il proprio compito e quello della pianificazione territoriale...". Rimanendo confinate all'interno di questo paradigma di razionalità politico-istituzionale sono state condannate dall'emergere del "disordine" sociale e territoriale degli anni '70 ad un ruolo minore, quando la centralità dei problemi è andata spostandosi dalla definizione di modelli urbani all'interpretazione dei movimenti che sul territorio si sviluppavano e all'analisi delle trasformazioni che essi inducevano.

L'impotenza del piano, l'impossibilità di fare riferimento ad una ragione, ad un modello di razionalità con validità universale, sono alla base della crisi in cui si dibatte il vecchio modello delle scienze della città e del territorio. Su di esse si è inoltre abbattuta la tempesta che è andata maturando nell'ambito delle stesse scienze esatte.

Le nuove scienze della complessità, il dibattito sempre più acceso tra i filosofi della scienza, da cui sembrano uscire vincenti posizioni relativistiche e "localistiche" non lasciano molto spazio alla riproposizione di paradigmi scientifici con modelli di validità assoluta. "...Gli approcci scientifici di tipo locale non cooperano armonicamente ad un'immagine, a una teoria del sapere e dell'universo, ma al contrario si intersecano, si accavallano, si ignorano, si contrappongono, si integrano, si scindono".

Secondo alcuni autori, con curiosa inversione, (nemesi storica?...), sarebbero le scienze esatte, oggi a dover andar a scuola da quelle dell'uomo, ad avere qualcosa da imparare dai modelli mutevoli e flessibili delle scienze dello spirito.

Esse infatti si muovono in una direzione in cui la materia è stata raffigurata sempre più con caratteristiche simili a quelle della logica del vivente.

Nelle teorie del "nuovo disordine epistemologico", tra Prigogine, Thom e Serres, la materia si anima, si avvicina sempre di più all'organico, creando un panorama in cui le discontinuità prevalgono sulle continuità, il casuale ha un posto altrettanto centrale che il regolare.

Su una linea interpretativa che si rifà ad alcune di queste considerazioni sembrano muoversi anche le riflessioni di alcuni dei più noti esponenti dell'urbanistica italiana.

Bernardo Secchi, in un volume di ispirazione filosofica (il riferimento è a J.F. Lyotard), vede nell'urbanistica, nella sua storia recente, nient'altro che il dispiegarsi di una "narrazione", di un racconto che scarso o addirittura nullo impatto ha ed ha avuto sulla realtà costruita del paese.

Decisamente pessimistico da questo punto di vista anche il bilancio, meno "filosofico", ma improntato ad un crudo realismo, tracciato da Vezio De Lucia dell'urbanistica italiana del dopoguerra.

In un contesto di questo tipo vanno situate le istanze che da più parti si esprimono per una rivitalizzazione, sia pure a partire da uno statuto epistemologico debole, improntato non più ad un modello di ragione con pretese di validità universale, ma semplicemente "ragionevole", dell'urbanistica e della pianificazione. In questo senso si sono espressi recentemente Antonio Cederna e Michele Sernini.

Le due posizioni risultano comunque diverse: per Cederna si tratta di riattualizzare il discorso della pianificazione, come antidoto alla irrazionalità imperante nella gestione del territorio, cui ricorrere come unica possibilità di evitarne il saccheggio. Sernini, pur criticando serratamente "l'ordine sociale-territoriale dell'urbanistica tradizionale", insiste invece sullo sviluppo di un nuovo strumento agile, in grado di soddisfare e di tutelare bisogni e diritti degli abitanti delle città, cercando una fondazione teoretica di questo strumento.

Dopo una attenta rassegna dello "stato della situazione" della filosofia della scienza, Sernini conclude che: "le attività pratiche del sociale e del politico ne possono essere parzialmente fuori, o perché non scienze o perché scienze di tipo particolare... ad esse, come scienze della pratica sociale, o comunque alle materie di cui si occupa la filosofia pratica, sono ancora applicabili gli strumenti "classici"... saggezza, equilibrio ragionevolezza, prudenza, ... forme imperfette di ragione...".

Eppure, procedendo con "rigore ed obiettività", si potrà imparare a "... trovare il ragionevole dentro al non rigoroso (Serres)...", limitando la tendenza "deflattiva" delle scienze sociali.

Questa è per lui l'unica ri-fondazione possibile dell'urbanistica come scienza, sia pure come sapere "minore".

Ancora nella querelle sul localismo si inserisce invece Carlo Formenti, che, riflettendo sull'idea di "locale" nell'epistemologia e nella sociologia contemporanea, sottolinea il ruolo decisivo rivestito dall'osservatore nell'elaborazione della teoria scientifica. L'assunzione di questa prospettiva può portare ad una rifondazione del sapere scientifico, purché ne venga eliminata ogni pretesa di trascendenza. Le nuove scienze della complessità possono reincantare il mondo, solo a patto che sia abbandonata ogni velleità di imporre un singolo punto di vista su un altro, una volta che si prenda atto dell'irrimediabile internità di un osservatore ad una teoria, che venga reintegrato l'osservatore nel discorso scientifico, evidenziandone le componenti soggettive.

Qui trovano una "pièce d'appui" le posizioni di Alberto Magnaghi, che dopo aver liquidato l'urbanistica contemporanea come grande macchina disciplinare legata all'ideologia della crescita illimitata, che "... libera l'intero territorio dai suoi vincoli naturali, votandolo alla razionalità del sistema di fabbrica", leggendo nella "Carta d'Atene" di Le Corbusier "... il compimento teorico ... l'ordinamento ... della "forma metropoli"", fase matura della "città fabbrica", ha intravisto nell'urbanistica lo strutturarsi di un progetto di una macchina per abitare che ".. libera l'intero territorio dai suoi vincoli naturali, votandolo alla razionalità del sistema di fabbrica".

Appunto rifacendosi alle posizioni epistemologiche che rilanciano la prospettiva locale, parziale, come unico attestato plausibile di circoscritta validità delle scienze umane, Magnaghi propone un'urbanistica locale, che vada nel senso del superamento dell'urbanistica stessa, intesa come sapere separato, che rimane legato a criteri di razionalità astratti e formali. La pianificazione tradizionalmente intesa rappresenta inoltre un elemento "esogeno", portatore di istanze del tutto estranee alle necessità profonde di un luogo, incapace di comprenderlo, è una pianificazione "post festum", che è costretta a "...collocare a valle delle scelte di sviluppo le verifiche di compatibilità ambientale...". La "Nuova Carta Urbanistica" "propone invece un intreccio di saperi costruttivi e territoriali che, partendo dall'individuazione di microequilibri territoriali, sappiano avviare una radicale riforma dell'abitare.

"La ricerca di questi micro equilibri attraverso l'autogoverno e la trasformazione degli stili di vita delle comunità insediate è la via maestra per affrontare il degrado territoriale in forme risolutive: la grande pianificazione, esogena, che opera a valle delle funzioni generatrici di degrado ..., non è in grado di produrre equilibri stabili; anzi tende per sua natura e collocazione ... a riprodurre una serie di emergenze, aggravando il degrado".

Da questa breve rassegna di posizioni appare piuttosto evidente come le scienze del territorio, ed in particolare la pianificazione, oscillino nella fase attuale sul crinale di una grande trasformazione. Da una parte la critica radicale cui sono state sottoposte non ne permette più una riproposizione acritica, dall'altra le estreme, a volte drammatiche necessità del presente spingono in direzione dell'individuazione di strumenti nuovi in grado di far fronte a gravi emergenze territoriali, ambientali e sociali. Il piano che è fallito, non può lasciare il posto alla semplice "deregulation", ma deve essere sostituito da metodologie d'intervento più efficaci, che permettano finalmente, come già auspicava Lefèbvre, la messa in opera di una "prassi" consapevole, tendente ad una soluzione dei problemi urbani, ad una liberazione completa delle capacità tecniche e scientifiche, ad un'intelligente padronanza dei fenomeni territoriali da parte di abitanti coscienti. Come ha sostenuto di recente Marino Folin, "...l'ambiente urbano richiede radicali processi di trasformazione e il governo di quelli esistenti ... più che un piano generale ciò che è necessario è un serio e forte programma di trasformazione per parti discrete, un programma politico in cui siano definiti con chiarezza le finalità, gli obiettivi, i settori e i luoghi in cui si intende intervenire...ciò richiede, più che un unico sistema informativo a supporto dell'azione di piano, un insieme di più sistemi informativi ... più che una reductio ad unum, la liberazione delle tecniche e dei saperi di cui l'urbanistica aveva preteso di rappresentare la sintesi".

Resta unicamente aperto il quesito non piccolo di chi possa essere ad avviare questo programma, ruolo questo che il vecchio Lefèbvre lasciava ai movimenti ... ma ne parleremo più diffusamente in un punto seguente.

 

5.1.3. La città meridionale nella transizione

Vorremmo ora riflettere su come si colloca la città meridionale, alla luce sia della situazione che essa sta attualmente attraversando, sia del dibattito che abbiamo cercato di riassumere nei due punti precedenti.

Per quanto riguarda la situazione attuale, parrebbe che la città del Sud si collochi, rispetto alla progressiva dicotomizzazione delle tendenze dell'urbanizzazione planetaria, in una zona intermedia, ad un crocevia.

Negli anni passati frequentemente, anche se non senza contrasti, si era infatti cercato di ricondurre l'urbanizzazione dell'Italia meridionale sotto la categorie ampie di sottosviluppo e marginalità.

Si era parlato di città periferica, marginale rispetto al Nord, ma alcune analisi evidenziavano che essa scontava non tanto un ritardo storico, un handicap culturale di lontana origine, ma che doveva invece la sua condizione marginale non "... ad un processo lineare di decadenza progressiva, ma piuttosto alle profonde trasformazioni economiche, sociali e territoriali avvenute in seguito alla politica degli anni Cinquanta e poi alla scelta dei poli di sviluppo".

Si trattava cioè, di un rapporto di sviluppo-sottosviluppo tutto inscritto all'interno di una logica di un particolare sviluppo, quello dello stato nazionale nel suo complesso, necessaria per il "take-off" capitalistico del secondo dopoguerra.

Anche altri approcci sottolineavano la cesura del secondo dopoguerra, con l'accentuazione dei processi di iperurbanizzazione (crescita anomala dei centri urbani rispetto ai loro livelli di industrializzazione), e l'espansione di una nuova classe parassitaria urbana locale, "... che sostenesse un certo livello di consumi, ma che soprattutto gestisse i finanziamenti capitalistici assegnati al Sud".

La categoria di iperurbanizzazione è stata utilizzata anche successivamente per descrivere alcune realtà urbane del Sud, leggendo questo scollamento tra urbanizzazione e industrializzazione come prodromo inevitabile della "parassitopoli", del grande agglomerato dipendente.

Una crescita "deviata" di questo genere è di per se stessa sintomo di un rapporto alterato con il territorio, segno del costituirsi di una realtà edificata che anziché promuovere lo sviluppo del territorio su cui gravita, ne frena le potenzialità.

Dal punto di vista dell'analisi strutturale esistono certo importanti analogie tra la città del sottosviluppo e la città del meridione, basti pensare all'andamento demografico, o al distorto rapporto città-campagna, al perdurare di modelli di urbanizzazione concentrata, anziché diffusa, ma la realtà italiana è chiaramente "addolcita" dalla presenza di controtendenze, dalle politiche assistenziali, e dall'essere inserita in un milieu regionale ed internazionale estremamente diverso.

Dell'incompletezza e dell'inadeguatezza di questo tipo di lettura, della sua utilità unicamente come strumento euristico, si era in ogni caso già consapevoli da diversi anni. Così scriveva Ada Becchi Collidà nel 1976, quando, parlando delle conseguenze della crescita abnorme e delle caotiche modificazioni in corso, sottolineava come la "...netta obsolescenza di qualsiasi modello interpretativo costituisce un nuovo tipo di città tutto da capire specie in termini di analisi di struttura di classe".

Settori moderni sono presenti d'altro canto nel Sud sia pure distribuiti a pelle di leopardo, non si può perciò dire che esso sia rimasto totalmente estraneo alla "modernizzazione".

Queste stridenti contraddizioni conoscono il loro punto di maggiore emergenza nelle grandi conurbazioni terziarie, esemplare il caso di Napoli, in cui il complesso metropolitano tende a divorare il suo retroterra, cancellando ogni possibilità di risolvervisi.

Così sintetizza la questione un meridionalista: "Nel Mezzogiorno, il rapporto dei centri abitati col territorio è stato in larghissima prevalenza quello di un loro isolamento topo-geografico e di un forte addensamento demografico...l'insediamento ha operato più nel senso di una segregazione del territorio che di un legame organico e diffuso con esso".

D'altra parte la categoria di sottosviluppo, di urbanesimo del sottosviluppo appare oggi talmente ampia e variegata, da richiedere tutta una nuova, più dettagliata e comprendente classificazione.

A giudicare inoltre dalle sempre più drammatiche situazioni in cui versano le città terzomondiali, (basti pensare alle estreme condizioni di vita nelle periferie delle grandi metropoli o all'esplosione della disoccupazione urbana prevista per il 1995) ,il parallelo con le città dell'Italia del Sud va avanzato con una certa cautela. Lo stesso concetto di sottosviluppo è oggi in discussione,almeno quanto quello di marginalità urbana.

Entrambi i concetti rinviano infatti ad uno sviluppo, ad una centralità, che appaiono sempre meno raggiungibili, o perlomeno generici, le realtà urbane del mondo sviluppato e del terzo mondo sembrano ormai funzionare secondo modelli che non hanno quasi nulla più in comune, e tendono anzi a divergere sempre di più. Per esempio nell'analisi delle relazioni tra l'abitato periferico delle metropoli terzomondiali e le zone centrali, più che di una "condizione marginale" si può parlare di un vero e proprio sistema dualistico.

"Come scaturisce da una serie di indicatori e di tendenze ...non sono pochi i sintomi di mutamento nella realtà socio-economica del Mezzogiorno...il risultato [è]... il delinearsi di una nuova geografia economica e sociale del Mezzogiorno, con 'rimescolamento' nella graduatoria della marginalità delle regioni meridionali, così come era possibile stilarla all'inizio degli anni '5O; con il formarsi di nuovi dualismi nell'area ed il radicalizzarsi di vecchie situazioni di marginalità".

L'intreccio tra caratteristiche storiche del territorio meridionale e modificazioni indotte dai rapporti con altre aree del paese appare realmente difficile da districare, testo di una critica serrata dei parametri urbanizzazione-industrializzazione e urbanizzazione-modernizzazione, attraverso un'analisi di tipo storico,un autore ha efficacemente descritto le città del Sud e le loro relazioni reciproche come una "...vischiosa struttura di città burocratiche,mercantili,semiindustriali...".

In effetti questa situazione di ambivalenza del Sud, l'opacità dei rapporti economici che lo percorrono, rendono problematiche le analisi che si basano su modelli interpretativi già collaudati altrove.

Non si può per esempio parlare di obsolescenza del modello gerarchico, di tramonto di un'armatura urbana rigida nel Sud quando non si è neppure in grado di determinare se sia mai esistito qualcosa di questo genere :"...lo sviluppo delle città meridionali è rimasto bloccato in un impianto policentrico o ha dato vita ad un sistema urbano? I centri grandi e medi si sono dislocati secondo un reticolo di relazioni interne od esterne? Lo stato attuale degli studi non offre sufficienti elementi di valutazione".

Una risposta in senso negativo sembrerebbero dare alcune considerazioni sullo sviluppo storico del territorio costruito nel Meridione: "L'urbanizzazione del Nord precocemente si dispone su degli assi che determinano l'ossatura portante di un sistema territoriale...,mentre nell'Italia meridionale risulta difficile poter giungere all'identificazione di una qualsiasi rete urbana dotata di continuità...A parte alcune situazioni conurbative (la metropoli regionale napoletana, il sistema polare pugliese, l'asse della Sicilia orientale), la rete urbana meridionale non solo tarda a formarsi, ma resta ancora oggi difficile da individuarsi." Anche altri autori insistono sulla quasi completa mancanza di città in grado di avere un'influenza complessiva a livello regionale di rilievo, "...le ricerche...focalizzate sull'umland (area nucleare o zona delle relazioni fondamentali) e sull'hinterland (area intermedia o zona delle relazioni occasionali) e sull'area d'influenza, o zona delle relazioni eccezionali, hanno evidenziato l'esiguo numero di città nel Mezzogiorno con funzioni regionali".

Dal punto di vista dell'interpretazione dell'organizzazione degli spazi, delle reti di relazioni tra le diverse zone, risulta allora suggestivo il modello proposto da Silvio Lanaro per cui è in fondo il territorio agrario urbanizzato, ad essere egemone sulla città dal punto di vista economico, almeno quanto lo è la città dal punto di vista territoriale, "la campagna organizza la città", città che al fondo nasce storicamente e si conserva nel Sud come città di residenze. "...Carattere di lungo periodo del processo insediativo meridionale,...addensamento della popolazione in pochi luoghi...permanere di un ampio spazio...sostanzialmente vuoto", ci si trova di fronte in pratica ad un processo di urbanizzazione senza industrializzazione di entità rilevante già alla fine dell'8OO, "...le città del Mezzogiorno sono prima che luoghi di scambio prevalentemente città di residenze, di edilizia residenziale, città di case".

Viene perciò da chiedersi quale sviluppo autocentrato, quale self-reliance, quale localismo siano possibili in una realtà in cui i piccoli paesi, i piccoli comuni si diradano, in cui, al di là delle città di residenze, domina lo spazio vuoto.

"Il carattere urbano del Mezzogiorno appare anche ad una lettura sulla conformazione degli insediamenti. Nel Mezzogiorno sono infatti rarissimi i piccoli comuni, le frazioni con pochi centinaia di abitanti,... il Mezzogiorno vede negli ultimi decenni da un lato non ridursi l'ampiezza delle sue aree vuote, dall'altro l'allargarsi e l'aggravarsi della congestione urbana".

Quale possa essere anche l'impatto delle nuove tecnologie su un tessuto territoriale così scomposto, se possa favorire o meno uno sviluppo territoriale più equilibrato, non si può ancora prevederlo con chiarezza, ma forse è da prendere come un monito quanto scrive una studiosa del sottosviluppo a questo proposito. "...L'introduzione di tecnologie avanzate, invece, oltre a richiedere forti investimenti di capitali, può risultare controproducente ai fini della occupazione in paesi nei quali disoccupazione, sottoccupazione e lavoro nero costituiscono i caratteri costanti del mercato occupazionale ed ha in fondo favorito il mantenimento dei sistemi di supremazia urbana".

In luogo di favorire democrazia e decentramento, l'informatica e le nuove tecnologie potrebbero perciò contribuire nel Sud ad un rafforzamento di una struttura urbana già pletorica e sproporzionata.

A possibilità di questo genere pare alludere anche Ugo Leone, che individua la traccia di una nuova dipendenza, ancora in nuce, che potrebbe legare in futuro Sud e Nord. Egli parla infatti di prospettive di fine dell'emarginazione, ma di nascita di nuove forme di marginalità nei confronti di un Nord dal punto di vista tecnologico molto più avanzato.

"Sostanziale persistenza di una condizione di marginalità che assume connotati nuovi, direttamente collegati con lo sviluppo dell'innovazione tecnologica particolarmente concentrata nelle 'aree centrali' del paese".

L'altra grande questione che si pone è quale pianificazione, quale urbanistica per il Sud?

Quartieri modello dell'urbanistica funzionalista, come lo Zen di Palermo, ritenuti quando furono progettati tra le migliori realizzazioni di quella concezione della città, sono oggi tra i più inquietanti ghetti urbani d'Europa.

Ed era, quella, una progettazione urbanistica che si pretendeva razionale, politicamente consapevole, teoreticamente "forte".

Oggi, con tutti i nuovi fenomeni cui si è accennato, con una crescita repentina sul territorio meridionale di realtà inedite e preoccupanti, si sente sempre più forte l'esigenza di forme di ordinamento e regolarizzazione dello sviluppo.

"Si stanno creando fenomeni paraurbani di scala metropolitana in grado di rivoluzionare con esiti non conosciuti gli assetti esistenti - prendiamo il caso della 'città dell'Ingrosso' di Nola, una 'vera e propria città-mercato', destinata a servire un'area più vasta, regionale, o metropolitana napoletana,...[vi] è una necessità di politica territoriale,...si pone il problema di governare in qualche modo i grandi fatti territoriali del presente-futuro" .

Saranno sufficienti le prudenti e rispettose proposte dell'"urbanistica debole", gli strumenti di un piano che è da reinventare, a far fronte a esigenze così rilevanti ed improcrastinabili?

O ci troveremo davanti all'ennesimo "sacco" del territorio nel Sud?

5.2. Lo spazio urbano come risorsa

La fase particolare che la città occidentale sta attraversando, contrassegnata da profondi fenomeni di riorganizzazione e mutamento, ha come conseguenza uno slittamento dei termini in cui tradizionalmente si poneva la questione dello "specifico urbano".

Da una parte si pone il problema della società urbana, della attualità o meno di alcune sue storiche proprietà, come la capacità di fungere da punto d'incontro, da luogo dell'integrazione e da sede privilegiata di palesamento e di espressione dei conflitti. Dall'altra, nel quadro che prima si tratteggiava, appare evidente come processi quali la sempre maggiore indifferenziazione spaziale e la crescente diffusione urbana finiscano per creare una realtà urbana apparentemente sempre più sganciata, svincolata da necessità e determinazioni che erano caratteristiche della vecchia città industriale.

Il ridimensionamento, il riassestamento in corso, operano perciò trasformando notevolmente quello che era lo specifico urbano tradizionale, mettono in forse alcune consolidate caratteristiche delle società urbane. "...il continuum degli incasati, la dilatazione di moduli edilizi di tipo urbano, il fatto che la mobilità pendolare ha reso larghissimo oggi il diametro in cui abitano coloro che esercitano professioni definite urbane, segnano la diluizione, lo squagliamento del concetto di città che avevamo ereditato nei secoli scorsi".

Mutamento spaziale e mutamento delle condizioni di vita procedono di pari passo.

Ancora pochi decenni fa era possibile parlare della città in questi termini: "...la città ha radunato in uno spazio relativamente limitato culture varie e diverse; in essa si possono trovare, almeno in quantità rappresentative, tutte le razze e le culture con le loro lingue,i rappresentanti dell'umanità si incontrano per la prima volta faccia a faccia su un terreno neutro. La complessità e la capacità di assorbimento culturale della metropoli personificano la complessità e varietà del mondo nella sua totalità".

In queste capacità di assimilazione risiedeva una delle chiavi per comprendere la "urban way of life", così come si era andata storicamente configurando in Occidente.

Studiando la formazione nel secolo XVIII della grande Londra e la crescita di Parigi, così scrive Richard Sennett: "Nella formazione di entrambe le città, un tipo particolare di straniero ha dunque svolto un ruolo essenziale. Si trattava di uomini e di donne soli, che reciso ogni legame, giungevano in città da una considerevole distanza...una Parigi nata dalla confluenza di sconosciuti...un luogo dove persone di origine ignota possono essere accettate perché la città è cresciuta grazie alla migrazione di una 'folla di sconosciuti'".

Una città che si proponeva perciò come terreno di nuove libertà e di nuove possibilità."...è il bisogno di libertà individuale che fa apparire affascinanti le città. Libertà individuale come ideale di massa significa sempre solo libertà "da qualcosa", la liberazione dai vincoli del vicinato, della famiglia, dei padroni, lo sradicamento".

Questo il mito, la leggenda della città, come momento dell'incontro, dell' eccitazione nervosa provocata dall'aumento degli stimoli, spazio di quella inedita condizione antropologica che Simmel chiamava "Steigerung des Nervenlebens"; la città come luogo privilegiato di formazione dell'intelligenza e della cultura. Non solo i grandi pensatori della città,Simmel,Tönnies, Wirth, sostengono e difendono, ampliano questa "narrazione"; ma perfino Spengler, (notoriamente non propriamente un intellettuale filourbano), poteva scrivere:"...nella città, disgiunta dalle potenze del paesaggio, quasi isolata dal suolo dalla pavimentazione, la vita si indebolisce sempre di più, mentre la percezione e l'intelligenza si fanno sempre più acute. L'uomo diviene "spirito"... lo spirito è la forma tipicamente cittadina dell'essere desto, intelligente".

Ad ascoltare alcune voci che forse esasperano un po' i termini della questione sembrerebbe invece che questa leggenda sia arrivata oggi alla sua parabola conclusiva. La forma metropoli inghiotte, con le sue periferie, le sue disparità sociali, la sua incircoscrivibile fluidità, le vecchie caratteristiche della vita urbana. "L'altra città non esiste già più: la città residenziale, statica, produttiva, comunità politica naturale dove abitavano le grandi classi, i grandi soggetti collettivi, i grandi individui, i grandi progetti...tutto è distrutto, cancellato...la metropoli è luogo di sparizione dei soggetti...territorio mobile di conflitti evanescenti e di soggetti effimeri".

Naturalmente, procedendo con categorie così generiche, si rischia di non essere più in grado di discernere tra le diverse situazioni reali, di declinare le differenti tipologie e configurazioni che la 'forma metropoli' assume, limitandosi a fantasticare su delle tendenze di massima.

Eppure non è possibile negare che lo spazio metropolitano non è più quello ricostruibile a partire da un numero finito di proprietà stabili, isolabili l'una dall'altra, che le frontiere delle politiche urbane sono cambiate, (come vedremo meglio nel punto seguente), che esso è attraversato da linee di fuga, che l'idea di metropoli come unità e totalità è sempre più una finzione. Basti pensare alla crisi dell'idea di centralità per misurare l'ampiezza di questo cambiamento.

Il concetto di centralità compendia in sé un po' la summa dei progetti urbani e delle specificità cui si accennava; il cuore della città, il suo centro, raccordava insieme i disegni e le visioni, le diverse idee di città di differenti categorie di attori sociali, forniva loro un terreno, non solo simbolico, in cui potessero incrociarsi ed esprimersi. Ma ecco che questa idea di centralità che era l'essenza dell'urbano sbiadisce e pare quasi dissolversi sotto la pressione delle dinamiche centro-periferia, e delle mutazioni innescate dalle nuove forme della mobilità e della produzione.

Oggi quello che rimane della vecchia centralità è più che altro una combinazione di processi spaziali e sociali, il risultato di un complesso di fattori, di "micro-centralità" integrate in un insieme.

In alcuni casi l'idea di centralità tende a sfumare del tutto,la città diviene città di periferie.

Si fa strada perciò la consapevolezza di vivere in società in micro-realtà sempre più fondamentalmente eterogenee, divise, segmentate, tanto da un punto di vista sociale che da quello spaziale, non si tratta più di inscrivere la periferia in una relazione con un Centro, quello che si costituisce sulle "macerie della città" è un universo di periferie senza centro. In questo senso, la centralità urbana si propone oggi prima di tutto come assenza, come mancanza, come vuoto.

La frammentazione, la perdita del centro, portano con sé la moltiplicazione del disordine.

Quando la città non permette più, sia pure attraverso strumenti di selezione, ai vari elementi che la compongono di strutturarsi in maniera organizzata, il sistema precipita verso l'entropia, come già segnalava Meier.

Eppure esistono, al di là dei pericoli e dei sintomi d'involuzione, ancora numerosi motivi per rimanere in città.

In questi termini si esprimono due sostenitori della continuità, del permanere nella sostanza delle caratteristiche storiche della città, sia pure in un contesto profondamente mutato:"... spesso scegliamo la città perché è assolutamente indispensabile alla nostra esistenza materiale e spirituale...nonostante i disagi e le difficoltà la città offre il sistema a noi noto più adatto a rendere minimo il controllo sociale, più ampia la libertà di lavoro in termini di scelta, più facile la mobilità sociale, più variata la scelta dei servizi e degli svaghi, più ad alto livello i sistemi educativi e sanitari...".

5.3. Lo spazio urbano come diritto

Col fortunato slogan che rivendicava il "diritto alla città" si espressero nei tardi anni '60 e nei '70 tutta una serie di movimenti e di pratiche sociali che tendevano ad una "riappropiazione" della città da parte dei suoi abitanti.

Si trattava di un fenomeno suscettibile di interpretazioni molto diverse, ed in effetti il rivendicazionismo sul "fronte urbano" si espresse con il massiccio, ma tutt'altro che lineare sviluppo di una quantità di comitati e organizzazioni dalla composizione estremamente variegata ed eterogenea.

Questa volontà di gestire direttamente, dal basso, la città, spesso apertamente antagonista nei confronti dei poteri dominanti, poneva non pochi problemi ai sociologi, che si chiedevano "... È generica conflittualità o lotta di classe? La lotta di classe avviene in buona parte nella città? Se sì, perché ciò avviene?".

A queste domande si diedero le risposte più diverse, oscillanti tra l'entusiasmo di chi credeva di aver scoperto una nuova frontiera della lotta di classe, e l'ottica ridimensionatrice di chi non vi vedeva altro che "una rivolta culturale piccolo-borghese".

La prima delle due posizioni, che propugnava appunto una lettura di classe del fenomeno, tracciando una linea di convergenza tra le rivendicazioni che attengono al mondo del lavoro e quelle che riguardano lo spazio intero, vide in queste lotte la possibilità di una messa in discussione dell'assetto urbano complessivo.

Si profilava nei movimenti che scuotevano le grandi città europee la possibilità di una diversa utilizzazione dello spazio e del tempo, di nuovi rapporti di contiguità e vicinato, che riproblematizzavano le gerarchie, criticando la fruizione unicamente passiva, spettacolare della città, e disegnavano una prospettiva d'evoluzione urbana che portava oltre la città industriale, superandone la rigida compartimentazione spazio-temporale.

L'altra linea interpretativa, negando appunto specificità ed autonomia a questi fenomeni, tese ad inquadrarne la soluzione in una confluenza, ad un incontro tra movimenti urbani e sinistra istituzionale, ritenuto indispensabile affinché le lotte assumessero un peso politico reale, il rivendicazionismo divenisse meno nebuloso e parcellizzato, e si mettessero in modo reali meccanismi di trasformazione nell'apparato statuale.

Ci fu anche chi vide nelle lotte che si dispiegavano sul terreno dell'urbano una avvisaglia di una profonda trasformazione, il primo momento di affermazione di nuovi movimenti sociali, che segnavano una cesura netta col passato, spazializzando il conflitto, sviluppando una conflittualità che prendeva il posto di quella, declinante, del movimento operaio.

Così scriveva Alain Touraine: "Lo spazio giuoca un ruolo essenziale in molti dei grandi movimenti rivendicativi. Dato che le società industrializzate sono anche caratterizzate da una generalizzazione progressiva dell'urbanizzazione, la città o piuttosto l'urbano, sarà il luogo dei conflitti, come la fabbrica lo è stata nel periodo che si sta concludendo".

Al di là dei limiti interpretativi di quel dibattito teorico, spesso troppo legato all'attualità politica di quel momento storico, si può dire oggi che queste esperienze produssero una serie di modificazioni rilevanti nel modo di governare la città, in quanto manifestazione di una crisi urbana complessiva, che investiva una consolidata maniera di pensare e organizzare la città,in funzione dell'attività produttiva, piegando lo spazio urbano ai tempi e alle necessità della produzione.

Tramontava la città-fabbrica. Le lotte erano infatti rivelatrici di una crescente disintegrazione del tessuto sociale delle città, di una perdita di senso dello spazio collettivo, di crisi verticale di una forma storicamente consolidata di organizzazione del territorio, cui pianificatori e politici cercarono di ovviare con una vera e propria "riforma urbana". Si pensò alla creazione di momenti di partecipazione, (più o meno fittizia), e si avviarono politiche di decentramento dei servizi, tese a ricostruire identità di quartiere, creando momenti di integrazione.

Così commenta questa riforma Renzo Gubert: "Impostazione, gestione e controllo dei servizi dovrebbero essere l'oggetto principale della "partecipazione" degli utenti, della popolazione del quartiere. Il decentramento serve anche quindi, oltre a razionalizzare il sistema di fornitura dei servizi, anche ad incentivare la partecipazione, e quindi a ricreare circuiti di comunicazione e di rapporti primari entro la città, ad avvicinare il cittadino ai centri di decisione, e riassorbire tendenze anomiche, individualistiche e asociali o privatistiche, Si può quasi dire che i servizi, sia a livello gestionale-partecipativo, sia in quanto inseriti in appositi "centri" di quartiere, diventano ...il meccanismo integratore della nuova società urbana, il meccanismo di coinvolgimento del cittadino, che ridandogli il "diritto alla città", rimuove le cause "sociali" della disintegrazione urbana".

In termini ancora più categorici si esprime Alberto Magnaghi, riflettendo su genesi e significato degli enti locali: "Gli enti locali sono, agli inizi degli anni'7O il momento di sperimentazione di nuove forme di 'governo della società'...una lunga fase di ristrutturazione istituzionale che investe lo stato, le forme di governo dell'economia e che accompagna i processi di ristrutturazione dell'apparato produttivo".

In un orizzonte di questo genere, contraddistinto da un mutamento complessivo nella maniera di gestire la città, si profilano quindi pure trasformazioni importanti dal punto di vista economico e territoriale.

Dalla crisi urbana che i movimenti avevano segnalato, senza peraltro riuscire ad indirizzarla secondo le loro aspettative, disegnando unicamente i contorni di un'utopia di città diversa, che non riuscirono però a far crescere, emerge per reazione un diverso assetto della città, una nuova forma metropoli.

Scrive un autore: "la 'metropoli' deve essere interpretata come una complessiva riarticolazione del territorio a valle dell'esaurimento del modello dualistico della città-fabbrica".

Essa risolve, alcuni "costituzionali" contrasti della città-fabbrica, come quello tra città e campagna, lascia dietro di sé le vecchie differenziazioni sociali e spaziali.

"Lo spazio della 'forma metropolitana' presuppone ... il superamento di questo sistema di squilibri monotonici e la valorizzazione di una prospettiva spaziale tendenzialmente policentrico-funzionale...non corrisponde ad una semplice dilatazione di scala del territorio urbano, dalla città all'hinterland...deve essere reinterpretata come una complessiva riarticolazione del territorio ...attraverso due processi divergenti seppure connessi, il decentramento estensivo di funzioni materiali e l'accentramento selettivo di funzioni informali.

La forma metropoli tende inoltre, generalizzando, istituzionalizzando la crisi ad introdurre nuove, più elastiche forme di controllo del sociale, è capace di tollerare grazie alla sua "stabilità strutturale", contrasti e "turbolenze" al suo interno molto più violenti che in passato, anche se le tensioni in certo modo si "cronicizzano", diventano "endemiche".

"...È difficile trarre conclusioni probanti circa il significato da attribuire alla 'forma metropolitana': se cioè corrisponda ad una forma superiore di stabilità strutturale, proprio perché capace di incorporare una maggiore varietà di funzioni crisiche, oppure se debba essere essa stessa considerata come lo stato transitorio di una catastrofe ancora 'virtuale'...".

Si ha, paradossalmente una relativa "indifferenza" della forma metropolitana, anche di fronte al moltiplicarsi dei conflitti potenziali, con l'aumento della complessità sociale. La forma metropoli governa il disordine nella transizione, localizza il conflitto circoscrivendolo, isolandolo, nella prospettiva di una catastrofe continuamente rinviata,... ma fino a quando?

La forma metropoli si pone perciò come un "campo di sperimentazione", un terreno su di cui si misurano "forme del conflitto e dell'organizzazione", ma la cui durata storica, come sistema capace di resistere alle sue continue crisi, ancorché locali, è dubbia.

Il problema dei diritti in una siffatta forma-metropoli diviene forzatamente relativo, sia per la mancanza di forze in grado di porlo frontalmente, col declino del movimento operaio e delle sue organizzazioni, sia per la nuova maniera di gestire il conflitto, divenuta decisamente più sfuggente.

In questa metropoli post-industriale, post-tayloristica, si finisce per attribuire un significato sempre minore alla gestione corrente della città, alla dotazione di servizi accessibili a tutti, all'ampliamento delle occasioni di vita urbana e di reale incontro. La dimensione pubblica della città si inabissa sommersa dalla comunicazione mediatica e spettacolare, si inaugura una gestione della realtà urbana basata più che altro sull'apparenza, in cui l'attenzione degli amministratori è "... centrata sul privato e soltanto sui diritti e le aspettative degli appartenenti alle professioni emergenti, e dove sicuri che parlare di fisica della città - sub specie, in questo caso di riuso, recupero, abbellimento, centro storico - non serve in questo caso a risolvere i problemi della società...si trascorreva appunto perciò a legittimare qualunque forma di attrezzatura del territorio per quella nuova società limitata appena individuata...".

La metropoli iperterziarizzata è quindi un luogo di discriminazione, e non solo per scelte politiche, ma per il progressivo dilatarsi del territorio su cui si sparpagliano le funzioni e l'influenza di quella che una volta si chiamava città.

La diffusione, la diluizione della città, porta con sé tutta una serie di nuovi problemi di "cittadinanza". "... In buona parte, - i nove/decimi almeno - delle aree individuabili come conurbazioni si vive oggi un tipo di urbanità subalterna, in qualche misura rapportabile a quella che vivevano una volta i borghi entro le ultime mura o i sobborghi fuori dalle porte delle vecchie città...gli spazi ove la città è piena e forte, cioè forma un nucleo organico e integrale di funzioni di più alta e selezionata qualità, vengono ora di molto riducendosi in proporzione alle aree che l'edificazione urbana, con i servizi che le si legano, ha invaso. Quindi si potrebbe dire che corrispondentemente ai fenomeni di alluvione urbana i limiti reali della città si stanno restringendo" .

In questi ultimi anni le nostre città tendono perciò a presentarsi sempre più come una bizzarra mescolanza di scarsità e di abbondanza, serbatoio di enormi potenzialità di scelta, che finiscono però per essere riservate a pochi. Così sintetizzano la situazione Jean Remy e Liliane Voyè:

"...rareté et abondance, ...peuvent se combiner, et la ville, lieu de choix, peut s'affirmer comme lieu de non choix et de rareté où il s'agit pour beaucoup d'accepter n'importe quel logement...consentir à faire des longues files d'attente pour user d'un équipement ou obtenir une place à une spectacle...Lorsq'une telle situation affecte des categories importantes de la population, c'est toute la distribution spatiale des population et des activités qui est en cause".

Il diritto alla città si rovescia in condanna alla periferia.

"Les distances deviennent alors disproportionnées entre les lieux de travail et les lieux de résidence, entre ces derniers et les lieux de vie sociale...".

Una periferia che diviene nuova centralità, che assedia il centro terziarizzato della vecchia metropoli.

"Una metropoli in cui la percentuale della città "formata", legale, costruita e riconoscibile si attesta sul 2O per cento del territorio, mentre con valori variabili tra il 6O e l'8O per cento lo stesso è occupato dalla città informale...la forma della metropoli moderna dal punto di vista fisico è la periferia".

Una periferia che mescola alle "fasce deboli" della popolazione, ai gruppi che vi erano stati "storicamente" confinati, cassintegrati, disoccupati, anziani, i nuovi arrivati, gli stranieri "venuti per restare".

La forma metropoli si trova messa alla prova dalle conseguenze delle stesse trasformazioni che l'hanno prodotta. La periferia, divenuta ipertrofica e sempre più urbanizzata, si popola di una pluralità di nuovi abitanti, in non facile relazione tra loro.

"L'estendersi della portata dei tipi di relazione tra aree industrializzate ed aree prevalentemente agricole a scala mondiale, dai movimenti di materiali e informazioni ai movimenti di uomini...non potrà che rendere sempre più evidente tale pluralismo, sia per la presenza di nuovi consistenti gruppi di immigrati, sia per la maggiore distanza culturale tra i gruppi autoctoni e immigrati che vengono a contatto. Anomia e conflitto, fenomeni il primo derivante dalla compresenza, anche nello stesso individuo, di norme e valori diversi e contrastanti e il secondo da obiettivi contrasti di interesse tra i diversi gruppi oltre che da fenomeni di autodifesa dei gruppi come stereotipia ed il pregiudizio, anche per questa via tendono a presentarsi come caratteri stabili della città moderna in quanto polo di attrazione, centro di coordinamento del sistema sociale industriale-terziario".

Ne deriva un sovraccarico dei problemi di controllo di un sistema che vede esasperarsi i suoi punti di crisi, complessificarsi la gestione dell'emarginazione. La città per pochi vive i suoi giorni più difficili. "Non è pensabile che, messi insieme, abitanti in disagio delle periferie metropolitane, immigrati da altre regioni,immigrati dall'estero, masse giovanili almeno temporaneamente disorientate quanto ai propri livelli di reddito e di soddisfazioni future, non siano un problema quotidiano per la fruizione dello spazio di una città che affrettatamente si dichiara opulenta o almeno sicuramente benestante e riappacificata".

Le rivolte ed i disordini di cui sono state teatro in questi ultimi mesi grandi città europee rendono ancora più profetiche queste affermazioni.

L'impressione di molti è che il modello del ghetto, dopo essere stato un appannaggio quasi esclusivo delle metropoli americane, dove rappresenta la cristallizzazione dello storico fallimento di un progetto d'integrazione, quello del "melting pot", che aveva favorito sì l' integrazione sociale, ma impedito al tempo stesso quella culturale, tenda ad invadere anche le realtà europee.

Così si interroga Alain Touraine:

"Allons-nous envers le ghetto? L'Amerique en est prisonnière depuis toujours.L'Angleterre a largement progressè vers le ghetto et nous progressons vers le ghetto..." .

La segregazione delle periferie è per il sociologo francese già un fatto tangibile, ed è addirittura resa ancora più odiosa in Europa di quella regnante nelle città americane dall'incapacità di mettere in moto dei meccanismi anche minimali d'integrazione, di distinguere tra cittadinanza e nazionalità.Il pregiudizio che obbliga ancora a priviegiare il centro,rifiutando la periferia, sommandosi agli ostacoli politici e sociali,fa sì che

"...le sentiment de dereliction, d'abandon, d'esclusion est donc bien plus fort dans les villes européennes que dans les villes americaines".

I giornalisti hanno già frequentemente parlando di una "nuova generazione perduta" nelle banlieues.

Contro questa tendenza al ghetto già energicamente operante e, secondo Touraine insita nella società liberale, occorre, per lo stesso Touraine, inventare una nuova socialdemocrazia.

Proprio riprendendo la tematica dello slittamento dei conflitti dall'universo del lavoro a quello urbano, della loro "spazializzazione", da conflitti di classe a conflitti tra chi sta dentro e chi sta fuori, tra il centro e i margini di una società, egli sostiene la necessità di un nuovo progetto politico. Una socialdemocrazia che sia a base territoriale, non più a base professionale, come quella storica, che dovrebbe organizzare tutti coloro che sono intenzionati a contrastare l'esclusione agendo politicamente. Ma di questa "socialdemocrazia della città diffusa" non si vedono ad oggi nemmeno le avvisaglie, essa è tutta da costruire, mancano i soggetti e i movimenti in grado di darle spessore, mentre già si annuncia l'esplosione di nuove tensioni.

"...Le problème concrète est de créer les instruments et les formes d'action politique qui permettent une integration sociale, avant que soit trop tard...nous disposons pour cela de fort peu d'années avant que nous ne connaissons des explosions urbaines de grande envergure à l'americaine".

Sono perciò pretestuose le interpretazioni di questi fenomeni che li riducono al risultato di una politica urbanistica sbagliata, non si tratta di cambiare il contenitore, l'imballaggio, come hanno efficacemente ricordato i manifestanti di Vaulx-en Velin, ma di rifondare un sistema di diritti, di dare carne a concetti come quello di cittadinanza, che sembrano, anche nelle formulazioni più elaborate, come quella di Touraine, nient'altro che contenitori vuoti. Per contro alcune delle necessità, dei desideri che questi abitanti esprimono sono già decifrabili dalla fenomenologia dei loro comportamenti.

Conquistare il centro della città, territorializzare lì dove si è respinti, dove risiedono le attività appetibili, i luoghi privilegiati di riunione, lo spazio pubblico, o perlomeno il suo fantasma, questo sembra essere per esempio uno degli obiettivi della gioventù delle banlieues. L'esplosione della dicotomia centro-periferia mette in moto movimenti di culture che attraversano la metropoli. Non potendo controllare stabilmente, sedentariamente il centro, gli abitanti della periferia se ne appropriano in maniera nomadica, alla ricerca di centralità temporanee, di zone da contraddistinguere, da marcare con la loro presenza, invadono stazioni ferroviarie, metropolitana, luoghi simbolici di centralità e di spostamento.

Nascono così,

"...regroupements ephèmeres qui s'effectuent à Paris, plutot le week-end dans les complexes (gare du nord, Chatelet-Les-Halles ou gare de Lyon) ou dans des stations isolèes... on pourrait multiplier les exemples de ce mode d'investiment mineur de l'espace public".

Questi gruppi sono adepti oltre che dell'occupazione "minore" dello spazio pubblico, anche dell'erranza urbana:

"L'espace de leur mobilitè ne se confond pas avec l'espace vitesse de la circulation programmée des reseaux dont ils miment la performance; il n'est pas constituè de trajectoires d'un punt à un autre...mais de parcours où se joue l'illusion de une liberté retrouvée dans la suspension des limites spatiales ou temporelles".

 

I "Banlieuesards" si muovono alla ricerca di centralità, di riferimenti comunitari. Il pretesto per l'autoidentificazione può essere anche l'invenzione di una improbabile appartenenza etnica,o la rivendicazione di una fede religiosa. Così è fuorviante vedere un problema etnico nelle scritte che a Parigi (e recentemente anche a Milano) lanciano appelli alla costruzione della "Nazione Zulu", o un problema religioso nell'islam "immaginario" cui fanno riferimento molti di questi giovani. Sono questi segni che vanno invece interpretati come tentativo di fondazione di identità collettive attraverso un riferimento puramente simbolico, trasfigurazione mitica del passato, progetti di creazione di microsocietà urbane.

A fronte di una situazione complessiva di questo genere, ci si ritrova a che fare con proposte che sembrano frequentemente inadeguate. "Anziché lasciare i "bordi" della città nelle mani dell'assistente sociale, che tenti con pietose pezze di rimediare alle notissime emarginazioni di giovani ed anziani in un costruito noto da anni come fattore scatenante, concausa delle più varie stranezze mentali, o di comportamenti aggressivi, sarà il caso di provvedere con tutti i mezzi ed in tempi ragionevoli ad una città diversa" .

Di qui l'idea di Michele Sernini, data l'impossibilità (teorica? storica? epocale?...) di una città per tutti, di lanciare l'ipotesi almeno di una "città minima", una sorta di garantismo urbano minimale, valido almeno questo per tutti, progetto per cui "...tutti quelli che sono presenti in un dato addensamento edilizio di dimensioni convenzionalmente fissate sopra una certa soglia, sono la società urbana minima del momento, e lo spazio costruito e percorribile è di tutti, pur con le differenze di fatto - ma non di diritto - circa accessi frequentazioni aree di residenza strutture pubbliche spazi collettivi o comuni ad uso plurimo e indifferenziato..." .

Non si tratta di una utopia e l'autore ci tiene a sottolinearlo, dato che per realizzarla sarebbe sufficiente tener conto di alcuni fattori nella progettazione e nella gestione dello spazio, che dessero modo di esprimersi alle esigenze sociali. Attenendosi ad alcuni semplici criteri operativi, i progettisti dovrebbero procedere individuando,"... nella dimensione territoriale...un pianificazione almeno indicativa di alcune poche grandi variabili...pochi vincoli ineludibili e ferrei di natura ambientale,...una discreta libertà a nuclei urbani ed a città non gigantesche di svilupparsi e crescere, ...quando vi siano tendenze degli abitanti e delle attività in quella direzione; alla scala microurbana...impiegando una grande cura ...per gli aspetti relativi alla possibilità reale degli abitanti di vivere e liberamente aggregarsi nei luoghi..." .

Solo attraverso un progetto di questo tipo per l'autore è realizzabile un disegno di città futura che non sia quello della città della segregazione, della città bella, ma per pochi; in cui possano crescere invece le società a venire, oggi ancora frammentarie, soltanto potenziali,"...nel momento presente mi sembra prevalente l'interesse a che, in una città passabilmente "di tutti", si sviluppino, come in un ambiente minimo garantito, dalle forme più varie e spezzettate di società attuale,.. le forme di società futura".

Molti elementi del discorso di Sernini rimandano a Touraine, entrambi hanno un quadro della situazione decisamente non ottimistico, anche nelle soluzioni che essi propongono, mostrano tutti e due un profondo disincanto rispetto alle possibilità di una radicale trasformazione degli assetti attuali, pur perseverando nella convinzione che un'altra città, sebbene non prossima, sia comunque raggiungibile.

5.4. Il linguaggio e la città

È da almeno due decenni che si è riproposta una antica analogia, quella tra città e lingua. Dal punto di vista teorico la formulazione esplicita di questo parallelismo è da attribuirsi a Saussure, ma a ben cercare se ne troverebbero le tracce un po' in tutta la storia della filosofia.

Negli anni '7O, la "wawe" semiotica in architettura ha utilizzato direttamente questo modello saussuriano, considerando la città strutturata come un linguaggio, dotata di una sua grammatica .

Dalla "semiopoli" di Roland Barthes in poi si sono moltiplicate le letture della città come metafora linguistica.

Negli ultimi anni la fortuna delle filosofie del post-moderno ha trovato frequentemente nella città un oggetto privilegiato di riferimento e nelle trasformazioni dei modi di vita metropolitani un diretto momento di conferma di ipotesi e teorie.

Non si tratta più però come in Barthes di interpretare la città il rapporto centro periferia, le valenze simboliche ed affettive dei luoghi, in chiave di gioco linguistico, di ars combinatoria.

È non solo l'estetica, ma la quotidianità della metropoli, la sua nuova "immateriale" realtà produttiva, che sarebbero perciò sempre più facilmente riconducibili ad un approccio di tipo linguistico.

Mentre Barthes si accontentava di delineare attraverso la metafora linguistica la dimensione erotica della città, i percorsi e gli intrecci della socialità, desiderando ricostruirne l'immagine profonda, disegnare una topografia del "piacere del testo" urbano, oggi è l'urbano nel suo complesso, dal momento della produzione a quello della comunicazione ad essere considerato come un tutto unico, non solo "strutturato come un linguaggio", ma divenuto principalmente costruzione linguistica.

Nelle interpretazioni che più fortemente mettono l'accento sulla strutturazione linguistica della metropoli, come ad esempio in alcuni testi recenti di Gianni Vattimo, si ha quindi un rovesciamento dei termini classici della questione, come appunto potevano porla un Barthes, o in chiave decisamente più seriosa, un Bense.

Non si tratta di leggere le città come sistemi , come mondi comunicativi di segni, (kommunicative Zeichenwelt), che servono ad orientarsi, che modernizzano la città sottraendole l'elemento labirintico,ma di prendere atto che i sistemi ipermoderni d'informazione abbandonano l'ordine, la struttura, la spiegazione per la seduzione, il disordine, la fantasmagoria.

Essi producono un mondo nuovo che non è più un universo referenziale, ma il mondo.

In pratica qui, pur non centrale, il discorso sulla città è comunque sempre sottinteso, in particolare quando si parla di comunicazione e media. Proprio di questa realtà metropolitana, filtrata ormai dalle reti informatico-relazionali, si sottolineano le potenzialità emancipatorie, di liberazione dal "senso della realtà". Cessando di opporsi scioccamente ai media, bisogna invece ad essi abbandonarsi per ricomprendere il mondo che è diventato una favola.

"L'emancipazione consiste piuttosto nello spaesamento, che è anche nello stesso tempo liberazione delle differenze, degli elementi locali di ciò che potremmo chiamare complessivamente il dialetto...caduta l'idea di una razionalità generale della storia, il mondo della comunicazione generalizzata esplode con una molteplicità di razionalità locali".

L'irrealtà dell'esperienza mediatico-metropolitana, diviene non solo l'unica forma di esperienza possibile, ma agli antipodi della tradizione critico-umanistica, addirittura una forma della libertà. "L'avvento dei media comporta infatti anche una accentuata mobilità e superficialità dell'esperienza, che contrasta con le tendenze alla generalizzazione del dominio in quanto dà luogo ad una specie di indebolimento della nozione stessa di realtà, con il conseguente indebolimento anche della sua cogenza. La società dello spettacolo di cui parlarono i situazionisti non è solo la società delle apparenze manipolate dal potere, è anche la società in cui la realtà si presenta con caratteri più molli e fluidi, in cui l'esperienza può assumere i tratti dell'oscillazione, dello spaesamento, del gioco".

Si giunge fino alla paradossale constatazione che proprio l'essere oggi l'urbano una formazione essenzialmente linguistica, ne fa una "rete senza maglie", in cui flussi comunicativi smaterializzati rimodellano in continuazione un panorama cangiante.

"La metropoli contemporanea si specchia nel linguaggio. Essa si presenta come un dedalo di enunciati, metafore, nomi propri, funzioni proposizionali, tempi e modi verbali, disgiunzioni, implicazioni. Né si tratta soltanto di una istruttiva analogia. La metropoli è effettivamente una formazione linguistica, un ambiente costituito innanzi tutto da discorsi oggettivati, codici predisposti, grammatiche materializzate, ... orientarsi in una grande città significa fare esperienza del linguaggio".

Nota criticamente Paolo Virno che, argomentando in questo modo, si giunge alla contraddittoria conclusione che proprio perché ormai divenuta espressione linguistica la metropoli diviene in questo modo "indicibile". Dietro questa indicibilità finirebbero per celarsi invece le nuove modalità di produzione e di lavoro, che, tendendo sempre più all'astrazione contribuiscono a permeare, a colonizzare, a mettere a valore la vita della metropoli.

Per Virno,"...Segno distintivo della metropoli contemporanea non è tanto il pullulare dei gerghi, quanto la piena identità di produzione materiale e comunicazione linguistica. Questa identità alimenta quel pullulare."

Non ci troviamo più nella città-fabbrica, contrariamente al silenzio della fabbrica fordista, teatro di un'"attività muta", "... nella metropoli post-fordista...il processo lavorativo materiale è descrivibile empiricamente come complesso di atti linguistici, sequenza di asserzioni, interazione simbolica...soprattutto perché il processo produttivo ha per 'materia prima' il sapere, l'informazione, la cultura, le relazioni sociali. Il punto decisivo non sta ...nella crescita smisurata dell'industria della comunicazione, bensì nel fatto che l' 'agire comunicativo' prepondera in tutti i settori industriali".

Sono osservazioni che fanno riflettere, e contengono elementi di grande interesse.

Prendendo troppo alla lettera le interpretazioni che propugnano la libertà nella "realtà virtuale" metropolitana, possono infatti innescarsi una serie di equivoci e di ambiguità, primo tra tutti quello che vede in questo stato delle cose il dispiegarsi delle più grandi opportunità di libertà che l'abitante della metropoli abbia finora conosciuto.

Si può finire così per sostenere teorie che vedono nel nuovo spazio sociale metropolitano una sorta di "wilderness", di territorio selvaggio in cui si muovono figure dal sapore vagamente spenceriano. Si è infatti recentemente sostenuto che una volta precipitate, "al suono dei media", le vecchie barriere tra centro e periferia, "...l'individuo diseredato ed emarginato che manifestava la propria volontà di sciogliere i legami che lo tenevano costretto ad un ambiente da cui voleva evadere,...trasforma la propria volontà in desiderio illimitato,...abituato al transitorio e all'aleatorio, non approda ad alcuna costruzione durevole della propria esistenza,...non traccia confini, non impone barriere...non valorizza il lavoro...non pensa al futuro.. non cerca una identità forte...è un individuo sovrano perché sa valorizzare l'istante, la perfezione del momento;...vive la propria esperienza come un sì alla vita, dopo l'azzeramento e l'annullamento della realtà...ha avuto fede nell'esistenza, nel qui e ora, accettandola come unica realtà vera, con tutte le sue durezze, rischi, precarietà...ha fondato, sulle macerie della città, la metropoli come spazio vitale".

Di fronte a questo tipo di lettura, è forse necessario sottolineare, come fa ancora Virno, che: "Ipnotizzati dal brusio generalizzato, è fatale equiparare il carattere linguistico della metropoli a una drastica smaterializzazione dei rapporti sociali e, soprattutto, ad un illanguidirsi del dominio".

5.5. Per una cultura ed un'etica della valorizzazione dello spazio urbano

Come si è visto a più riprese nel corso di questo lavoro, il filourbanesimo non è oggi di moda. Molte incognite pesano sul futuro della città, che attraversa una fase critica, sull'orlo forse di importanti cambiamenti. Si è rilevato come essa sembri al tramonto come luogo privilegiato di concentrazione delle attività economiche e produttive, preda com'è di processi di terziarizzazione e di diffusione territoriale.

Tali mutamenti comportano evidentemente anche un attenuarsi, fino in certi casi a scomparire, di quelle storiche caratteristiche che avevano fatto l'"effetto città". Nello specchio deformante delle nuove periferie e delle città esplose del terzo mondo, l'immagine canonica della società urbana si smarrisce, lasciando il posto ad un quadro caotico e contraddittorio .

Eppure alla città, allo spazio urbano rimangono indissolubilmente legate alcune utopie: prima tra tutte quella dell'emancipazione delle classi subalterne. Fin da prima dell'industrialesimo la città è stata sinonimo di possibilità di liberazione e di luogo ove era ammessa una vita svincolata dalle traiettorie prefissate del mondo feudale, "...Stadtluft macht frei!...". In epoca moderna il filourbanesimo è stato spesso contraddistinto dal presupposto che solo nello spazio cittadino si potessero compiere i processi di coscientizzazione e di autoidentificazione collettiva necessari all'affermazione del proletariato moderno e dei processi di trasformazione di cui esso era portatore.

(Anche se fino alla seconda metà dell'Ottocento tra i pensatori "socialisti" questo tipo di posizioni non è unanimemente condiviso ed alcune utopie di emancipazione si situano consapevolmente e deliberatamente fuori dalla città).

Nella tradizione maggioritaria del movimento operaio l'atteggiamento filourbano prosegue ininterrotto durante questo secolo, fino ad individuare nella città-fabbrica, pur completamente assoggettata ai ritmi ed alle esigenze della produzione capitalistica, un luogo di potenziale transizione ad altri modelli di produzione e di vita.

Oggi questa tradizione culturale pare divenire più esitante, i suoi fili ideologici si fanno più esili.

Nell'epoca che suggerisce la possibilità di un prossimo declino delle città (forse solo congiunturale),l'entusiasmo per la vita urbana e le prospettive che essa può offrire, è da molti messo in discussione. Si è già accennato alla attuale fioritura, come nella prima metà dell'Ottocento, (anche se in chiave differente, decisamente più ambigua oggi) di una serie di teorie localiste che guardano con favore ad una prospettiva di disurbanesimo.

Quale giudizio dare su queste teorie?

Innanzitutto vorremmo sottolineare come esse non presentino in fondo particolari caratteristiche di novità, non siano cioè "nuove", ma portino invece con sé un complesso retaggio, su cui è necessario riflettere. Cercheremo perciò di sunteggiarne qui brevemente la genesi e di soffermarci su alcuni momenti decisivi della loro storia.

Le filosofie della negazione della città e della dispersione urbana hanno fondamenti estremamente remoti, che affondano le radici in un antichissimo e mai sopito orrore di tipo religioso di fronte a quella sfrontata manifestazione di hybris che ha rappresentato ab immemorabile l'edificazione delle città.

La città arrampica verso Dio. La condanna pronunciata nei confronti di Babele-Babilonia è la condanna contro tutte le città.

Scrive efficacemente Ellul,

"Troughout the Scriptures we find the same judgement falling on all who live in cities. It is executed not only on the city herself, but also on allthose partecipated in her life. It is not man's pride that makes the city, but the city as a symbol of pride drags along in her fall all those who have materially and spiritually united with her...men are condemned not only for their particular sin, but also for for having partecipated in the evil power socially characterised by the city".

 

Da questa originaria matrice religiosa si sviluppano poi atteggiamenti e teorie che si ripresentano periodicamente nella storia dell'Occidente.

Nell'epoca moderna passano attraverso il secolo dei philosophes, in cui la querelle verte sulla valutazione di una serie di coppie antitetiche,(comunità agricolo autarchica versus città, piccola città commerciale versus grande città, città di provincia versus città capitale, Ginevra versus Parigi).

Nell'Ottocento conoscono probabilmente il loro momento di maggiore popolarità e le tematiche antiurbane, irrompendo nel vivo della polemica politica, assurgono ad una importanza centrale. I rapidissimi e sconvolgenti processi di inurbamento, conducono a situazioni sociali limite, in cui il rifiuto delle condizioni di vita delle città paleoindustriali diviene una bandiera attorno a cui si coagulano diversi progetti di esodo. Per questi progetti, la strada della libertà delle classi subalterne va trovata in una alternativa totale alla organizzazione degli spazi e della produzione, da crearsi lontano dalla città. Sono le idee di Owen, Fourier, Kropotkin, tutto il secolo della "grande urbanizzazione" è percorso da questi tentativi di fuga, di ritorno alla campagna e alla natura.

Affievolitasi questa spinta in Europa, queste idee faranno ancora molta strada in America, dove diventeranno una costante fissa del panorama culturale. A questa linea di continuità che stiamo tracciando, si potrà obiettare che il disurbanesimo attuale è di tipo differente in quanto si affida più che all'ideologia e alla politica, alle prospettive offerte dalle tecnologie, a mutate situazioni economiche. Varrà allora la pena di ricordare come, a cavallo tra la fine del secolo scorso e gli anni '2O,la scoperta e l'utilizzazione su larga scala dell'energia elettrica pose agli studiosi dei fenomeni urbani dei problemi non lontanissimi da quelli odierni. La nuova forma di energia a disposizione, sostituendo il vapore, forma di energia forzatamente centripeta, si prestava infatti secondo alcuni teorici ad una distribuzione meno accentrata della realtà edificata. Già all'epoca qualcuno dei contemporanei la pensava diversamente..."I dilettanti di economia politica giudicano la presente era delle grandi città come il risultato delle 'tendenze centripete del vapore', e si felicitano con i lettori sull'avvento di una nuova età in cui 'le forze centrifughe dell'elettricità' decentreranno gli insediamenti".

Ancora nel '2O il piano Goelro in Russia proponeva di elettrificare il territorio della neonata Unione Sovietica, secondo maglie regolari estese, che oltrepassassero i confini urbani, nella prospettiva di un progressivo superamento dell'antagonismo città-campagna. Queste idee passarono, sia pure un po' attenuate nel Gosplan, e fino agli anni '3O si pensò "realisticamente" a smembrare la stessa Mosca in una rete di quartieri che funzionassero come "villaggi" indipendenti.

Più di recente, in America si è discusso a lungo delle prospettive offerte del telefono come fattore di dispersione urbana ( e non c'erano ancora i portatili...).

La potenza di tecnologie innovative, o di nuovi tipi di energia, il loro potere di fascinazione, coniugato al sogno ambiguo della fuga dalla città, alla percezione dell'eccessiva concentrazione dell'umanità come male, sono queste le costanti dell'antiurbanesimo di sempre, che ritroviamo nelle proposte a noi contemporanee.

Ma come si forma questo tipo di atteggiamenti e di opinioni? Quali ne sono le cause? Parlano realmente del futuro? Per la tecnologia "disurbanizzante" c'è una stimolante chiave esplicativa suggerita da Walter Benjamin, che la interpreta come se si trattasse soltanto di un fenomeno di disorientamento, di un détournement dovuto alla straordinaria "potenza della tecnica".

Benjamin propone questa lettura, riflettendo su coloro che sostenevano l'ipotesi di un declino di Parigi: "Le fantasie sul declino di Parigi sono un sintomo del fatto che la tecnica non fosse stata recepita. In esse si esprime la consapevolezza che insieme alle grandi città, crescono i mezzi per raderle al suolo".

Per quanto riguarda invece i risvolti comunitari di queste proposte antiurbane e neo-localiste, riportiamo un parere improntato ad un estremo scetticismo, che si rifà direttamente alle teorie più politicamente consapevoli, sull'asse Bookchin-Magnaghi:

"Il solidarismo antico non è facile da ricreare, nè basta la configurazione dei luoghi o il dimensionamento ristretto della città...il centro storico, o la città antica dentro alla città moderna, o l'antico nucleo abitato, non sono il luogo della tribù degli abitanti del centro,che qualche 'antropologo', innamorato di localismo e di piccola comunità volesse riservare e proteggere come ogni enclave antropologica che si rispetti .. fissare i confini nello spazio vuol dire anche fissarli nel tempo, ad un dato momento, fare l'errore gravissimo di congelare nell'istante una cosa mobile e fluida come una formazione sociale...non si deve esagerare nelle chiusure, accreditare le politiche del posto di blocco...è inoltre importante l'odierna mobilità territoriale...della popolazione del pianeta".

Anche uno dei fondatori della moderna sociologia urbana, Chombart de Lauwe, si chiede preoccupato, se nella questione non vi sia anche una decisiva componente ideologica:

"La fin des villes ? Est-ce le dernier mythe des classes privilegiées et des pays dominants dans une civilisation menacée d'autodestruction?...le déséquilibre rural-urbain,le déferlement des migrants vers la péripherie des grandes agglomerations, l'explosion urbaine,l'impossible développement,l'accroissement des inégalités sont ils des signes avant-coureurs d'une destruction ou d'une mutation?...parler de la fin des villes, n'est-ce pas un prétexte pour parler de la fin de la démocratie?".

 

Sia che la "fine delle città", con tutti suoi portati, si prospetti come una reale e decisiva cesura storico-epocale, sia che si tratti semplicemente di un momento di assestamento e di passaggio, è comunque evidente da quanto si è visto che è necessario riparlare di etica e città. Si pongono perciò una serie di questioni completamente da riformulare, che investono alla radice le attuali modalità del produrre, dell'abitare, dello statuto di cittadinanza e del suo concreto significato. Come ricorda Lefèbvre, l'urbano non è solo la città, non è riducibile alla sua materialità, ma è una relazione tra gli uomini.( Quanto è antica quest'idea!).

Forse è troppo semplicistico voler troncare i ponti con il passato e cercare fuori dalla città la comunità che non c'è.

Ancora in termini più drammatici si pone la questione ove si esca dalla prospettiva d'analisi che si limita a prendere in considerazione unicamente le realtà urbane dei paesi avanzati, e si considerino invece le realtà metropolitane terzomondiali. Il problema dei diritti di cittadinanza potrebbe allora emergere in tutta la sua drammaticità come nei suoi insuperabili limiti. Metropoli di dimensioni ormai difficilmente calcolabili, teatro di disuguaglianze sociali agghiaccianti, la cui forza attrattiva è riducibile all'alternativa morte per fame/sopravvivenza. Caotiche ed amorfe strutture urbane circondate da sterminate periferie senza nome in cui il principale progetto etico consiste nel trovare la maniera di assicurarsi la sopravvivenza materiale.

A quale città appartenga il futuro è difficile dirlo.