APPENDICE

 

L'IMPOTENZA ARMATA.

Il "ritorno" o l'impossibile "resurrezione" delle Br?

 

 

 

Con l'uccisione, avvenuta il 20 maggio 1999 (29° anniversario della promulgazione dello Statuto dei Lavoratori) del prof. Massimo D'Antona, il tema della lotta armata è ritornato prepotentemente nella discussione politica e nel dibattito pubblico.

Non insisteremo, in queste note, sui "toni allarmati" dei leaders politici e sull'"allarme sociale" evocato dai media; né sulle letture semplicistiche e/o dietrologiche che, in generale, del tragico evento sono state fornite; né sulle speculazioni di vario genere a cui, nell'occasione, è stata data la stura.

Intendiamo, piuttosto, cercare di riflettere sui contenuti specifici dell'azione e sugli "assi" della pianificazione politica sottesa. Da qui, con un esercizio di memoria storica e attraverso scarni riferimenti comparativi alla passata (e conclusa) esperienza della lotta armata, procederemo ad una prima e sommaria contestualizzazione di tipo storico-politico.

Nel far questo, assumeremo come "referente testuale" il lungo comunicato che ha "siglato" l'azione, reperibile integralmente sulla rete(1).

1. La "questione della continuità storica"

Prima domanda: è legittimo, sul piano della responsabilità culturale, politica e storica riesumare la sigla delle Br, a fronte dell'inequivoco ed irreversibile tramonto della loro esperienza?

Chi si impegna durevolmente in politica, soprattutto nel caso di opzioni estreme come quella armata, deve almeno cercare di conferire "rigore" alla propria "militanza". Le esperienze storiche (di movimenti, organizzazioni, partiti, istituzioni e, perfino, dei singoli) non sono riproducibili a piacimento, indipendentemente dal groviglio delle motivazioni, delle cause, delle contraddizioni e delle strutture e codificazioni sociali, politiche e simboliche che le hanno partorite e ne hanno segnato la vita e la morte. Ora, proprio il groviglio di questi fattori ha sancito la sconfitta definitiva e irrimediabile dell'esperienza storica delle Brigate rosse e del progetto di rovesciamento armato della società di cui esse erano latrici.

Sconfitta qui significa, molto pregnantemente, che quella esperienza è nel presente improponibile, esattamente come in passato era impercorribile. Un soggetto che costituisce la propria identità sul piano della "politica armata" deve fare i conti con questi responsi storici, pena il carattere di riesumazione della sua teoria/prassi. I codici della riesumazione, oggi ancora più di ieri, trasformano l'azione armata e il soggetto combattente in agenti catastrofici(2). Non fungono quali stimolatori di un nuovo e armonico "ordine sociale"; bensì agiscono come selettori e acceleratori catastrofici della sconfitta della parte sociale a cui pure si richiamano e di cui pure si elevano a unici rappresentanti perspicui.

Nel presente, la sconfitta dell'attore armato, che è stata tragica in passato, alla tragedia aggiunge la "farsa" delle iper-realtà allucinate prodotte dal dominio dei segni e dei simboli; come ben si addice all'epoca della riproducibilità tecnica del senso e dell'identità. Nessuna "volontà di potenza" può mutare questa destinalità tragica e perdente, con cui, del resto, ha dovuto autocriticamente fare i conti la grande maggioranza degli ex militanti della lotta armata (compreso chi scrive).

Le Br, in tutte le loro variabili organizzative e mutazioni politiche, sono morte con l'omicidio Ruffilli, avvenuto nel 1988; nessuno può mantenerle in vita artificialmente: se lo volessero, nemmeno i loro "fondatori". Non vi possono essere "nuove Br"; semplicemente, le Br "non ci sono più" e "più non possono essere": la loro esperienza si è irrimediabilmente chiusa. Giustamente, alcuni ex militanti delle Br, hanno fatto osservare che tra le "nuove Br" e le "Br vere" non vi è — e non vi può essere — alcuna continuità, né sul piano oggettivo e né su quello soggettivo(3).

Contro ogni evidenza, le "nuove Br" stabiliscono una spuria connessione oggettiva. A ben guardare, si tratta di una assai strana "connessione oggettiva", in quanto fatta poggiare non sulla concatenazione di fatti ed eventi assorbenti e stringenti, bensì scaturente da un palese artificio retorico. Per le "nuove Br", la "continuità oggettiva" con le "Brigate Rosse per la Costruzione del Partito Comunista Combattente" (operanti dal 1981 al 1988) starebbe tutta nella "valenza politica" assunta dalla "offensiva" scatenata contro Massimo D'Antona. Con questa offensiva, esse sostengono, si sarebbe portato l'attacco al "progetto politico neo-corporativo" del "Patto per l'occupazione e lo sviluppo"; dal loro punto di vista, tale progetto costituirebbe l'"aspetto centrale nella contraddizione classe/Stato" che in quanto tale, fungerebbe da "perno" intorno cui ruoterebbe l'"equilibrio politico dominante"(4).

Qui la "continuità oggettiva", come si vede, viene interamente spiegata in termini di nuda e cruda "teoria politica": poiché — pare dicano le "nuove Br"— per noi e le "Br-Pcc" opera lo stesso "impianto politico"(5), noi ne siamo i legittimi eredi. Qui i significanti sostituiscono i significati e l'esperienza di senso (soggettiva/oggettiva) che li ha elaborati. Soggetto, testo e contesto storico vengono azzerati e resi intercambiabili, post e retrodatabili. Qui, nello stesso attimo, il presente viene fatto regredire linearmente verso il passato e il passato linearmente sbalzato nel futuro. La logica vivente dei tempi è qui governata dalla razionalità del "conforme" e della "reversibilità".

Che i tempi della storia, pur nella loro ricorsività, siano irreversibili è un'idea che nemmeno sfiora il nuovo "attore armato". Che il discontinuo laceri i tempi e le costruzioni della continuità è un'evidenza che non è presente nel nuovo "impianto combattente".

Come se fosse possibile riprendere, secondo i propri voleri e poteri, il filo della storia e ricominciare a dipanarlo, a dispetto delle interruzioni e delle cesure intanto sopravvenute. Come se fosse possibile riprodurre il passato. Come se fosse possibile avere memoria attiva del passato, senza rifrequentarlo criticamente, assumendone in carico le responsabilità delle sconfitte, degli errori e delle speranze.

2. I nuclei portanti del discorso politico

Cerchiamo, adesso, di ricostruire la "struttura portante" del discorso politico.

Per le "nuove Br" si tratta di "spezzare" la "mediazione politica neo-corporativa", "base" su cui va consolidandosi il dominio della "borghesia imperialista"(6). Le linee di questo attacco vanno definendo, esse sostengono, il "piano su cui organizzare la classe per costruire lo sbocco rivoluzionario alla crisi della borghesia imperialista e alla sua guerra"(7).

Il proletariato e le sue avanguardie rivoluzionarie, esse continuano, in queste condizioni debbono assumersi la "responsabilità politica di costruire l'alternativa di potere"; da qui la necessità di sferrare un duplice attacco: a) "al cuore delle politiche che consentono a questo Stato di sostenere il suo ruolo imperialista"; b) "ai nodi centrali della contrapposizione tra imperialismo e antimperialismo"(8).

L'"offensiva" contro Massimo D'Antona viene fatta rientrare in questo discorso politico, in quanto egli è assunto quale "cerniera politico-operativa tra esecutivo e sindacato confederale", nella prospettiva della "corresponsabilizzazione delle parti sociali e innanzitutto del sindacato nelle decisioni sulle materie di politica economica"(9).

In questo discorso, il "Patto sociale" opera specificamente in funzione: a) "dell'isolamento e dell'accerchiamento delle espressioni di autonomia di classe"; b) "dell'inglobamento di quelle componenti" politiche e sindacali che, per accedere al piano del potere, "attivano un progressivo processo trasformistico"(10). Siffatto progetto sarebbe stato inaugurato dai governi Amato e Ciampi e consisterebbe nella "ricomposizione forzata del conflitto sul piano neo-corporativo", attraverso "il controllo delle leve statuali del governo macroeconomico"(11).

Secondo questa chiave di lettura, il sindacato confederale avrebbe interamente assunto "i caratteri della soggettività politica, riferendo la sua progettualità non solo alla contrattazione capitale-lavoro, ma ai nodi politici complessi con cui si confronta l'azione dello Stato"(12). Il percorso che va dall'accordo del '93 al "Patto sociale" del 1998 avrebbe progressivamente riaggiustato e portato a compimento le politiche neo-corporative, dentro cui si risolverebbero per intero ruoli e funzioni dello Stato, della confindustria e del sindacato, nella prospettiva generale della "negoziazione corporativa"(13).

All'interno di questa prospettiva, il ruolo giocato dal "Comitato consultivo sulla legislazione del lavoro" (e, quindi, D'Antona) viene ritenuto di portata strategica: con la sua costituzione la "dinamica neo-corporativa", si sostiene, avrebbe compiuto un "salto di qualità"(14). Le funzioni essenziali che vengono ricondotte al Comitato consultivo, insediato presso il Ministero del Lavoro, sono: a) attuazione e strutturazione delle politiche neo-corporative; b) adeguamento della legislazione italiana alle direttive europee; c) semplificazione e delegificazione delle procedure amministrative; d) potenziamento dell'apprendistato; e) pressione sul Parlamento per l'attuazione dei contenuti del "Patto sociale" del dicembre 1998; f) sostegno all'esecutivo nell'esercizio delle deleghe su ammortizzatori sociali, incentivi e collocamento; g) ridimensionamento dello sciopero in quanto diritto; h) irrigidimento e indebolimento dei meccanismi della rappresentanza sindacale, nell'ottica della "prevenzione del conflitto" e della "criminalizzazione delle azioni di lotta"(15).

3. Un tuffo (comparativo) nel passato

Prima di entrare "nel merito" delle formulazioni delle "nuove Br", procediamo ad una comparazione storico-politica.

In passato, le "Br-Pcc" avevano già puntato la loro attenzione sulle "politiche del lavoro":

Qualche anno dopo, le "Br-Pcc" concludono la loro esperienza storica con la:

Con le azioni Giugni e Tarantelli, le "Br-Pcc" intendono colpire il ruolo di "cogestore" attivo della crisi economica, politica ed istituzionale che esse imputano al sindacato e agli intellettuali che gli sono vicini.

I precedenti storici su cui le azioni vanno ad attecchire e cercano di trovare una giustificazione politica stanno nella disdetta del giugno 1982 da parte della Confindustria dell'accordo sulla scala mobile. Disdetta che, nel dibattito politico-sindacale, viene unanimemente ritenuta la premessa della: a) rottura del vecchio "accordo fondamentale" in tema di "relazioni industriali"; b) costruzione di un nuovo "assetto contrattuale"(16).

Su questo "antefatto" matura e si articola l'accordo del 22 gennaio 1983, con cui parti sociali e governo stabiliscono un quadro di coerenze tra "politica salariale", "strategia anti-inflattiva" e "stabilità economico-politica". Un accordo, giova ricordarlo, i cui contenuti non sembrano entusiasmanti, tanto che il prof. Tarantelli non esiterà a definirlo di "bassa lega"(17).

L'inadeguatezza del contesto politico-culturale che fa da "cornice" all'accordo di gennaio mantiene aperti i canali del negoziato; i quali, purtroppo, si chiudono in senso ancora più restrittivo, con il protocollo sindacato-governo di San Valentino del 1984, la cui sottoscrizione non vede l'adesione della Cgil. Il protocollo, in sede di recezione dell'accordo del gennaio 1983, provvede ad un'ulteriore compressione di 4 punti della scala mobile(18).

Il "protocollo di S. Valentino", che a causa della mancata adesione della Cgil trova un'immediata attuazione a mezzo di decreto legge, rappresenta uno spartiacque nelle politiche sociali e negli assetti contrattuali della democrazia italiana, segnando la messa in mora delle "regole del gioco" consolidatesi in più di un trentennio di "relazioni industriali". Si passa da un modello di relazioni industriali dal profilo "partecipativo" e "inclusivo" ad un altro dal profilo "escludente" e "spoliatorio"(19). La destabilizzazione del quadro istituzionale (e costituzionale) previgente risiede esattamente nel fatto che il governo interviene "per la prima volta nella storia post-costituzionale, per disporre una riduzione diretta dei salari correnti, mediante il taglio di quattro punti di contingenza, e senza il corredo di un unitario consenso sindacale"(20). In questo senso, il "protocollo di San Valentino sancisce la rottura dell'accordo fondamentale stipulato costituzionalmente e politicamente in materia di "relazioni industriali".

Da qui la riscrittura della nozione medesima di "sindacato maggiormente rappresentativo" (art. 19 SdL): "maggiormente rappresentativo" diviene quel sindacato che riceve l'investitura statuale(21). La teoria/prassi corporatista-concertativa appena individuata e descritta finisce, inevitabilmente, col configurare una restrizione indebita della libertà sindacale(22).

Le "Br-Pcc", nel percorso politico che le conduce dall'azione Giugni all'azione Tarantelli, non riescono a percepire la complessità e contraddittorietà del processo dianzi descritto: a) attribuiscono agli attori in causa ruoli univoci e monofunzionali; b) danno per scontata l'implementazione ottimale delle politiche di concertazione; c) non distinguono tra "scambio politico" e "patto sociale". In forza di questi limiti, non si avvedono che il processo/progetto che esse intendono colpire è internamente attraversato e viziato da rilevanti disfunzionalità ed aporie. Intanto, non esiste un allineamento meccanicistico tra le posizioni del governo e del sindacato. Inoltre, ma non secondariamente, il mondo sindacale è scosso da non lievi tensioni con riguardo alla efficacia del progetto concertativo istituzionalmente messo in cantiere.

Con l'azione Tarantelli, le "Br-Pcc" presumono, addirittura, di attaccare il "cuore" del progetto concertativo, scardinandolo e mandandolo in frantumi per linee interne. Senonché era stato proprio il prof. Tarantelli uno dei più severi critici del basso profilo della concertazione in Italia (e dei corrispettivi e pesanti limiti della macchina istituzionale). Inoltre, diversamente dalle "Br-Pcc", Tarantelli ben distingue tra "scambio politico" e "patto sociale", essendo il secondo ipotizzabile esclusivamente in presenza di un "governo amico"(23) (vale a dire: un governo pro-labour).

Lo spettro dell'azione sindacale, per Tarantelli, deve necessariamente duplicarsi in: a) "difesa degli interessi dei lavoratori in fabbrica" (scambio contrattuale col padronato); b) "difesa degli interessi dei lavoratori nella società" (scambio politico col governo)(24). Qui, come si vede, il profilo dell'azione e dell'identità sindacale si articola in una struttura relativamente complessa che funge da base per l'esercizio di critiche non secondarie all'assetto istituzionale e agli stessi "modi d'essere" del sindacato italiano(25). Paradossalmente, questa posizione si rivela più criticamente incisiva di quella canalizzata dalle "Br-Pcc" a mezzo delle armi, proprio avverso Tarantelli. Al contrario di quanto presumono, colpendo Tarantelli, le "Br-Pcc" non aggrediscono il nucleo decisionale strategico della concertazione italiana; ma una posizione critica verso le modalità attraverso cui la concertazione va atteggiandosi e realizzandosi operativamente.

La posizione teorico-politica di Tarantelli, pur assoggettabile a critiche non irrilevanti, non concede "sconti" al governo e tantomeno al sindacato. Per lui, è urgente "trasferire" la manovra del riequilibrio economico dal "salario reale" al "reddito disponibile". Cioè: qui si tratta di "colpire": a) la "giungla" di una spesa pubblica dilatata al puro fine della cattura clientelare del consenso sociale e politico; b) la "giungla del latrocinio" e dell'evasione fiscale sistematicamente condonata(26). Per Tarantelli, insomma, occorre "togliere ogni alibi a questo modo di governare"(27). Individuarlo come figura politicamente cardine e simbolicamente primaria della concertazione italiana, così come si va realizzando in quegli anni, è, pertanto, un azzardo che coniuga un deficit di indagine teorica con una carenza di analisi politica. Dal che derivano strategie ed azioni eccentriche rispetto alle tendenze storicamente e politicamente in atto e catastrofiche sul piano dell'efficacia performativa.

Con l'azione Ruffilli, del 1988, le "Br-Pcc" spostano l'asse del loro attacco dalle "politiche del lavoro" al processo di "riforma istituzionale", ritenuto il nuovo "centro" di ricomposizione del "fronte politico" dominante e la nuova base di attracco delle politiche antiproletarie dell'esecutivo. Non staremo qui a ripercorre i termini dell'annoso dibattito sulle "riforme istituzionali" sviluppatosi in Italia in quest'ultimo ventennio. Ci basta qui ricordare il fallimento impietoso di tutte le "Commissioni bicamerali" all'uopo insediate: da quella Bozzi a quella D'Alema del 1998, passando per quella De Mita. Fallimento che evidenzia da solo come, ancora una volta, il terreno dell'iniziativa politica individuato dalle "Br-Pcc" si riveli improprio. Il processo/progetto che, con l'azione Ruffilli, le "Br-Pcc" intendono "disarticolare" non esprime la tendenza politica dominante. Tant'è che, ancora oggi, nonostante i pur significativi riaggiustamenti intanto apportati all'architettura statuale e istituzionale, classe politica di governo e di opposizione, già al loro interno, sono profondamente divise sul segno e sul senso delle "riforme istituzionali" con cui rinnovare la macchina statuale, burocratica, e amministrativa.

4. Il richiamo del presente

Con l'azione D'Antona, l'attenzione dedicata dalle "nuove Br-Pcc" alle "politiche della concertazione" e della "ricomposizione sociale" assume un "taglio" nuovo. La "concertazione" viene ora messa al centro di uno "scambio politico" offerto, esse sostengono, al proletariato dalla maggioranza politico-sindacale: lo scambio qui individuato sarebbe tra "sicurezza sociale" e "sicurezza pubblica"(28). Qui le politiche attive del lavoro, diversamente da quanto avveniva nel caso delle "Br-Pcc", allargano a dismisura il loro campo di azione: acquisiscono una valenza che è, nello stesso tempo, "intrusiva" e "pervasiva", agganciando perfino le politiche "anticriminalità" regolanti la "sicurezza pubblica"(29).

Se le "Br-Pcc", come visto, leggono in maniera funzionalistica e riduttivistica le politiche di "scambio politico" in atto nei primi anni '80, le "nuove Br" interpretano in maniera universalistica e organicistica le "politiche della concertazione"(30). Esse riconducono tutto l'esistente sociale, tutta la struttura differenziata e complessa della società italiana, tutto il complesso delle relazioni politiche e l'ordito della mobilitazione di massa al "Patto sociale", colpito il quale: a) da un lato, si metterebbe in crisi il processo di ricomposizione della classe politica dominante; b) dall'altro, si aprirebbero varchi per l'azione rivoluzionaria di cui esse si ritengono avanguardia legittima e legittimata.

Si tratta di una lettura stupefacentemente semplicistica, ancora più ossificata e rozza delle analisi elaborate dalle Br negli anni '70 e '80. Rispetto a queste stesse analisi e alle corrispondenti strategie politiche sono rinvenibili cesure e discontinuità.

Non siamo di fronte alle riproposizione apodittica, sotto mentite spoglie, della teoria-prassi dell'"attacco al cuore dello Stato"; ma a qualcosa di diverso. Qui lo Stato viene esaminato come una struttura compatta, in grado di "architettare" e "ricompattare" l'ordito complesso della società e di ricondurre alla sua potestà autoritativa ruolo e funzioni dell'intero arcipelago degli attori sociali. Se nella teoria politica delle "vecchie Br" lo Stato è assimilabile ai codici dello Stato Moloch, centralistico e centralizzatore, qui lo Stato, dalla politica, si rovescerebbe sulla società e la invaderebbe, occupandola con una logica di comando autoritativo che non ammette replica.

Riuscirebbe, così, ad organizzare intorno a sé le "grandi organizzazioni degli interessi", chiamando ognuna ad interpretare ed osservare un ruolo specifico e complementare, sovraordinando e sovraimprimendo le regole del "gioco neo-corporativo". Se l'essenzialismo politico era il contesto teorico e cognitivo in cui maturava la teoria-prassi dell'"attacco al cuore dello Stato"(31), qui a fungere da retroterra della "teoria politica" è una sorta di "panstatualismo corporativo", più vicino al pensiero costituzionale pre-weimariano e weimariano che alle strutture sociali e simboliche della società globale e differenziata entro cui viviamo e agiamo.

In forza di questo panstatualismo originario, le "nuove Br" sono portate a sopravvalutare (ed equivocare) il ruolo dello Stato nelle "politiche della concertazione". Non sembra che le "nuove Br" abbiano "metabolizzato" il dibattito sul "corporatismo" (e/o sul "neocorporativismo") degli anni '70 e '80(32); tantomeno che abbiano "assimilato" la parabola storica delle "politiche della concertazione" in Italia, dalla fine degli anni '70 ai '90(33).

L'analisi che forniscono non tiene in conto: a) la crisi in cui tutte le grandi "organizzazioni degli interessi" sono precipitate in quest'ultimo decennio; b) il fatto che la "soluzione corporatista" non ha assicurato, né in Italia e né altrove, la "governabilità". Lo Stato, come mediatore e portatore di interessi, non è stato capace di disciplinare i propri compiti; né di esigere dagli altri attori della concertazione comportamenti congrui. In Italia, per tutti gli anni '80, lo scambio politico e/o corporatista ha tenuto a battesimo e condotto a termine la "concertazione asimmetrica", distribuendo e redistribuendo in maniera diseguale vantaggi e svantaggi; negli anni '90, poi, abbiamo assistito alla "concertazione senza equivalenti"(34). Talché più di un osservatore ha ricorrentemente parlato di crisi, ristagno o stallo della concertazione(35).

Il terreno di formazione e aggregazione della classe politica di governo e di opposizione è meno semplificante e "rozzo" di quello definito dalle "nuove Br". Meno unilineare e, soprattutto, diversamente da quanto ritenuto dalle "nuove Br", niente affatto coincidente con i protocolli di intesa ministeriali o con i dettami dei vari "patti" che periodicamente sottoscrivono le "parti sociali".

Oggi, il "piano" neo-corporativo quale soggetto/oggetto decisionale assoluto non esiste; come non esisteva ieri il "cuore dello Stato". Esistono politiche di regolazione sociale che, al di là delle elaborazioni formali con cui sono rivestite, non obbediscono a "progetti concertativi" granitici e monocratici. Anche perché non esiste un modello e/o un paradigma di concertazione, come non è esistito un modello e un paradigma di corporatismo. Ogni modello formale e ogni paradigma teorico ha dovuto fare duramente i conti con il contingente storico e le sue tendenze profonde, contaminandosi e dando luoghi a modelli e paradigmi diversificati nello spazio e nel tempo. Tant'è che ogni area sviluppata ha avuto il suo modello di corporatismo e di concertazione; tant'è che l'affermazione delle politiche concertative e corporatiste non si è mai data in simultanea in tutte le aree avanzate, ma ha seguito e segue cicli (e modelli) alterni area per area.

Altrettanto (se non più) evanescente è il discorso sulla "soggettività critica". Le "nuove Br" parlano di "classe" e del rapporto antagonista classe/Stato. A quale Stato esse pensino l'abbiamo appena finito di vedere. Di quale "classe" esse parlino non è dato capirlo con precisione.

Di quale "classe" oggi è possibile parlare, di fronte alla scomparsa definitiva della composizione sociale e politica che ha fatto da base per l'insorgenza del ciclo lungo della conflittualità operaia e sociale in Italia, in tutti gli anni '60 e '70? Di fronte alla frantumazione-scomposizione-ricomposizione delle figure lavorative, dei modi del produrre e dei processi lavorativi? Di fronte alla definitiva scomparsa della "centralità" del lavoro salariato ed alla proliferazione dei lavori, nelle forme irrapresentate(36)?

A quale soggetto universale e ricomposto (la "classe", appunto) si può ancora imputare la "missione" della liberazione dell'umanità, quando la soggettività si disperde in infiniti rivoli che nessun progetto politico (per fortuna) può riunificare? A quale attore si può attribuire il ruolo di "avanguardia armata" del "processo rivoluzionario", quando la semantica stessa di rivoluzione e la grammatica dell'agire trasformativo hanno da subire rielaborazioni concettuali epocali?

A queste tremende domande, le "nuove Br" rispondono con una vecchia (e fallita) ricetta: la "conquista del potere politico", per l'edificazione della "dittatura del proletariato", attraverso la "guerra di classe di lunga durata". Era niente ieri; è un disperato nulla oggi.

5. Dal discorso delle armi alla parola armata

Se nell'impianto teorico-politico delle "vecchie Br" un riferimento, sia pur regressivo e residuale, alle figure storicamente determinate del conflitto sociale, alle forme peculiari della rappresentanza politica, alle modalità storiche della produzione e riproduzione è possibile rinvenirlo, qui il rapporto col reale storico, sociale e politico è interamente surrogato da un'analisi condotta in vitro, con strumenti concettuali retrodatati e scarnificati. Le "nuove Br" sono ancora più anacronistiche delle "vecchie", senza per questo esserne il simulacro o il sarcofago. Sono una "cosa nuova" che, però, fa del "richiamo nominalistico" alle Br ("vecchie") la fonte primaria della loro legittimità storica e autorità politica.

Come se la "parola", di per sé, potesse mai essere sorgente di legittimazione. In questo, come in altri casi, la parola stessa è parola armata: mortificante e mortificato mezzo di addomesticamento violento della realtà. In quanto parola scevra di senso autentico, la teoria-prassi del combattimento si fa impotenza armata. Nessuna speranza questa impotenza coltiva o promette, al di fuori del fragore macchinico delle armi.

Le armi si ergono qui a "soggetto" vero, proprio in virtù dell'assenza di un soggetto storico. L'attore armato qui non è un semplice replicante; ma il mezzo impotente della parola armata. L'opzione armata qui non solo è senza referenti sociali, ma è totalmente priva anche di una soggettività interna: il combattente è qui il clone della parola armata. Ricorda assai da vicino la situazione descritta da Beckett ne L'Innominabile, in cui il "soggetto" è ridotto a "parola" ed è "agito" dalle "parole", senza sapere, alla fine, più niente di sé e delle parole medesime(37).In questo senso, è una terribile e inquietante presenza della contemporaneità. Un precipitato fantasmatico del rumore assordante di parole prive di senso vivo, interstizialmente presenti nelle società globali e differenziate. Una figura dei deliri e degli orrori quotidiani a cui nelle supercivilizzate società della globalizzazione assistiamo in "tempo reale", grazie al pervasivo dominio dei media.

(24-30 maggio 1999)

Note

(1) Le 28 pagine del documento di rivendicazione sono reperibili, in formato gif, sul sito di Caffe'Europa al seguente indirizzo: http://www.caffeeuropa.it/attualita/br.

(2) Su questo nodo, si rinvia ai capitoli precedenti.

(3) Tra noi e loro nessuna continuità, "il manifesto", 25/05/1999; documento firmato da: P. Abbatangelo, R. Arreni, P. Cassetta, Geraldina Collotti, P. Gallinari, M. Locusta, R. Pancelli, Teresa Scinica, B. Seghetti. Il documento è reperibile anche su "Liberazione", 25/05/1999.

(4) Cfr. la pag. 1 del comunicato di rivendicazione.

(5) Ma vedremo, più avanti, che nemmeno questo risponde a verità storica.

(6) Cfr. pag. 1 del comunicato di rivendicazione.

(7) Ibidem.

(8) Ibidem.

(9) Ibidem.

(10) Ibidem.

(11) Ibidem, pagg. 1-2.

(12) Ibidem, pag. 2.

(13) Ibidem, pagg. 2 e ss.

(14) Ibidem, pag. 2.

(15) Ibidem, pagg. 2-3 e ss.

(16) Sia consentito rinviare, per questa e le successive retrospettive, ad A. Chiocchi, Quale legittimazione? …, cit.; si rinvia, altresì, alla bibliografia ivi richiamata.

(17) E. Tarantelli, Inflazione e accordo di gennaio, "Prospettiva sindacale", n. 47, 1983.

(18) Per una valutazione critica dell'evento, cfr. il monografico Scale mobili ed immobilismi, "Politica del diritto", 1984.

(19) Cfr. P. Lange, La crisi della concertazione sociale in Italia, "Giornale di diritto del lavoro e di relazioni industriali", 1987; L. Mariucci, La contrattazione collettiva, Bologna, Il Mulino, 1986; "Politica del diritto", Scala mobile e immobilismi, cit.; G. Vardaro, Corporativismo e neocorporativismo (voce), "Digesto IV edizione. Discipline Privatistiche - Sezione commerciale", Torino, Utet, 1989; successivamente in Itinerari (a cura di L. Gaeta-Anna Rita Marchitiello-P. Pascucci), Milano, Angeli, 1989.

(20) L. Mariucci, La contrattazione collettiva, cit., p. 36.

(21) Cfr. G. Vardaro, Corporativismo e neocorporativismo, cit.

(22) M. Rusciano, Sul problema della rappresentanza sindacale, "Giornale di diritto del lavoro e di relazioni industriali", 1987; G. Vardaro, Corporativismo e neocorporativismo, cit.

(23) E. Tarantelli, op. cit.

(24) Ibidem.

(25) Per una ricostruzione critica del "profilo complesso" del sindacato italiano, cfr. A. Chiocchi-C. Toffolo, Il sindacato tra conflitto e movimenti, in Passaggi. Scene dalla società italiana degli anni '70 e '80, Avellino, Quaderni di "Società e conflitto", n. 7, 1995.

(26) E. Tarantelli, op. cit.

(27) Ibidem.

(28) Cfr. il comunicato di rivendicazione, pag. 6.

(29) Ibidem.

(30) Per un esame critico delle politiche concertative in Italia, dagli anni '70 ai '90, cfr. G. Baglioni, Costanti e varianti in tema di scambio politico, "Giornale di diritto del lavoro e di relazioni industriali", 1983; L. Bordogna, Tendenze neo-corporatiste e trasformazioni del conflitto industriale. L'esperienza italiana negli anni Settanta, in G. Cella-M. Regini (a cura di), Il conflitto industriale in Italia, Bologna, Il Mulino, 1985; P. Lange, La crisi della concertazione sociale in Italia, cit.; "Problemi del socialismo", Sindacato, politica e corporativismo in Europa (1970-1980), n. 24-25, 1982; M. Regini, Le condizioni dello scambio politico, Nascita e declino della concertazione in Italia, "Stato e mercato", n. 9, 1983; Idem, Accordo politico e concertazione sindacale nella crisi degli anni '80, "Democrazia e diritto", n. 3, 1984; Idem, Relazioni industriali e sistema politico: l'evoluzione recente e le prospettive degli anni '80, in M. Carrieri-A. Perulli (a cura di), Il teorema sindacale, Bologna, Il Mulino, 1985; Idem, Le implicazioni teoriche della concertazione italiana, "Giornale di diritto del lavoro e di relazioni industriali", 1996; G. E. Rusconi, Scambio, minaccia e decisione, Bologna, Il Mulino, 1984.

(31) Per la discussione diffusa del tema, si rinvia ai capitoli precedenti.

(32) I testi di riferimento principali sull'argomento sono: Suzanne Berger (a cura di), L'organizzazione degli interessi nell'Europa occidentale, Bologna, Il Mulino, 1983; L. Bordogna-G. Provasi, Politica, economia e rappresentanza degli interessi, Bologna, Il Mulino, 1984; M. Maraffi (a cura di), La società neocorporativa, Bologna, Il Mulino, 1981; A. Pizzorno, I soggetti del pluralismo, Bologna, Il Mulino, 1980; P. C. Schmitter, Teoria della democrazia neo-corporativa, in G. Ferrante (a cura di), Il futuro del sindacato, Roma, Ediesse, 1986; G. Vardaro, Il diritto del lavoro fra vecchi e nuovi corporativismi, in L. Belardi (a cura di), Dallo Stato corporativo alla libertà sindacale. Esperienze comparative, Milano, Angeli, 1985; Idem, Corporativismo e neocorporativismo, cit.; Idem (a cura di), Diritto del lavoro e corporativismi in Europa: ieri e oggi, Milano, Angeli, 1988.

(33) Si veda la nota n. 30.

(34) Cfr. A. Chiocchi, Quale legittimazione? …, cit.

(35) Cfr. i testi richiamati alle note n. 19 e 30 .

(36) Sia concesso, sulla questione, rinviare ad A. Chiocchi, Potere, costituzione, conflitto. Dalla protezione del lavoro al lavoro irrapresentato, "Società e conflitto", n. 17/18, 1998.

(37) Il testo beckettiano richiamato è reperibile in S. Beckett, Molloy, Malone muore, L'Innominabile, Milano, Sugar, 1965.